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Mafia, Caruso striglia i politici PDF Stampa E-mail

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di Alessandra Ziniti - 22 agosto 2008

L´addio del questore: "Alcuni esponenti istituzionali hanno le mani legate"
"Lascio una città molto cambiata ma esiste sempre il rischio di fare passi indietro"




Resterà a Palermo fino all´ultimo giorno possibile. Lunedì mattina sarà già questore di Roma ma domani sera all´esordio del nuovo Palermo alla Favorita contro il Ravenna non ci rinuncia. E d´altra parte quella di avere una delle tifoserie più corrette e uno degli stadi meglio gestiti d´Italia è uno dei suoi fiori all´occhiello.
Certo, nella storia della polizia, Giuseppe Caruso sarà ricordato per ben altro. È suo il record delle catture di superlatitanti di Cosa nostra, da Bernardo Provenzano a Totuccio Lo Piccolo. Due colpi che, insieme ad una lunga serie di operazioni della squadra mobile, da "Grande Mandamento" a "Gotha" fino ai vari tronconi di "Addiopizzo", hanno dato colpi senza precedenti all´organizzazione mafiosa azzerandone i vertici ma portando in carcere anche gregari e manovalanza.
«Dal punto di vista mediatico - ha detto ieri Caruso facendo un bilancio dei suoi tre anni e nove mesi alla guida della questura di Palermo - il più grande successo è stato certamente la cattura di Bernardo Provenzano, dopo 43 anni di latitanza. Ma dal punto di vista investigativo mi ha quasi dato più soddisfazione l´irruzione nel covo del boss Totuccio Lo Piccolo, che ci era sfuggito per un soffio qualche mese prima. È stato come giocare al gatto con il topo. Quando abbiamo arrestato Francesco Franzese nell´agosto dell´anno scorso in una villa a Partanna Mondello, eravamo convinti di trovare Lo Piccolo. Da quel momento c´è stata una grande tensione nervosa fino a quando abbiamo trovato il covo. È stata una grande soddisfazione».
Successi che ancora ieri Caruso ha voluto dividere con tutti i funzionari e gli investigatori della squadra mobile, spiegando così quella che ha definito la sua mossa vincente. «Quando sono arrivato a Palermo ho trovato fratture e incomprensioni e ho capito che c´era qualche ingranaggio che andava oleato. La prima cosa che ho fatto è stata quella di creare un nucleo specializzato, collocandolo però in una struttura diversa dalla squadra mobile. E i risultati sono arrivati grazie al lavoro di tutti».
Ma la cosa che più di tutte sembra aver dato soddisfazione a Caruso è la risposta di imprenditori e commercianti che, faticosamente e seppure in numero ancora limitato, dopo l´arresto dei Lo Piccolo, hanno finito con il rispondere ai suoi appelli alla collaborazione. «Quella che si è realizzata a Palermo sul fronte della lotta al racket può essere definita una svolta epocale. Fino a qualche anno fa i commercianti e gli imprenditori che erano disposti a denunciare si potevano contare sulle dita di una mano, oggi sono diverse decine. Un numero rilevante che segnala un´inversione di tendenza». Ai cittadini, alla cosiddetta società civile, al mondo delle associazioni va il plauso del questore che invece non ha risparmiato qualche critica a politici ed amministratori: «Quello che oggi possiamo dire è che lasciamo una Palermo sicuramente migliore. Purtroppo c´è ancora una stasi politico-amministrativa che deve essere rimossa. Alcune istituzioni
 hanno marciato velocemente, altre sono andate a rilento. Bisogna invece viaggiare tutti alla stessa velocità, altrimenti si rischia di tornare indietro. Ci sono politici che hanno mani e piedi legati: devono avere coraggio e agire in assoluta libertà».
Al nuovo questore che si insedierà lunedi, Alessandro Marangoni, Caruso ha un avvertimento da dare: «Sotto il profilo del contrasto alla criminalità l´emergenza forse è stata superata. Gestire la normalità adesso è paradossalmente più difficile». L´ultimo appello del questore che si definisce palermitano d´adozione è per i palermitani:» Rivolgo un invito a tutti i cittadini onesti, che sono la stragrande maggioranza, a considerarsi protagonisti della lotta alla criminalità».

LA REPUBBLICA / PALERMO
 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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