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Antimafia Duemila

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Il potere, lo Stato non ha mai voluto combattere seriamente la mafia
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Fu uno strumento dolorosissimo perché per ripigliare le fila di dieci anni di assenza di indagini occorse creare questo strumento che non era un modello di strumento, non era dovuto a una scelta, era dovuto a una grossa necessità  di ripigliare le fila di questa situazione. Nacque con l'intento di essere l'ultimo, di non porsi affatto come modello processuale ma pur necessario. Fu inventato perché in realtà lo stato, e quando parlo di stato intendo sempre dire lo stato nella sua globalità, nella sua possibilità di interventi, non interveniva e allora bisognò inventare artigianalmente qualcosa. E quando questo cominciò a dare i suoi frutti, perché i pentiti vennero dopo questo impegno, perché i pentiti se non vedono l'impegno dall'altra parte delle barricate non parlano, i pentiti parlano soltanto quando ritengono che ci sia qualcuno che li ascolti, e […] che ci sia qualcuno […] in grado di ascoltarli per saper discernere il grano dall'olio, ma, [dicevo], vennero dopo la creazione di questi strumenti nati per germinazione spontanea. E allora non appena i primi successi tra virgolette, non si tratta di successi, i primi risultati giudiziari si cominciarono a ottenere ci fu un momento in cui lo stato ritenne di impegnarsi pesantemente. Il presidente Giordano fu il protagonista di quella fase, non mi riferisco tanto al protagonista del processo, ma perché ricorderà che in quel momento, per esempio, si riuscì a realizzare a Palermo qualcosa che poi soltanto i mondiali hanno consentito: ad esempio un'aula bunker abbastanza sofisticata - […] non si era mai visto a Palermo costruire qualcosa così velocemente, le costruzioni in genere si iniziano e non si finiscono più - arrivarono poliziotti da tutti i lati, arrivarono mezzi, non sapevamo più dove metterli, noi giudici istruttori avevamo tante di quelle macchine da poterci permettere di cambiarne due al giorno, le fotocopiatrici, le macchine da scrivere che non c'erano mai state si contavano, i computer, addirittura, arrivarono addirittura i computer. Però a che prezzo? Contemporaneamente cominciò a montare una delega inammissibile. Cioè fu fatto sostanzialmente credere all'opinione pubblica che in quell'aula di maxiprocesso si processava la mafia e si doveva decretare in pubblico dibattimento la fine della mafia. Sostanzialmente fu affidata alla magistratura e alle forze di polizia una delega che la magistratura e le forze di polizia, con queste modalità, non avevano nessun diritto né nessun dovere di accettare. Perché in realtà la lotta alla mafia non era quella. Quello era un processo, importante quanto si vuole ma era un processo dove si doveva cercare, e fu fatto egregiamente, di valutare la posizione processuale di imputati, non di mafiosi, perché mafiosi si diventa almeno ufficialmente dopo la condanna. Valutare la posizione di imputati, condannarli se colpevoli, assolverli se innocenti. Non si processava la mafia in quel processo, come sostanzialmente si tentò di far credere ma non da parte dei magistrati, perché magistrati e forze di polizia posero l'accento sin da allora sul fatto che questa delega fosse inammissibile; la lotta alla mafia non era un fatto privato fra magistrati e mafiosi o fra polizia e mafiosi, la mafia bisognava affrontarla soprattutto affrontando le radici socioeconomiche che la generano. Perché altrimenti, accertata l'esistenza di cento mafiosi colpevoli e condannati cento mafiosi colpevoli ne riemergono altri duecento, perché è il sistema perverso che genera il perpetuarsi del fenomeno mafioso. Perché la mafia è qualcosa di diverso dalla banda Vallanzasca o dalla banda Epaminonda. Perché per la banda Vallanzasca si fanno le indagini, si scopre Vallanzasca, si arresta Vallanzasca ed è finita la banda Vallanzasca. E lo stesso vale anche per Epaminonda, anche se Epaminonda aveva qualche contatto con le menti mafiose. Ma la mafia è qualcosa di più. La mafia è una istituzione alternativa che opera sul territorio ponendosi in alternativa allo stato, non lottando con lo stato andando all'assalto dei palazzi comunali o dei palazzi delle regioni, ma cercando di conquistarli dall'interno con il sistema della collusione, della corruzione, della contiguità. Esiste perché ha consenso, perché dove lo stato è debole o non si sa presentare con la forza imparziale delle leggi, il consenso non va allo stato, va a qualcuno che risolve i problemi o che può risolvere i problemi in modo alternativo allo stato. Perché la forza della mafia si basa soprattutto su questo. La forza della mafia si basa sulla capacità di offrire o di apparire offerente di servigi che lo stato non riesce a dare. E basta pensare, e ogni siciliano lo sa, alla giustizia, la mafia appresta anche il servizio di giustizia. Perché qualsiasi siciliano sa che è inutile ricorrere ad un tribunale per riscuotere una cambiale non pagata, perché la causa si vincerà fra dieci anni. Ma il don Tano, il don Peppe, ora non si chiama più don, comunque il capo mafioso a cui ci si rivolge, te la fa recuperare in 24 ore. Il servizio lavoro, la mafia riesce a trovare lavoro e lo stato invece non riesce a fare i concorsi e il servizio d'ordine pubblico, anche la mafia lo fa. Si dice in Sicilia, si dice spesso che quando i capi, i grossi capi mafiosi sono in galera la piccola criminalità dilaga e da fastidio. Perché la signora la sera deve rientrare a casa con la pelliccia e non può essere messa in balia dei piccoli rapinatori. Solo che la mafia questi servigi li offre a somma algebrica zero. Cioè fa una giustizia ma deve contemporaneamente fare un'ingiustizia, da un lavoro a uno ma lo deve necessariamente togliere a un altro. Non li assicura cioè in modo imparziale. Sono queste forme apparenti di assicurare quelle che sono le principali funzioni dello stato quelle su cui la mafia attira consenso. E sono quelle che però creano questo humus fertile per la mafia e la prova si ha, non sto parlando di cose antiche, la prova si ha a Palermo quando si inalberano i cartelli [recanti le scritte] viva la mafia, viva Ciancimino in occasione di manifestazioni di operai licenziati da non so quale  [impresa]. E' avvenuto anche recentemente. E non è [un atto] provocatorio, come ha detto qualche giornale. Quelli dicevano: viva la mafia, viva Ciancimino perché volevano dire viva la mafia, viva Ciancimino. Perché la mafia si regge soprattutto su questo. La droga è un incidente della mafia, la mafia è un'altra cosa, la mafia si sta occupando di droga, è potente anche la droga ma la mafia è un'altra cosa. E' un'istituzione alternativa allo stato che ha per avventura, anzi è, perché i costituzionalisti ci insegnano che il territorio è parte essenziale dello stato e non è il possesso dello stato, la mafia è un territorio.

 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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