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Amazzonia, la seconda strage verde | Amazzonia, la seconda strage verde |
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27 settembre 2008 Oggi, se un'altra scimmia volesse ritentare l'impresa, si spiattellerebbe a terra molto spesso. Nell'Amazzonia brasiliana, che rappresenta il 65% del totale e da sola occupa una superficie più grande dell'Europa, negli ultimi 20 anni è stata distrutta una fetta di foresta grande due volte e mezza l'Italia. Le piante più alte superano i 60 metri e i sei secoli di vita; basta meno di un minuto a una motosega per tirarne giù una. Dopo un calo della deforestazione negli anni 2005-2006, anche grazie al lavoro dell'ex ministro dell'Ambiente Marina Silva, negli ultimi due le stime indicano invece una nuova crescita. Non sono però più solo i fazendero, i grandi allevatori di bestiame, i principali autori del disboscamento. Certo la loro opera non è rallentata visto che il Brasile è il primo produttore ed esportatore di carne del mondo, ma negli ultimi anni il Paese ha raggiunto anche il primato assoluto per il raccolto e il commercio della soia. In Mato Grosso ci sono coltivazioni grandi come il lago di Garda, separate da una striscia di verde che sembra più una siepe che una foresta vergine. In quest'area, negli ultimi anni, contano più i cicli dell'economia che non quelli delle piogge o della stagione secca: il prezzo della soia sale, e gli alberi scendono. E viceversa. Lo stesso vale con la carne bovina e, non ultimo, con il legname. Poi ci sono le infrastrutture — strade, dighe, centrali idroelettriche, segherie illegali — che stanno aprendo squarci nella foresta, dove si trova anche il più vasto bacino idrografico del mondo. La portata d'acqua del Rio delle Amazzoni è sufficiente a soddisfare in poco più di un secondo il consumo giornaliero di una cittadina di tremila abitanti, ma il rubinetto sta cominciando a chiudersi. Durante il viaggio di una settimana, organizzato dal Wwf , ci si rende conto che più che gli studi recenti sull'Amazzonia, prevista estinta tra 50 anni se il termitaio umano non frena la sua azione, conta guardare i danni fatti finora. Li si vedono, per esempio, dall'aereo che vola a 500 metri di quota nel tratto da Porto Velho a Guajara-Mirin, nello stato di Rondonia, al confine con Bolivia e Perù. Due ore tra il fumo degli incendi, che servono a ripulire il terreno dopo che gli alberi sono stati abbattuti, portati via e venduti: il 70% dell'esportazione di legname è illegale. La legge che stabilisce che tutti i proprietari non possano disboscare più del 20% del loro terreno esiste ma dal cielo si vede bene, come su una tavolozza che si perde all'infinito, che questa proporzione non solo non viene quasi mai rispettata, ma spesso viene invertita: l'80% della tenuta è quello disboscato. Dal 2000 l'abbattimento degli alberi ha subito un'ulteriore accelerazione, raggiungendo il suo picco nel triennio 2002-2004, con un media di 24 mila km quadrati distrutti ogni anno, un po' più di mezza pianura Padana. Se si entra in una fazenda a caso, prima di essere cacciati fuori senza tanti complimenti, ci si trova in una distesa piatta a perdita d'occhio dove gli alberi della foresta segnano un limite lontanissimo. Questa è la stagione secca, l'aria è rovente e polverosa. In giro non c'è nessuno, solo bovini, quindi si può vedere che la legge del Codice forestale che impone che attorno ai corsi d'acqua sia mantenuta una fascia di vegetazione, in questa fazenda non vale. In più si capisce che questo è un pascolo vecchio, almeno tre o quattro anni: il suolo è duro e compatto, sia per l'azione degli zoccoli degli animali che del sole. L'erba comincia a essere gialla. Tra massimo un anno servirà tirar giù altri alberi e i confini di questa tenuta si allargheranno ancora. Del resto il 45% delle terre è sprovvisto di documenti di proprietà — nello stato di Parà è il 67% — e questo spiana la strada all'appropriazione indebita. La legge del più forte conta ancora spesso più di quella federale. Alla fine un fazendero che accetta di parlare lo si trova, e infatti è uno che la pensa diversamente dagli altri. Cesar Josè Gomes Zaine è proprietario di una tenuta nello stato di Acre: «Ho 500 mucche e non voglio averne di più: in questo modo riesco a muoverle in modo da non consumare la tenuta e permettere che si rigeneri. Gli altri proprietari preferiscono sfruttare solo l'allevamento». Dal 1990 al 2003 il bestiame è passato da 26,6 a 63 milioni di capi. Nel biennio 2005-2006 il ritmo della deforestazione è calato, grazie anche all'impegno di Marina Silva, figlia di una famiglia di raccoglitori di lattice, poi diventata la più giovane senatrice del Brasile e chiamata al governo dal presidente Lula come ministro dell'Ambiente. «In tre anni abbiamo chiuso più di mille imprese illegali nella foresta e arrestato 700 Marina Silva, con alle spalle una foto di Chico Mendes. Si è dimessa dal ministero dell'Ambiente persone che avevano infranto la legge — spiega durante un incontro a Xapuri, la stessa cittadina dove lei iniziava la sua lotta in difesa della foresta a fianco di Chico Mendes, il sindacalista ucciso qui nel 1988 da due fazendero —. Abbiamo creato nuove riserve in aree strategiche, e messo tutele assolute sulle zone abitate dagli indios. La deforestazione, nel 2005 — conclude Marina Silva — è diminuita del 59%, ma questo è solo l'inizio e non basta». Lei pero, in maggio, si è dimessa da ministro dell'Ambiente. «C'erano troppe pressioni per ammorbidire le tutele sull'Amazzonia e dalla maggioranza non ho avuto abbastanza sostegno. Resto nel Congresso e continuo da lì la mia azione. Credo che la mia scelta abbia dato una scossa utile anche al governo». Anche se nel 2007 e nel 2008 la deforestazione ha ripreso a crescere, nemmeno gli ambientalisti più accesi sostengono che questa regione vitale, non solo per il Brasile, debba essere protetta con il filo spinato. Il primo problema secondo Claudio Maretti, direttore della conservazione del Wwf Brasile, è culturale: «Se si continua a vedere la foresta come una terra di conquista dove trarre il maggior profitto nel minor tempo possibile, non vedo futuro. E' importante pensare a un sistema che permetta di usare le risorse senza esaurirle. Come? Lasciando agli indios il 25% della terra, mettendo riserve protette nel 45%, e sfruttando in modo intelligente e controllato il rimanente 30%». L'Amazzonia resta in attesa di giudizio. Tratto da: Corriere della Sera |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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