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Antonio Ingroia:Contro la mafia la politica e' in letargo PDF Stampa E-mail

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di Saverio Lodato - 5 settembre 2008
Si sa: la storia di Palermo e della Sicilia, negli ultimi decenni, può essere raccontata come una dolente via crucis fra una lapide e un’altra.



Forse anche per questo qualcuno vorrebbe rimuovere, a Comiso, il nome di Pio La Torre.
E il tutto nei giorni del ventiseiesimo anniversario della strage di Via Carini, in cui furono assassinati Carlo Alberto Dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro. Ne parliamo con Antonio Ingroia, sostituto procuratore a Palermo, che spesso nelle sue indagini si è trovato ad incrociare quel groviglio di interessi in cui la mafia si limita a fare la sua parte, insieme ad altri comprimari.
Ingroia, il 3 settembre 1982 una mano anonima, in via Carini, vergò una frase che fece il giro del mondo: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». Oggi qualcuno prova a fare scomparire il nome di Pio La Torre.
«Ma dietro quell’anonimo c’erano anche indignazione e rabbia. Da quell’indignazione nacque la primavera palermitana, che fu politica e giudiziaria. Che produsse una nuova tensione civile e la rapida approvazione della legge La Torre per la quale fu necessario l’assassinio di Dalla Chiesa non essendo stato sufficiente quello dello stesso La Torre. Anche dal punto di vista simbolico, i due nomi sono collegati. Da quegli eventi nacque la stagione dei pentiti - Tommaso Buscetta in testa -, e il maxi processo».
Quella primavera non appartiene al passato?
«Infatti seguirono lunghi letarghi, stagioni di veleni, denigrazioni contro magistrati e pentiti fino al brusco risveglio dal letargo rappresentato dalla stragi del ’92 e del ’93. Altra rabbia, altra indignazione, altra rassegnazione, un’altra breve primavera. Oggi siamo di nuovo in pieno letargo, dell’informazione, della politica».
Perché giunge a questa conclusione?
«Basta sfogliare la gran parte dei giornali e seguire la tv e il dibattito politico dell’ultimo anno per rendersene conto».
Quelli che considerano lo stalliere mafioso Vittorio Mangano un eroe...
«È il letargo della memoria: cercare di far passare un condannato per mafia come un eroe - dimenticando che magistrati che dalla mafia furono uccisi proprio su quel mafioso avevano indagato a lungo - , ne è un esempio. In altri paesi, di fronte a simili affermazioni, sarebbe scoppiato il finimondo. Non mi pare che in Italia sia accaduto granché».
Quelli, appunto, che vogliono togliere il nome di La Torre dall’aeroporto...
«Questa vicenda fa il paio con l’idea di togliere il nome di Falcone e Borsellino dall’aeroporto di Palermo avanzata da qualche uomo politico...».
Quelli che, intenzionati a ridimensionare il ruolo della magistratura, si dicono ispirati dal Falcone-pensiero...
«Ulteriore dimostrazione che chi queste cose dice pensa di avere a che fare con un paese in totale letargo. Ma c’è di peggio. Quando mi riferisco al letargo, condiviso da politica e grande informazione che vedono solo l’emergenza della cosiddetta criminalità di strada, mi riferisco al fatto che il potere della mafia, soprattutto al sud, è tutt’ora in espansione. E non si tratta di mafia invisibile. Mi chiedo, come mai siano passati quasi sotto silenzio l’uccisione in Campania degli imprenditori che si erano ribellati al racket, e gli omicidi della ’ndrangheta in Calabria. Come mai ancora oggi è lo strapotere della magistratura l’emergenza e non lo strapotere di tutte le mafie?».
Non mi pare che abbiamo parlato molto di Dalla Chiesa.
«Forse non ne abbiamo parlato in modo celebrativo. Ma è proprio pensando a uomini come Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino che mi pongo la domanda: non sarebbe più urgente, invece che intervenire sulla carriera dei magistrati e sulle intercettazioni telefoniche, lavorare all’antico progetto di un testo unico antimafia? E magari anche a un testo unico della legislazione antiriciclaggio, visto che, proprio per gli uomini che abbiamo ricordato, il vero nodo da tagliare è sempre stato quello fra mafia ed economia? Come si vede, il letargo dell’attuale stagione forse non è del tutto innocente, del tutto disinteressato... ».
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Tratto da: l'Unità
 
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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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