di Paolo Borsellino 
Io ringrazio dell'invito il gruppo parlamentare del movimento sociale. Ricordo che sono anche presidente della sezione di Palermo dell'Associazione Nazionale Magistrati, la quale ha da tempo sollecitato un ampio dibattito parlamentare sui problemi della giustizia. E mi sembra che l'ultima volta che questa esigenza fu prospettata al Ministro della Giustizia e al Presidente del Consiglio dei ministri la risposta sembrò essere che la Camera era troppo intasata da altri lavori. E allora, anche se sotto il patrocinio di un gruppo parlamentare può svolgersi un interessante dibattito del genere con l'intervento, oltre che dei parlamentari, di chi può dare un modesto contributo, come me, è un fatto comunque auspicabile, è un fatto comunque di cui ringraziare gli organizzatori di questo convegno. Il cui titolo: "Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?" comporta risposte estremamente semplici perché che non si sia arresa la criminalità lo vediamo ogni giorno su tutti i giornali, sia sotto il profilo dei gravi attentati all'ordine pubblico, che avvengono sulle nostre strade, meridionali, soprattutto, e non, sia sotto il profilo dell'ordine istituzionale. Perché delle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni, soprattutto locali di Sicilia e Calabria, sono stati pieni i giornali, addirittura in occasione delle ultime elezioni amministrative. Ma erano state denunciate anche, tempo fa, addirittura dal presidente della regione siciliana il quale parlava di indebite pressioni per condizionare gli esecutivi delle Usl e dell'Ente locale comunale. Verrebbe ironicamente da dire che non si arrende neanche lo Stato perché forse per arrendersi occorre aver prima seriamente tentato di combattere. E su questo, sebbene probabilmente non si possa affermare che non si sia mai combattuto, dobbiamo dire qualcosa anche sui termini di questa lotta tra virgolette, come diceva il collega Alibrante. Io ho esperienze […][nel campo] della criminalità organizzata di tipo mafioso e simili, Camorra, 'Ndrangheta, […] ma diverso, ad esempio, potrebbe essere il discorso in materia di criminalità terroristica dalla quale probabilmente il potere si sentì attaccato e [quindi] reagì in modo molto migliore. Perché abbiamo tutti la sensazione, possiamo essere polemici quanto vogliamo, ma in materia di criminalità terroristica mi sembra che i discorsi siano più rosei. E quando mi riferisco al potere, tanto per intenderci, […][vorrei citare] un articolo dell'agosto '88 dell'avvocato Tarantino, che poco fa ho visto ma che ora purtroppo forse si è allontanato. […] Questo articolo fu […][scritto] in occasione di una violenta polemica esplosa per una mia improvvida intervista del luglio '88, e l'avvocato Tarantino scriveva sul Secolo d'Italia, il 17 agosto '88: "E allora un imbroglione c'è, sta a Roma in un palazzo nel centro e lo chiamano potere. Ma è solo un vecchio ipocrita, un cinico mercante, se ne frega dei siciliani onesti, dei figli e dei nipoti. Le occasioni non mancano e a promettere che il nemico non passerà. Un solo dubbio: chi è il nemico, chi loro amico?" Orbene, che questo potere non abbia mai, non dico avute serie intenzioni, ma non ha avuto probabilmente mai intenzioni profonde di combattere la criminalità mafiosa, lo dicono le esperienze di quella prima commissione antimafia che tanto opportunamente, poco fa, è stata richiamata dall'on. Franchi. Perché a leggersi quei volumi della prima commissione antimafia, che operò fino all'inizio degli anni '70, a leggersi quei volumi - per chi ha avuto la pazienza di leggerli -, ma era una lettura estremamente interessante, si trova tutto. Quando nel 1984 Buscetta andò a raccontare ai giudici di Palermo l'esistenza di un'organizzazione verticistica che si chiamava mafia, composta da "famiglie" con determinate caratteristiche, con determinati riti addirittura, quando Buscetta si fermò sulla soglia dei rapporti tra la mafia e il mondo politico, le indagini di quella commissione antimafia non si fermarono. Perché quelle erano una serie di conoscenze che individuavano perfettamente quali erano le caratteristiche del fenomeno. E che cosa avvenne? Mi sembra che sia stato detto che è restato tutto nei cassetti. Il potere non prese quelle iniziative che l'aver accertato l'esistenza di una situazione così pericolosa doveva comportare. E non solo non le prese, ma quelle stesse conoscenze che erano state così tanto lodevolmente acquisite dalla prima commissione antimafia si dispersero totalmente, a livello di conoscenze comuni, di conoscenze culturali degli operatori del settore. Tant'è che, quando sorse la stagione delle grandi indagini del pentitismo, sembravano conoscenze nuove. Ma […][leggendo] gli atti della prima commissione antimafia [ci si accorgeva che] nuove non erano. Non fu cioè utilizzato questo sforzo di conoscenza che fece il Parlamento; e poi chi ne aveva il dovere, chi muoveva le leve politiche, statuali di allora non utilizzò quelle conoscenze perché si intervenisse nel modo in cui si doveva intervenire, poi accennerò brevemente. E dopo ci fu un periodo di dieci lunghi anni di silenzio. Ma per […][farvi immaginare] di che silenzio si tratta io vi posso soltanto citare di quanto poco fosse sensibilizzata la stessa opinione pubblica a reagire a questo fenomeno impressionante che già la prima commissione antimafia aveva evidenziato. Per dirvi di che silenzio si tratti e come coinvolgeva addirittura gli operatori privilegiati del settore, cioè anche i magistrati, io vi cito la mia esperienza all'ufficio istruzione di Palermo, iniziata nel 1975, finita poi nel 1986. Dal 1975 al 1980 in quell'ufficio istruzione, nel centro principale della mafia, nella capitale della mafia - qualcuno non lo vuol sentir dire, io la penso così - in quell'Ufficio istruzione, in quei cinque anni, non si fece nessun processo di mafia. Nessuno. E quando nel 1980 fu fatta la prima grossa inchiesta, quella condotta dal collega Falcone, il cosiddetto processo Spatola-Inzerillo si dice, io non ne ho le prove, ma si è detto abbondantemente che una delegazione di avvocati si recò dal Consiglio istruttore, o da qualche altro, dicendo: "ma non c'era l'accordo che processi per associazioni per delinquere non se ne facessero più?" Credo che sia scritto nei diari di Chinnici, qualcosa del genere. Vi furono cioè dieci anni di assoluta insensibilità e per la mafia questi dieci anni che cosa rappresentarono? Per la mafia questi dieci anni rappresentarono il passaggio dalla dimensione meramente parassitaria a una dimensione imprenditoriale in cui essa diventò produttrice, tra virgolette, di ricchezza. Nel senso che creò i grandi capitali mafiosi e l'enorme pericolo che questi capitali mafiosi rappresentano, perché danno un'enorme forza, un enorme potere di contrattazione alla mafia e quando vengono utilizzati nelle attività paralecite tendono a danneggiare l'economia. Purtroppo questa è una materia che io conosco poco ma mi sembra chiaro che quando si presenti sul libero mercato un'impresa che ottiene capitali facilmente e facilmente li spende, li paga poco o nulla, questa tende naturalmente a marginalizzare l'impresa che invece deve ricorrere ai sistemi normali di mercato per procurarsi il relativo denaro. La mafia quindi, in questi dieci anni di silenzio, diventò potentissima. Subentrò poi, all'inizio del 1980 una breve stagione di profonda attenzione alla criminalità mafiosa. E viene da domandarsi: allora all'inizio del 1980 quel potere si era svegliato, lo stato era intervenuto, aveva deciso, aveva capito [che era necessario] mettere in essere quegli strumenti, quelle conoscenze che avevamo sulla mafia, acquisite tanto lodevolmente dalla prima commissione antimafia, che era ormai [giunto] il momento di partire all'attacco di questo problema e di risolverlo. [E invece no], non è stata unadecisione riferibile al potere. Non è che lo stato nella sua globalità avesse deciso, a un certo punto, di intervenire nei confronti di questo gravissimo fenomeno il quale, per crisi interne, era diventato un gravissimo problema anche di ordine pubblico. A Palermo e in altre città siciliane. No, non è lo stato. Perché tutti sanno che l'inizio delle indagini antimafia di questo decennio, anzi del decennio trascorso perché siamo nel novanta, non fu la risultanza di una decisione dello stato inteso nella sua globalità, del potere, tanto per intenderci, di coloro che muovono le leve dello stato. Quello strumento attraverso il quale furono condotte le più importanti indagini antimafia, tanto per intenderci il pool antimafia, nacque per germinazione spontanea, nacque per iniziative successive di Rocco Chinnici e Antonino Caponnetto, per l'estremo impegno del collega Falcone e di alcuni che gli stemmo accanto, ma nacque sostanzialmente non perché a un certo punto lo stato disse: "bisogna fare queste indagini che non sono state fatte nei dieci anni precedenti e quindi organizziamo un ufficio giudiziario in modo che queste indagini si possa farle, compriamo una macchina da scrivere o una fotocopiatrice che non c'è, compriamo una macchina che non hanno tanto che comincino a lavorare". No! Nacque per germinazione spontanea utilizzando i pochissimi mezzi a disposizione, ritagliandosi uno spazio all'interno di uffici giudiziari decrepiti e sclerotici e operò per qualche anno attraverso strumenti dolorosissimi quale quello del maxiprocesso. Dico dolorosissimi perché mi rendo perfettamente conto anche dei danni del maxiprocesso.