Dossier
Antonino Giuffrè
Mafia: il nodo politico | Mafia: il nodo politico |
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Pagina 2 di 3 La struttura criminale è divenuta più unitaria e più rigida proprio per assicurare maggiormente un controllo monopolistico del territorio e delle sue risorse, sia perché, come si è detto, Cosa Nostra senza tale controllo non sarebbe più mafia, sia forse per il progressivo diminuire dei proventi dipendenti dal traffico di droga, conseguente non all’abbandono del traffico medesimo, sempre monopolisticamente gestito come recentissime inchieste dimostrano, bensì al ridursi dell’attività di raffinazione, quella cioè che assicurava maggiormente la moltiplicazione dei profitti. Diminuzione dei proventi, non del traffico che ha reso per Cosa Nostra necessario rivolgere nuovamente l’attenzione, mai per altro distolta, a quelle attività meramente parassitarie che un tempo, pur se in ambito economico più angusto, costituivano l’unica fonte di alimentazione dell’affare mafioso. L’implosione verificatasi nell’universo di Cosa Nostra ha comportato probabilmente anche un accentuato processo di semplificazione, non solo all’interno ma anche all’esterno di essa. Non più spazi di autonomia di gruppi o “famiglie” accanto al gruppo egemone e, quindi, la progressiva eliminazione dei precedenti alleati interni e, soprattutto, in periferia, la progressiva riduzione degli spazi di attività storicamente riservati o concessi a gruppi criminali esterni. Mi sembra sia questa la ragione di fondo dell’inarrestabile stillicidio di omicidi che hanno insanguinato vaste aree delle province limitrofe al palermitano, specie quelle di Trapani e Caltanissetta, ormai giunte ai vertici delle lugubri classifiche nazionali sia per valori assoluti sia, con più sinistra evidenza, in valori relativi. Se, pertanto, le più incisive azioni giudiziarie e repressive in genere non sono in grado di infierire decisivi colpi alla tracotanza mafiosa, che ineluttabilmente risorge sempre dalle sue apparenti ceneri, è necessario si prenda atto che il fenomeno va affrontato incidendo a fondo nelle sue radici con una risposta globale dello stato, senza inammissibili ed esclusive deleghe a questa o quella parte del suo apparato e meno che mai a magistratura e forze dell’ordine, la cui sovraesposizione, per tali cause, ha raggiunto in questo decennio limiti intollerabili, con un prezzo di sangue che continua intollerabilmente a essere pagato da coloro i quali finiscono in questa lotta per trovarsi in condizioni di obiettivo isolamento. Più stato. Certo più stato, ma attenzione! Una risposta statuale intensa in termini meramente quantitativi di impiego di risorse umane o finanziarie non risolve il problema e anzi spesso lo aggrava. In un recente incontro svoltosi in Campania ho ascoltato qualificatissimi oratori dichiarare la loro profonda diffidenza verso una profusione di risorse finanziarie che hanno finito per scatenare gli appetiti della camorra, trasformando quelle terre, per il loro accaparramento, in un tragico teatro di sangue. Leggo dei quasi mille miliardi, in valuta di oggi, spesi a Gela dalla Cassa per il Mezzogiorno e di altri 1.873 in arrivo e considero quanto poco queste immani risorse abbiano seriamente contribuito alla rimozione delle cause che danno origine o rendono sempre più tracotanti le organizzazioni mafiose, che scatenano invece sanguinose battaglie per inserirsi pesantemente nei meccanismi di redistribuzione. Ed è noto quali timori si nutrono a Palermo per l’attenzione immancabile di Cosa Nostra al fiume di finanziamenti che si apprestano a riversarsi sulla città. 5 In realtà bisogna prendere atto che il sottosviluppo economico non è, o non è da solo, responsabile della tracotanza mafiosa, che ha radici ben più complesse, tanto da far definire in studi recenti la mafia non il prezzo della miseria ma il costo della sfiducia. Per altro già nel lontano 1876 Leopoldo Franchetti, nello scrivere quello che ancor oggi rimane uno degli studi più coerenti ed esaurienti sulla mafia siciliana e il suo ambiente, individuava due insiemi di cause tra loro collegate. Il primo riguarda l’assenza di un sistema credibile ed efficiente di amministrazione della giustizia. Il secondo si riferisce a una mancanza di fiducia di tipo economico. Ambedue le cause, che possiamo ritenere ancor oggi operanti, importano l’assenza di un apparato statuale credibile sia nel dirimere le controversie naturalmente nascenti dalle private contrattazioni, sia nell’assicurare che tali contrattazioni possano svolgersi in clima di reciproca affidabilità. A sua volta l’arretratezza economica chiude ogni altra via di sfogo all’attività dei privati. L’unico fine, osserva Franchetti, che ciascuno può proporre alla propria attività o ambizione è quello di prevalere sopra i propri pari (“il nemico è chi fa il tuo mestiere”, sostiene un proverbio siciliano). Il desiderio di prevalere sopra i propri pari, congiunto all’assenza di uno stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità di mercato: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali ma di farli fuori. In questo contesto, osserva Franchetti, si cominciano a capire i motivi per cui i mafiosi non emergono come delinquenti comuni che agiscono isolatamente in conflitto con la popolazione. Parte della pubblica opinione li ritiene in Sicilia più che altro degli uomini capaci di esercitare privatamente quella giustizia pubblica su cui nessuno più conta. Quanto di questi concetti conservino ancor oggi gran parte della loro validità emerge in modo inquietante da talune ricorrenti invocazioni alla mafia o a suoi supposti qualificati esponenti verificatesi in occasione di pubbliche dimostrazioni indette per protestare contro asserite ingiustizie sociali o economiche. Analogo aspetto è quello della compenetrazione tra delinquente e vittima che tipicamente si realizza in una delle attività più caratteristiche della mafia, cioè l’offerta di protezione a scopo estorsivo. Infatti, l’aspetto più singolare della estorsione mafiosa è la difficoltà di distinguere le vittime dai complici e il fatto che tra protetti e protettori si stabiliscano legami piuttosto ambigui. La violenza dell’estorsione e gli interessi personali delle vittime tendono a confondersi e a formare un insieme inestricabile di motivi per cooperare. Il vantaggio di essere amici di coloro che estorcono denaro e beni non è quindi solo quello di evitare i probabili danni che seguirebbero un rifiuto ma, in certi casi, può estendersi a un aiuto per sbarazzarsi di concorrenti scomodi. E quanto ai rapporti con la pubblica amministrazione, quale migliore alleato di colui o di quella organizzazione che garantisce un rapporto di “fiducia” nei confronti di un pubblico apparato ritenuto non credibile o non affidabile? Secondo quanto riferito dalla stampa, proprio la più alta autorità regionale ha denunciato “che ci troviamo in presenza in molte Usl e in molti comuni di spinte fortissime, dirette e ravvicinate, da parte di centri criminali che tentano di intervenire come gruppi di pressione, decisivi addirittura nella formazione degli esecutori. L’obiettivo è il controllo del notevole flusso di risorse che questi organismi decentrati amministrano. C’è una pressione sempre maggiore che aree di criminalità organizzata realizzano nei confronti dei punti di decisione e di utilizzo delle risorse”. In tale situazione, così autorevolmente denunciata, quale migliore brodo di colture per organizzazioni che traggono la loro forza dalla inefficienza dell’apparato pubblico e dalla sua incapacità di essere ritenuto meritevole di imparziale “fiducia”? |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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