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Bush: si' al piano o sara' catastrofe PDF Stampa E-mail

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di Mario Platero - 25 settembre 2008
In un drammatico discorso alla Nazione che ha pronunciato ieri notte dalla Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha descritto un quadro economico catastrofico per il Paese se il pacchetto di salvataggio da 700 miliardi di dollari non sara' approvato al piu' presto dal Congresso.




Il discorso aveva un obiettivo preciso. Convincere milioni di americani lontani dalle grandi metropoli, che guardano con sospetto Washington e i politici, che il piano di aiuti per il sistema finanziario in discussione al Congresso non e' stato ideato per salvare ricchi banchieri e Wall Street, ma l'economia del Paese "…che rischierebbe di entrare in una lunga e dolorosa recessione… – ha detto il Presidente – …cittadini, non dobbiamo consentire che questo accada".
Bush ha offerto un quadro storico della crisi, ha ammesso le responsabilita' di tutti, ma ha anche chiesto di dimenticare per un momento le cause di questa crisi, di unirsi nel momento del bisogno al di la' del colore politico. Ha annunciato di aver convocato per oggi alla Casa Bianca i due candidati alla presidenza, Barack Obama e John McCain, con la leadership del Congresso, per definire insieme le basi per un accordo e per l'unità del Paese, un'azione che non ha precedenti nella storia americana. Se anche quell'appello dovesse fallire, se non si dovesse trovare un urgente consenso per il pacchetto di aiuti al sistema finanziario, Bush ha descritto il quadro catastrofico che potrebbe seguire "L'America potrebbe scivolare in un panico finanziario…piu' banche falliranno, alcune nella vostra comunita'. La Borsa cadra' riducendo il valore delle vostre pensioni, il valore della vostra casa precipitera', i pignoramenti aumenteranno a dismisura, le aziende
 chiuderanno e milioni di americani perderanno il posto di lavoro…non troverete il credito per acquistare un'auto o per mandare i vostri figli al college…".
Un discorso cosi' grave, preoccupato, inusuale per un governante il cui ruolo tradizionale e' sempre quello di rassicurare anche nel momento di maggiore difficolta', potrebbe avere un impatto
molto negativo in borsa, e aggiungere cosi' ulteriori pressioni sul Congresso per raggiungere un compromesso al piu' presto. Ma da Washington sono giunti nella notte segnali di importanti passi avanti verso un compromesso. I repubblicani accetteranno di mettere dei limiti ai compensi degli executive delle istituzioni che approfitteranno del piano di salvataggio e i democratici rinunceranno all'idea di attribuire ai giudici fallimentari poteri per riscrivere ammontari condizioni e scadenze dei mutui. Secondo i piu' ottimisti un compromesso finale potrebbe essere raggiunto gia' nella giornata di oggi.
Nel suo discorso, Bush ha anche descritto il lato forte dell'America. La resistenza davanti alle difficolta'. L'unita' nel momento del bisogno: "Nel lungo periodo gli americani hanno buone ragione per avere fiducia nella nostra forza. E nonostante le correzioni del mercato e i casi di abusi, il capitalismo democratico resta il miglior sistema mai sperimentato… sprigiona i talenti e la produttivita' dello spirito imprenditoriale e da alla nostra economia la flessibilita' e la resistenza per assorbire gli shock, produrre gli aggiustamenti necessari e rimbalzare…". Bush ha ammesso di non vedere di buon occhio l'intervento diretto dello Stato per salvare aziende in difficolta', ma ha sottolineato che in momenti estrema necessita' come l'attuale, non vi sono alternative:" credo che le aziende che hanno fatto le scelte sbagliate debbano fallire. In circostanze normali avrei seguito questo percorso. Ma queste non sono normali circostanze. Il mercato non
 funziona. Abbiamo sofferto di una diffusa perdita di fiducia. E molti settori del settore finanziario americano stanno chiudendo".
Il discorso di Bush, pronunciato dalla Casa Bianca alla Nazione alle 9 di ieri sera, e' il primo della sua presidenza dedicato interamente all'economia e ha chiuso una giornata densa di straordinari sviluppi, una giornata in cui la crisi finanziaria ha avuto il piu' forte impatto diretto sulla politica e sulle elezioni presidenzili. Nel primo pomeriggio John Mcain annunciava di voler interrompere la sua campagna di voler rimandare il dibattito presidenziale di venerdi', il primo dedicato alla politica estera, per potersi dedicare alla solzuione dell'impasse politico a Washington sul pacchetto di aiuti. La dichiarazione coglieva di sorpresa Barack Obama, che aveva a sua volta suggerito a McCain di fare una dichiarazione congiunta sulla crisi. Nel pomeriggio Obama appariva a sua volta in una conferenza stampa per respingere l'idea di sospendere il dibattito:"gli americani hanno il diritto di ascoltare quello che si pensa e come affrontare questa crisi e
 quale impatto potra' avere sulla credibilita' americana nel mondo…". E' chiaro che a questo punto e' John McCain che cerca di guadagnare tempo. Dopo essersi trovato in vantaggio con la chiusura della convention di St. Paul, l'avvitamento della crisi degli ultimi giorni ha avvantaggiato Obama che si trova oggi in testa nei sondaggi, addirittura di 9 punti percentuali secondo il Washington Post. Se per venerdi' il pacchetto non dovesse essere approvato John McCain avrebbe rischiato di trovarsi in una posizione piu' debole, esposto agli attacchi di Obama contro i repubblicani. La speranza ora, per i mercati, ma anche per la politica, e' che il pacchetto possa essere siglato entro venerdi' mattina, e dunque prima del dibattito previsto a Oxford, in Mississipi, venerdi' notte.

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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