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Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow ''L'Ossezia e' l'11 settembre dei russi''
''L'Ossezia e' l'11 settembre dei russi'' PDF Stampa E-mail

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di Massimo Mucchetti
-22 settembre 2008
Milano.
Punta l'indice sul ritaglio del Financial Times con la sua ultima intervista e scandisce: «Non la mia immagine, ma quella di Tskhinvali ridotta in macerie dovevano stampare!».

 


E' l'unica volta che  alza la voce in due ore di conversazione con il Corriere sulla Russia e le sue relazioni internazionali, all'indomani del trionfale concerto agli Arcimboldi dedicato a Prokofiev. L'emozione è comprensibile. Nato 55 anni fa a Mosca da genitori provenienti dall'Ossezia, il più grande direttore d'orchestra russo ha vissuto dai 5 ai 19 anni nella cittadina di Vladikavkaz che, dopo le divisioni postsovietiche, fa parte dell'Ossezia del Nord nell'ambito della federazione russa, mentre l'enclave osseta meridionale è finita alla Georgia. Gergiev è il leader del Teatro Marijnsky di San Pietroburgo, la metropoli da dove provengono il presidente Dmitri Medvedev e il premier Vladimir Putin con i quali ha un'antica consuetudine. La sua partecipazione all'Economical Forum
della città gli aggiunge l'alone, ancorché non autorizzato, del power broker.

Maestro, lei ha difeso l'intervento russo in Georgia. Eppure ricorda l'invasione sovietica di Praga.
«Quella fu un'invasione in nessun modo giustificabile. In questo caso, invece, l'Armata è intervenuta per mettere fine a una strage di civili russi. I cittadini di Tskhinvali erano andati a dormire fiduciosi. Erano i giorni delle Olimpiadi. Ma il giovane presidente della Georgia fece lanciare i missili per colpire da 20 chilometri di distanza. Mille cittadini di origine russa sono rimasti uccisi. Che differenza c'è con l'attentato alle Torri Gemelle? Nessuna. Tranne il fatto che l'Occidente di questo non ha saputo nulla subito. Americani ed europei non hanno visto in tv le rovine della città né ascoltato il racconto degli scampati. Né Putin né Medvedev sono stati ripresi e sentiti mentre visitavano gli ospedali. Solo immagini e parole del presidente georgiano. Come mai del terribile attacco terroristico alla scuola di Beslan avete visto tutto e questa volta niente?».

Il «Washington Post» l'ha criticata per aver scelto, nel concerto in memoria delle vittime di Tskhinvali, la sinfonia «Leningrad» di Shostakovich, inno della vittoria di Stalin…
«Ma quella non è solo musica patriottica contro Hitler, è molto di più: è musica contro il male che penetra nella vita degli uomini. Del resto, venne concepita già prima dell'assedio. E Shostakovich seppe anche, nei limiti dell'epoca, dissentire da Stalin. Si ricordi il suo Macbeth. Ho diretto molti concerti dopo le tragedie: dopo Beslan, lo Tsunami, il terremoto in Giappone. Oggi, la mia è la voce di un uomo che, essendo osseto, cerca anche di moderare le proprie emozioni. Ma a Tskhinvali non c'era più niente. Niente, capisce? Abbiamo suonato tra le rovine».

Come si spiega le critiche occidentali?
«Dovremmo parlare del ruolo della cultura, della musica. I grandi interpretano l'anima del proprio popolo. Tolstoj, Puskin, Ciaikovskij, Prokofiev sono la Russia. Ci sarebbero Verdi, Rossini e Puccini senza l'Italia e l'Italia senza di loro? La cultura può essere un ambasciatore migliore della politica e dell'economia. Il mondo potrà anche dire che Gorbaciov o Eltsin sono cattivi politici, non che Dostoevskij è uno scrittore mediocre. Lo stesso vale per i grandi interpreti. Mravinski, Oistrakh, Rostropovich, Maja Plisetskaya sono simboli di un Paese…».

E Valery Gergiev?
«Non mi posso collocare in quella cerchia. Loro sono già passati alla storia. Ma mi faccia dire ancora: Leonard Bernstein, benché nato in Russia, è americano. Tutto il mondo lo ascolta, e in lui sente l'America...».

Consumo globale e creazione nazionale?
«E' così. E Putin ha il merito di sostenere la cultura. Da 6 o 7 anni il governo sta investendo molto nella salvaguardia di musei, chiese, teatri, i simboli dell'anima russa…».

Non si rischia una cultura di regime?
«La cultura non può prescindere dal rispetto e dall'amore che presuppongono la libertà. Per eseguire Mozart devi amarlo e rispettarlo. Ai musicisti del Marijnsky ho sempre chiesto massima dedizione, non impegno politico. Certo, la guida di quel grande teatro mi ha portato a conoscere personalmente Gorbaciov, Eltsin, Putin, Medvedev. Ma quando il mio amico Anatoly Sobchak, il sindaco di San Pietroburgo, mi chiese di iscrivermi al suo partito, non accettai. Il mio impegno è la musica. L'orizzonte è il mio Paese, tutto, nel suo rapporto con l'umanità».

Il mondo si preoccupa per la deriva autoritaria della democrazia russa.
«Non potete dimenticare che Putin ha trovato la forza, che Eltsin non aveva, di evitare il collasso della Russia, la sua implosione sanguinosa per effetto dei conflitti etnici che per 70 anni erano rimasti sopiti e che poi, causa la fretta della perestrojka,
si erano andati manifestando con crescente violenza…».

Ha forse nostalgia dell'Urss?
«No. Nessuno in Russia vuol tornare indietro. Credo però che Gorbaciov abbia corso troppo, il Paese gli è sfuggito di mano e ha pagato un prezzo pesante. La Cina dimostra un senso della storia più profondo. Il suo regime politico può essere criticato. Ma con rispetto. Quanti morti, quali sofferenze ci sarebbero se la Cina, per inseguire modelli altrui, precipitasse nel caos? ».

Il Caucaso rischia di essere una nuova Jugoslavia?
«La Jugoslavia era assai più vicina all'Europa occidentale, che spingeva per il frazionamento. Nel Caucaso siamo ancora in tempo per evitare il disastro».

C'è chi paragona l'installazione dei missili sovietici a Cuba e l'adesione della Polonia allo scudo stellare americano.
«Se nel 1962 fosse stato possibile chiedere un'opinione ai cittadini sovietici, la grande maggioranza avrebbe risposto che installare missili a cento chilometri dalla Florida era una pessima idea. Credo che se oggi gli americani fossero adeguatamente informati sui missili in Polonia la penserebbero alla stessa maniera. Krusciov battè una scarpa sui banchi dell'Onu per farsi sentire. E fece male. Altri usano oggi un simile linguaggio, e non sono russi».

Una critica a Bush?
«Le rispondo così: Putin e Medvedev hanno ridato orgoglio alla Russia: rispetto di sé, del suo ruolo di potenza globale, accanto a Usa, Europa, Cina. Dio ha creato fiori di tanti colori, ed è la bellezza della natura. I giardini del mondo sono numerosi e diversi fra loro. Servono diversi giardinieri per curarli. Uno solo farebbe un cattivo lavoro».

Che cosa pensa dell'Europa sull'Ossezia?
«La Ue parla tre lingue diverse. Una estrema: tutti uniti contro la Russia. Un'intermedia: indaghiamo ancora che cosa sia in realtà accaduto. Infine la terza di chi ha ormai capito che è stata la Georgia a muovere all'attacco».

E l'Italia?
«L'Italia ha un premier ricco di esperienza che da 5-6 anni è molto impegnato nella costruzione di nuove relazioni tra Russia ed Europa. Chi costruisce non vuole poi distruggere perché altri glielo chiedono».

Sergio Romano, già ambasciatore a Mosca, dice: Russia e Ue dovrebbero fare un grande patto: energia contro tecnologie. Sarebbe la fine vera della guerra fredda. Come la Comunità del carbone e dell'acciaio, progenitrice della Ue, segnò la fine della storica rivalità franco-tedesca e della seconda guerra mondiale.
«E' una proposta assai rispettabile. Il migliore scenario possibile agli occhi di chi, come me, passa metà del suo tempo in patria e metà in giro per il mondo. Del resto, la Russia è già Europa. San Pietroburgo può dirsi una delle città italiane più belle, se i suoi palazzi più importanti li hanno progettati Rastrelli, Quarenghi e Rossi».

tratto da: CORRIERE DELLA SERA

 
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