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La maggioranza degli americani e' contraria all'intervento in favore delle banche PDF Stampa E-mail

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di Federico Rampini - 29 settembre 2008
Parte il più grande salvataggio bancario mai varato nella storia, dopo i convulsi negoziati tra Casa Bianca e Congresso che hanno portato alle ultime modifiche. Troppo costoso o non abbastanza efficace?





Tardivo o frettoloso? Tutti i gravi dubbi che circondano il piano Paulson saranno sciolti sul terreno, dalla verifica dei suoi effetti concreti nelle prossime settimane. Sullo sfondo c´è un´economia reale in estrema sofferenza. La causa scatenante di questa crisi - il crollo del mercato immobiliare - non accenna ad estinguersi in America dove le vendite di nuove case sono ancora precipitate dell´11% in agosto, gli acquisti di beni d´investimento sono calati del 4,5%, sul mercato del lavoro si teme un aumento di 150.000 disoccupati al mese, e l´industria dell´auto sopravvive solo grazie a salvagenti di denaro pubblico. Ma il test più urgente e immediato avviene sui mercati finanziari.
Non tanto le Borse, bensì un mercato assai più vitale per il funzionamento quotidiano dell´economia: il credito interbancario.
L´emergenza più acuta oggi è l´estrema diffidenza che ogni banca nutre verso le altre banche; la paralisi nei prestiti fra aziende di credito ha ripercussioni tremende sul prosciugamento dei finanziamenti all´attività economica, deprime la crescita e i consumi, è un moltiplicatore delle pressioni recessive. Questa glaciazione della fiducia ha diramazioni globali: la crisi di liquidità lambisce zone lontanissime da Wall Street come la Scandinavia o il Golfo Persico; costringe i governi belga, olandese e lussemburghese a un intervento in extremis per scongiurare il crac della banca Fortis; spinge Londra verso una nuova nazionalizzazione bancaria. Il prossimo bubbone di questa crisi potrebbe scoppiare in forme e luoghi inaspettati, magari sarà la bancarotta di un intero Stato sovrano, come l´Ucraina dissanguata dalle fughe di capitali o qualche altro paese emergente dalle finanze fragili. Basterà il piano Paulson ad arginare tutto questo? Saprà ricostruire trasparenza e affidabilità dei bilanci bancari? È essenziale, perché il credito ricominci a defluire nelle arterie dell´economia mondiale sull´orlo del collasso.
«Non c´è proprio nulla da celebrare, ma non avevamo altra scelta», è stato il commento teso di Barack Obama, al termine di un weekend di duri negoziati e colpi di scena (il ministro del Tesoro Henry Paulson si perfino è gettato in ginocchio davanti alla presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi, perché lo aiutasse). I democratici hanno ottenuto dei cambiamenti rispetto alla pessima versione originaria. Ora il piano impone dei controlli esterni sul modo in cui il Tesoro comprerà dalle banche i titoli-spazzatura che affondano i loro bilanci; include la possibilità che lo Stato diventi azionista delle banche; aggiunge una regola che impedirà alle banche disastrate di liquidare buonuscite milionarie ai top manager: quest´ultimo è un gesto di scarsa rilevanza rispetto alle dimensioni della crisi, e tuttavia è doveroso per motivi etici.
Non va dimenticato che una banca come Goldman Sachs l´anno scorso ha erogato ai suoi trentamila dipendenti - inclusi fattorini e segretarie - stipendi medi di 600.000 dollari annui, e ora socializzando le perdite presenta un conto alla collettività che tutti i contribuenti americani pagheranno per generazioni. È sull´americano medio che le grandi banche, spalleggiate dalla Casa Bianca e la Federal Reserve, hanno puntato il loro ricatto: «Avremo quattro milioni di disoccupati in più nei prossimi sei mesi se non passa questo piano», ha detto il banchiere centrale Ben Bernanke. Presi brutalmente in ostaggio, gli elettori ingoiano amaro: la stragrande maggioranza è contraria al maxisalvataggio.
Anche perché il conto sta salendo a vista d´occhio. Se si sommano gli interventi precedenti a carico del Tesoro - Bear Stearns, Fannie Mae, Freddie Mac, Aig - siamo già a 1.000 miliardi di dollari, quasi il 7% del Pil americano. Il deficit federale autentico può raggiungere il 10% del Pil alla fine di quest´anno, un livello che fu toccato solo durante la seconda guerra mondiale per l´immenso sforzo bellico. E c´è un aspetto che rende questa crisi particolarmente costosa per il resto del mondo: a differenza dalla Grande Depressione o dalla seconda guerra mondiale, oggi l´America finanzia i suoi deficit soprattutto all´estero, e se svaluta i suoi debiti stampando carta moneta, tutti quanti pagheremo il conto.
L´arma con cui Paulson ha imposto l´immenso onere sui contribuenti americani è una parola magica: "interconnessione". Il sistema finanziario è un groviglio di ragnatele che si tengono sospese nell´aria, ciascuna ne regge tante altre. Se Washington non avesse nazionalizzato il colosso assicurativo Aig, per esempio, si è scoperto che quel crac avrebbe creato un buco di 20 miliardi nel bilancio della sola Goldman Sachs, chissà nelle altre banche.
Senza contare le diramazioni internazionali: Aig opera gran parte delle sue transazioni attraverso una divisione finanziaria a Londra, e una banca a Parigi. Ma qui sta una delle ragioni per dubitare che il piano Paulson sia risolutivo. Non affronta l´opacità che ha portato i mercati finanziari a questo disastro.
Una causa di fondo di questa crisi è la dissennata deregulation che nel 2000 ha sottratto i derivati alle regole e ai controlli della normale attività creditizia. Un´altra riforma sciagurata, del 1995, fu quella che limitò fortemente la possibilità della "class action" giudiziaria da parte di coalizioni di clienti contro i banchieri. Nulla nel piano Paulson segnala un´inversione di tendenza rispetto alla crescente irresponsabilità e ingovernabilità del settore. Al contrario un salvataggio di queste dimensioni pone le premesse per nuove bolle speculative favorite dalla certezza dell´impunità. Ma nell´immediato l´incognita più urgente è molto semplice: poiché nessuno è in grado di stimare la dimensione esatta della montagna di titoli-spazzatura nascosti nei bilanci delle banche del mondo intero, non vi è la certezza che quei 700 miliardi siano una «discarica» abbastanza grande per accogliere l´intera monnezza.

Tratto da:
La Repubblica
 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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