Dossier
Giovanni Falcone
Mafia: il nodo politico | Mafia: il nodo politico |
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Pagina 2 di 3 La struttura criminale è divenuta più unitaria e più rigida proprio per assicurare maggiormente un controllo monopolistico del territorio e delle sue risorse, sia perché, come si è detto, Cosa Nostra senza tale controllo non sarebbe più mafia, sia forse per il progressivo diminuire dei proventi dipendenti dal traffico di droga, conseguente non all’abbandono del traffico medesimo, sempre monopolisticamente gestito come recentissime inchieste dimostrano, bensì al ridursi dell’attività di raffinazione, quella cioè che assicurava maggiormente la moltiplicazione dei profitti. Diminuzione dei proventi, non del traffico che ha reso per Cosa Nostra necessario rivolgere nuovamente l’attenzione, mai per altro distolta, a quelle attività meramente parassitarie che un tempo, pur se in ambito economico più angusto, costituivano l’unica fonte di alimentazione dell’affare mafioso. L’implosione verificatasi nell’universo di Cosa Nostra ha comportato probabilmente anche un accentuato processo di semplificazione, non solo all’interno ma anche all’esterno di essa. Non più spazi di autonomia di gruppi o “famiglie” accanto al gruppo egemone e, quindi, la progressiva eliminazione dei precedenti alleati interni e, soprattutto, in periferia, la progressiva riduzione degli spazi di attività storicamente riservati o concessi a gruppi criminali esterni. Mi sembra sia questa la ragione di fondo dell’inarrestabile stillicidio di omicidi che hanno insanguinato vaste aree delle province limitrofe al palermitano, specie quelle di Trapani e Caltanissetta, ormai giunte ai vertici delle lugubri classifiche nazionali sia per valori assoluti sia, con più sinistra evidenza, in valori relativi. Se, pertanto, le più incisive azioni giudiziarie e repressive in genere non sono in grado di infierire decisivi colpi alla tracotanza mafiosa, che ineluttabilmente risorge sempre dalle sue apparenti ceneri, è necessario si prenda atto che il fenomeno va affrontato incidendo a fondo nelle sue radici con una risposta globale dello stato, senza inammissibili ed esclusive deleghe a questa o quella parte del suo apparato e meno che mai a magistratura e forze dell’ordine, la cui sovraesposizione, per tali cause, ha raggiunto in questo decennio limiti intollerabili, con un prezzo di sangue che continua intollerabilmente a essere pagato da coloro i quali finiscono in questa lotta per trovarsi in condizioni di obiettivo isolamento. Più stato. Certo più stato, ma attenzione! Una risposta statuale intensa in termini meramente quantitativi di impiego di risorse umane o finanziarie non risolve il problema e anzi spesso lo aggrava. In un recente incontro svoltosi in Campania ho ascoltato qualificatissimi oratori dichiarare la loro profonda diffidenza verso una profusione di risorse finanziarie che hanno finito per scatenare gli appetiti della camorra, trasformando quelle terre, per il loro accaparramento, in un tragico teatro di sangue. Leggo dei quasi mille miliardi, in valuta di oggi, spesi a Gela dalla Cassa per il Mezzogiorno e di altri 1.873 in arrivo e considero quanto poco queste immani risorse abbiano seriamente contribuito alla rimozione delle cause che danno origine o rendono sempre più tracotanti le organizzazioni mafiose, che scatenano invece sanguinose battaglie per inserirsi pesantemente nei meccanismi di redistribuzione. Ed è noto quali timori si nutrono a Palermo per l’attenzione immancabile di Cosa Nostra al fiume di finanziamenti che si apprestano a riversarsi sulla città. 5 In realtà bisogna prendere atto che il sottosviluppo economico non è, o non è da solo, responsabile della tracotanza mafiosa, che ha radici ben più complesse, tanto da far definire in studi recenti la mafia non il prezzo della miseria ma il costo della sfiducia. Per altro già nel lontano 1876 Leopoldo Franchetti, nello scrivere quello che ancor oggi rimane uno degli studi più coerenti ed esaurienti sulla mafia siciliana e il suo ambiente, individuava due insiemi di cause tra loro collegate. Il primo riguarda l’assenza di un sistema credibile ed efficiente di amministrazione della giustizia. Il secondo si riferisce a una mancanza di fiducia di tipo economico. Ambedue le cause, che possiamo ritenere ancor oggi operanti, importano l’assenza di un apparato statuale credibile sia nel dirimere le controversie naturalmente nascenti dalle private contrattazioni, sia nell’assicurare che tali contrattazioni possano svolgersi in clima di reciproca affidabilità. A sua volta l’arretratezza economica chiude ogni altra via di sfogo all’attività dei privati. L’unico fine, osserva Franchetti, che ciascuno può proporre alla propria attività o ambizione è quello di prevalere sopra i propri pari (“il nemico è chi fa il tuo mestiere”, sostiene un proverbio siciliano). Il desiderio di prevalere sopra i propri pari, congiunto all’assenza di uno stato credibile, non può condurre alla normale concorrenzialità di mercato: la pratica che si diffonde non è quella di far meglio dei propri rivali ma di farli fuori. In questo contesto, osserva Franchetti, si cominciano a capire i motivi per cui i mafiosi non emergono come delinquenti comuni che agiscono isolatamente in conflitto con la popolazione. Parte della pubblica opinione li ritiene in Sicilia più che altro degli uomini capaci di esercitare privatamente quella giustizia pubblica su cui nessuno più conta. Quanto di questi concetti conservino ancor oggi gran parte della loro validità emerge in modo inquietante da talune ricorrenti invocazioni alla mafia o a suoi supposti qualificati esponenti verificatesi in occasione di pubbliche dimostrazioni indette per protestare contro asserite ingiustizie sociali o economiche. Analogo aspetto è quello della compenetrazione tra delinquente e vittima che tipicamente si realizza in una delle attività più caratteristiche della mafia, cioè l’offerta di protezione a scopo estorsivo. Infatti, l’aspetto più singolare della estorsione mafiosa è la difficoltà di distinguere le vittime dai complici e il fatto che tra protetti e protettori si stabiliscano legami piuttosto ambigui. La violenza dell’estorsione e gli interessi personali delle vittime tendono a confondersi e a formare un insieme inestricabile di motivi per cooperare. Il vantaggio di essere amici di coloro che estorcono denaro e beni non è quindi solo quello di evitare i probabili danni che seguirebbero un rifiuto ma, in certi casi, può estendersi a un aiuto per sbarazzarsi di concorrenti scomodi. E quanto ai rapporti con la pubblica amministrazione, quale migliore alleato di colui o di quella organizzazione che garantisce un rapporto di “fiducia” nei confronti di un pubblico apparato ritenuto non credibile o non affidabile? Secondo quanto riferito dalla stampa, proprio la più alta autorità regionale ha denunciato “che ci troviamo in presenza in molte Usl e in molti comuni di spinte fortissime, dirette e ravvicinate, da parte di centri criminali che tentano di intervenire come gruppi di pressione, decisivi addirittura nella formazione degli esecutori. L’obiettivo è il controllo del notevole flusso di risorse che questi organismi decentrati amministrano. C’è una pressione sempre maggiore che aree di criminalità organizzata realizzano nei confronti dei punti di decisione e di utilizzo delle risorse”. In tale situazione, così autorevolmente denunciata, quale migliore brodo di colture per organizzazioni che traggono la loro forza dalla inefficienza dell’apparato pubblico e dalla sua incapacità di essere ritenuto meritevole di imparziale “fiducia”? |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
di Filippo De Lubac – Il Resto
Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
funzioni apicali negli uffici della Procura Generale presso la Corte
d'Appello di Potenza, della Procura Antimafia di Potenza, della Corte
d'Appello di Potenza, della Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Matera, del Tribunale di Matera; 2) dai comandanti
nell'esercizio delle loro funzioni apicali presso gli uffici della
Polizia Giudiziaria presso la Procura Antimafia di Potenza e presso la
Regione Carabinieri di Basilicata; 3) da politici con mandato
parlamentare ricoprenti ruoli di governo
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- ‘NDRANGHETA:Origini, storia, struttura
-
Il coraggio di Paolo Borsellino
-
Uno studio sulla finanza mondiale
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