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Antimafia Duemila

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Palermo, 12 dicembre 1989 PDF Stampa E-mail
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Palermo, 12 dicembre 1989
Pagina 2
Il moderatore, un uomo estremamente colto ed intelligente, col senso dell’humor, forse quell’humor sottile inglese, pensando che in un convegno di tanta elevatezza culturale un giudice… ma che ci stava a fare un giudice? che può dire in un convegno di alti studiosi di filosofia!, annunciò il mio intervento dicendo che avrei parlato di droga. Lo ha detto quasi con… con ironia certamente. Allora io, lì per lì fui tentato – tanto più che l’uditorio era costituito da ragazzi, principalmente da giovani studenti – di parlare di droga. Poi invece ho preferito – il tema era “Morale, politica e cultura” – inserire l’argomento droga nel problema morale: il problema morale di cui oggi tanto si parla. E perché i politici fanno continuamente richiamo al problema morale? Qual è la ragione? Perché oggi il politico si caratterizza per la amoralità.  Quando non si affrontano questi gravi problemi della mafia, quando non si affronta con la dovuta energia il problema della lotta alla droga, allora non siamo noi soli, noi cittadini, responsabili – noi lo siamo per quella indifferenza che ha caratterizzato il nostro comportamento – ma il politico, che avrebbe avuto il dovere di fare e non ha fatto nulla. Ecco perché quasi un po’ il rimorso, il senso di colpa, il problema morale, che devono essere sentiti da tutti ma specialmente da coloro i quali noi mandiamo col voto al parlamento per darci le leggi. Le leggi che il politico non ci dà. Le leggi che il legislatore non ci dà. E allora le colpe su chi? Beh, sui giudici, sulla polizia, su chi è chiamato istituzionalmente ad applicare le leggi. Ma se non ce le danno, quali leggi dobbiamo applicare noi? Un codice di procedura penale, sul quale non esprimo giudizi, ma che potrebbe sortire effetti negativi anziché positivi, e che pure è da dieci anni in cantiere e non ci hanno ancora dato! Il garantismo. Certo, il giudice non può condannare se non c’è una legge. Ma le leggi ce le devono dare.
     Un’ultima considerazione, prendendo un po’ di spunto da quello che ha detto il prof. Renda sul fascismo. Ma il fascismo non ha combattuto la mafia! Mi consenta professore. Io sono un attento osservatore, non sono uno storico. Però io devo dire che quando Mori affermò di avere debellato la mafia in Sicilia, ingannava per primo se stesso. Storicamente noi ora abbiamo saputo che il fascismo colpì la mafia, diciamo, piccola. Ma la grande mafia, quella che ha sempre imperato sotto tutti i governi e con tutti i regimi, aderì al fascismo, e non fu toccata, non fu mandata al confino di polizia: la grande mafia, quella che dopo l’ingresso degli americani diventò potere di nuovo, dopo quella breve parentesi. E dobbiamo dire che anche nel ventennio i mafiosi più astuti, più furbi e più intelligenti, con l’adesione al fascismo continuarono a comandare. E la frase “abbiamo distrutto la mafia”, era come quella “abbiamo sette milioni di baionette”. Anche quello fu un bluff.
   E allora, signori miei, il rimedio. Ecco: la mobilitazione delle coscienze, la voce ammonitrice del cardinale e del papa. Questo convegno. Io trovo più efficaci queste prese di posizioni. Perché solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando tutti noi uscendo da qui avremo detto o ci diremo: non è stata una riunione accademica, non abbiamo fatto “cultura”, da questo momento in poi noi ci sentiamo solidali con chi è caduto, noi  avvertiamo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia e contro la droga.
Tratto da:  Rocco Chinnici, L’illegalità protetta, La Zisa, Palermo, 1990.
* Testo dell’intervento svolto al dibattito sul tema “Cristiani e uomini di buona volontà di fronte alla mafia”, tenuto presso la Facoltà di Magistero di Palermo il 17 dicembre 1981, pubblicato in Segno, a. IX, Nuova Serie, n. 7-9 (41-42), Palermo luglio-settembre 1983, col titolo “Veramente mi sento responsabile…”.


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila dicembre 2002



 
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    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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