Dossier
Giovanni Falcone
Il potere, lo Stato non ha mai voluto combattere seriamente la mafia | Il potere, lo Stato non ha mai voluto combattere seriamente la mafia |
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Pagina 3 di 3 La famiglia mafiosa è un'istituzione che è un territorio o agisce su un territorio in alternativa con l'istituzione pubblica che per avventura agisce sullo stesso territorio. E allora lo scontro come avviene? Non avviene scontro, la mafia risolve i suoi problemi di rapporto con l'istituzione legittima quale è lo stato cercando di condizionarla dall'interno. Ecco il perché del fatto che il rapporto mafia e politica è un rapporto essenziale. La mafia ha bisogno di questo rapporto, ha bisogno di condizionare i politici, cioè coloro che vanno a occupare le istituzioni. E dico occupare a ragion veduta perché fino a quando dureranno questi sistemi di spartizione, lottizzazione di ogni cosa, di enti locali prima di tutto, la mafia avrà il normale veicolo per inserirsi. Sino a quando non si proverà una riforma istituzionale seria e radicale degli enti locali la mafia avrà la strada aperta per inserirsi all'interno di questi enti locali, addirittura con suoi esponenti (in Campania e in Calabria succede). Esponenti mafiosi che in un paese si erano divisi i partiti: uno democristiano, uno comunista, uno socialista, non so se uno missino non voglio offendere nessuno… ognuno di una famiglia, ci stavano tutti. E si erano inseriti personalmente nelle associazioni o hanno mandato propri uomini - caso Ciancimino ad esempio, almeno secondo l'accusa - nelle istituzioni. Oppure le hanno condizionate attraverso le collusioni e le concussioni che trovano terreno fertile in un sistema partitico come quello attuale in cui i partiti, o gli uomini di partito, non è che ritengono di andare a servire le istituzioni ma ritengono, in qualsiasi campo, di andare a occupare le istituzioni. Una volta che le vanno a occupare [queste diventano] di loro proprietà, diventano i normali veicoli di infiltrazione mafiosa nelle istituzioni. Quindi il problema della lotta alla mafia non è che sia un problema prevalentemente giudiziario, o repressivo, o preventivo dal punto di vista giudiziario. Il problema della lotta alla mafia è un problema istituzionale, è un problema socioeconomico. [Necessitiamo] di interventi istituzionali, di interventi socioeconomici che impediscano le ragioni per cui la mafia ha linea nel territorio. E in questa materia che cosa è stato fatto? Non debbo dire nulla, ma debbo dire sicuramente poco. Su questo siamo tutti d'accordo a qualsiasi partito, a qualsiasi ideologia si appartenga. Però lo stato, oltre ad aver fatto poco o nulla con riferimento a questo tipo di interventi non giudiziari, né polizieschi, bensì […] socioeconomici e istituzionali per debellare le vere radici della mafia, dall'epoca della celebrazione del maxiprocesso in poi cominciò a fare ben poco con riferimento all'aiuto concreto che si dava ai magistrati e alle istituzioni per combattere la mafia. O comunque per affrontare il problema della mafia sotto il profilo repressivo, poliziesco. Perché da quel momento, dal 1986/87 l'impegno, anche sotto questo limitatissimo profilo, che è quello giudiziario - perché io sono convinto che si tratti di un intervento limitatissimo perché il più importante è l'altro - cominciò a scemare. Già nel 1986, ricordo che io ne parlai per la prima volta in occasione del primo anniversario dell'uccisione di Ninni Cassarà - nella sala del Consiglio comunale di Palermo fu fatta la commemorazione - e per la prima volta dovetti affrontare il tema della normalizzazione, che io chiamai smobilitazione […][dal momento] che si stava squagliando già tutto. Poi, nel 1988, scoppiò la crisi del pool antimafia che, nonostante le apparenze del documento votato dal Consiglio superiore della magistratura nel settembre di quell'anno, in realtà si è concluso nella smobilitazioneanche del pool antimafia. Che era stata l'unica struttura seria creata dalla base e non dal vertice, dal potere. [Perché non fu il potere] che lo volle, bensì coloro che ne fecero parte. […] fu smontato anche quello. In occasione delle polemiche aspre sorte a seguito della mia intervista del luglio '88 circa la smobilitazione del pool antimafia, il ministro Vassalli intervenne, con un articolo se non piglio errore su Epoca e disse: “beh, tutta questa polemica riconduciamola nei temi istituzionali, probabilmente occorre una legge che regoli il lavoro di équipe, cioè i pool antimafia”. Poi ha fatto il codice ed era l'occasione migliore per inserire in questo codice di procedura penale una regolamentazione dei pool antimafia. Troviamo invece quell'articolo, che non ricordo perché io con i numeri ho scarsa dimestichezza, quell'articolo che è stato citato non so da chi a proposito del coordinamento, e l'altro giorno, in occasione di una audizione della commissione antimafia a cui ho partecipato assieme a quasi tutti i procuratori della repubblica e ai procuratori generali d'Italia, eravamo tutti d'accordo [nel dire] che è inutile fare questa norma sul coordinamento visto e considerato che esso è basato soltanto sull'adesione volontaria dei singoli partecipanti. E io citai il caso di avere invaso l'Italia di talune dichiarazioni importanti che riguardavano fatti avvenuti in Sicilia, a Milano, a Roma ecc. dicendo a tutti i miei corrispondenti Procuratori della repubblica: “visto che abbiamo una fonte comune prendiamo contatti, coordiniamoci per gestirla per evitare che ognuno faccia danno agli altri”. Mi rispose solo […] il Procuratore della repubblica di Reggio Calabria che non era il destinatario dei verbali contenenti i fatti più importanti. E in quella riunione si venne alla triste considerazione che questo coordinamento non è niente. Perché è inutile che una norma dica che i pubblici ministeri si devono coordinare tra loro, e se non si voglio coordinare? O se uno di loro non si vuole coordinare l'altro che strumenti ha? Nessuno. Non esistono strumenti per costringere a coordinarsi. Ed è una cosa importante perché, sempre per tornare al fatto dei pentiti, se io ho un pentito che mi dice fatti che riguardano me, fatti che riguardano altri, faccio i dovuti riscontri, faccio le dovute indagini, poi a un certo punto scopro la fonte perché chiedo i provvedimenti cautelari. Faccio quella che ormai si chiama, con termine americano, discovery. Ma se non sono coordinato con l'altro a cui vengono gli atti gli posso far danno perché può essere che lui è più avanti o è più indietro di me e ha necessità ancora alla segretazione. Dico solo per questo. Anche per queste cose [è necessario il coordinamento], non solo per dirigere indagini assieme ma anche per evitare gravi danni a queste indagini. Il codice di procedura penale non contiene niente di tutto questo. […] L'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale ben poco se non niente, almeno per ora, ha ottenuto e lo sapete che significa che non ha ottenuto niente? Che in Italia viviamo in un periodo che rasenta l'assenza non della giustizia ma della giurisdizione. Perché? Perché non basta il momento normativo perché si cominci a operare con il nuovo codice, al cui tessuto normativo mi riservo, se ho tempo, di fare pochissime critiche. Occorre che il nuovo codice entri in vigore allorché vi siano le strutture adeguate per farlo funzionare, e le strutture non erano adeguate nemmeno a fare funzionare il vecchio. Figuriamoci il nuovo. Che per altro si è rivelato, nonostante le dichiarazioni di principio, si sta rivelando nella pratica estremamente formalistico con riferimento proprio a quella parte delle indagini, cioè quelle di parte del pubblico ministero che dovevano invece essere le più snelle e le più veloci possibili e invece sono infarcite di adempimenti. L'altro giorno facevamo i conti con il gip di Marsala [e siamo arrivati alla conclusione] che per far trascrivere una brevissima intercettazione telefonica avevamo bisogno di tre o quattro mesi, o qualcosa del genere. Per una serie di adempimenti. E' bene che il legislatore tenga presente questo fatto e sollevi il pubblico ministero soprattutto da questo tipo di adempimenti minuti che prevede il codice. Perché sono veramente per la maggior parte inutili, non sono garantisti, non assicurano nessuna difesa a nessuno, servono soltanto perché l'esasperato formalismo, forse degli italiani, tende a complicare necessariamente le cose. Ma la cosa più grave è quella di carattere generale. Lasciamo stare il codice, probabilmente è uno dei migliori codici che siamo mai venuti fuori nella storia del mondo, ma chi lo sta attuando? Ebbene siccome io, come poco fa accennai, sono procuratore della repubblica non di Trapani ma di Marsala, e questo ha la sua importanza perché Marsala - lo prendo come esempio non perché voglio tirare acqua comunque al mio mulino - pur essendo un circondario più grosso di quello di Trapani che ha più abitanti e ha soprattutto la maledetta zona del Belice - con grossissima presenza mafiosa - […] ha dovuto subire quella che è la conseguenza di una legge, entrata in vigore assieme al nuovo codice di procedura penale, che è la modifica dell'ordinamento giudiziario il quale, pochi sanno,ha diviso l'Italia in tribunali di serie A e tribunali di serie B. Nel senso che non essendoci magistrati a sufficienza per istituire il nuovo organo di procuratore della repubblica presso le preture, nei tribunali di serie B, cioè quelli non capoluoghi di provincia, senza tenere conto se si trattava di tribunali piccoli, tribunali grossi, tribunali impegnati nella lotta alla criminalità organizzata oppure no, il Procuratore della repubblica presso il tribunale, cioè io nella fattispecie ma anche il collega di Termini Imerese, anche il collega di Locri e di Palmi, con la criminalità agguerrita che esiste in quelle zone, assomma in se provvisoriamente, e tutti sappiamo che in Italia non c'è nulla di più definitivo che il provvisorio, anche le funzioni di Procuratore della repubblica presso la pretura. E allora da un giorno all'altro, in questi tribunali di Locri, di Palmi, di Termini Imerese consentitemi anche di Marsala, un ufficio che deve interessarsi mediamente di un omicidio alla settimana, perché questa è per difetto la media, uffici che debbono dirigere le indagini riguardanti associazioni criminose estremamente agguerrite vengono immediatamente travolti da una massa di assegni a vuoto, illecite edilizie, contravvenzioni per il 650 del codice penale, guida senza patente, e chi più ne ha più ne metta. I numeri: un tribunale come il mio, che trattava una media di 4.000 procedimenti l'anno, di colpo ne tratta 40.000 senza avere neanche un uomo in più. Ma […][per uomo non intendo] un magistrato in più [ma anche solo] un dattilografo in più. Questo è il modo in cui è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. E che questa sia stata una scelta logica per Lodi o per Legnano, dove probabilmente si è pensato: “Beh, sono piccoli tribunali, lavorano poco, quanto meno facciamogli fare anche il lavoro pretorile”, [non discuto]. Ma è stata una scelta incredibilmente tragica per le zone dove opera la più feroce criminalità organizzata. E dove la struttura giudiziaria della procura della repubblica, che ora ha avuto la delega, deve dirigere sin dal primo momento le indagini di polizia - e indagini di polizia dietro le spalle del magistrato non se ne fanno più -, queste procure sono state travolte da questa massa di carte che non si ha il tempo neanche di scrivere i registri. Registri i quali furono mandati caoticamente lo stesso giorno in cui iniziava a entrare in vigore il codice. Perché ora si è arrivati alla condizione che mentre prima i giudici erano accusati di non riuscire a portare a termine i processi ora non li riescono più neanche ad iniziare. Brevemente perché vi ho tediato troppo. Noi, l'Associazione Nazionale magistrati, nell'ultimo incontro con il Presidente del consiglio dei ministri, il ministro Vassalli,oltre a quel dibattito parlamentare sui problemi della giustizia, abbiamo chiesto che si ponesse subito mano quantomeno a due riforme: dell'ordinamento giudiziario l'una e di diritto sostanziale l'altra. Cose di cui non parla più nessuno. Una è l'istituzione del giudice di pace. Il magistrato deve essere sollevato […] dalle miriadi e miriadi di faccende bagattellari dalle quali oggi viene sommerso. E' vero che i magistrati italiani sono molti ma mai, in nessun paese del mondo come in Italia, la legislazione penale, soprattutto, si occupa di tante sciocchezze. Oggi qualsiasi fatto, anche se non provoca nessun tipo di allarme sociale, viene immediatamente penalmente sanzionato. Perché è la strada più breve. Ma il magistrato deve essere sollevato da questi fatti perché altrimenti giustizia in Italia non se ne farà più. Perché solo se si depenalizzassero gli assegni a vuoto, l'emissione di assegni a vuoto, la giustizia italiana verrebbe sollevata probabilmente del 70% del suo carico di lavoro. Il ministro Vassalli una volta mi confidò in una sua venuta a Marsala che la relazione del progetto di legge per la depenalizzazione di assegni a vuoto… che è un fatto importantissimo! Devono essere depenalizzati! Perché altrimenti la giustizia italiana, per questa sciocchezza, non funzionerà più, perché noi siamo travolti nel nostro lavoro per il 70% almeno da questo. Sono sciocchezze, ma moltiplicando per 1.000, per 2.000, per 3.000, per 4.000, per 10.000 un lavoro, anche ripetitivo, che però si è costretti a fare, ci accorgiamo che non si trova più il tempo di fare il resto. Ebbene, il ministro Vassalli mi confidò che la proposta di legge, o il disegno di legge, non so che cos'era, era stata dimenticata dal relatore nel cassetto essendo il relatore diventato intanto sottosegretario o qualcosa del genere. Mi disse: “la abbiamo dovuta ripescare”. Forse era un paradosso, un’iperbole ma intanto sta di fatto che non se ne parla. Basterebbero soltanto queste due iniziative per ridare fiato a una giustizia la quale si alimenta di meno dell'1% del bilancio nazionale. E con i pattini […] non si può correre né la mille miglia né questa gravissima gara e importantissima scommessa, una gara di Formula Uno, che è il funzionamento della giustizia nel momento della riforma del codice di procedura penale. Grazie.
Convegno dal titolo "Stato e criminalità organizzata: chi si arrende?", tenutosi, in data 22 giugno 1990.
Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila gennaio 2001 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
di Filippo De Lubac – Il Resto
Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
funzioni apicali negli uffici della Procura Generale presso la Corte
d'Appello di Potenza, della Procura Antimafia di Potenza, della Corte
d'Appello di Potenza, della Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Matera, del Tribunale di Matera; 2) dai comandanti
nell'esercizio delle loro funzioni apicali presso gli uffici della
Polizia Giudiziaria presso la Procura Antimafia di Potenza e presso la
Regione Carabinieri di Basilicata; 3) da politici con mandato
parlamentare ricoprenti ruoli di governo
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Articoli precedenti:
- ‘NDRANGHETA:Origini, storia, struttura
-
Il coraggio di Paolo Borsellino
-
Uno studio sulla finanza mondiale
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