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Abkhazia, l'altro fronte caldo del Caucaso PDF Stampa E-mail
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Abkhazia, l'altro fronte caldo del Caucaso
Pagina 2

putin-web2.jpg

di Carlo Benedetti - 19 agosto 2008
Mosca.
Soffiano venti di guerra anche nelle gole abchase del Kodorskje (quelle che portano ancora i segni dell'antico regno della Colchide) perchè la dirigenza russa - Putin in testa - si dichiara sempre più pronta a sostenere le rivendicazioni separatiste dell'Abkhazia del presidente Sergej Bagapsh.


E così anche questa fetta di territorio compreso nella Georgia (8.600 km² nell'estrema parte occidentale, sulla costa del Mar Nero, con 600mila abitanti) torna al centro del conflitto caucasico: cede alla logica delle circostanze e riapre il "contenzioso" con il potere del georgiano Saakasvili ormai bollato dal Cremlino come il responsabile del genocidio degli ossetini. Tutto era in qualche modo annunciato, ma ora si scopre che sta avvenendo secondo piani già ben prestabiliti, perchè il potere locale - quello che opera nella capitale Sukumi, città segnata da una presenza genovese nel XII secolo - alza il tiro contro Tbilissi dopo che, nel 1992, forte dell'appoggio di Mosca, aveva unilateralmente proclamato la propria indipendenza.

Il conflitto armato scoppiato allora con Tbilisi aveva provocato migliaia di morti. E la pace successiva nella repubblica separatista era stata possibile solo grazie alla presenza dei soldati russi. Ma ora è la guerra dell'Ossezia che riapre i problemi e che, soprattutto, allarma gli abchasi. I quali - sostenitori dell'intransigenza più radicale - temono un blitz georgiano del tipo di quello effettuato contro Tsinkvali.

Ed ecco che Bagapsh - il falco che domina una Abchasia chiamata dalle popolazioni locali "terra dell'anima" - schiera in difesa della autonomia locale il piccolo esercito di 6000 soldati (vanno aggiunti 20.000 uomini della riserva) dislocati in tutto il territorio e dotati di 85 mezzi corazzati leggeri e 50 carri armati pesanti del tipo "T-72". Sukumi guarda anche al mare dove ha una piccola flotta con 5 corvette guardiacoste. E non manca l'aviazione militare con un "Mig-21", due aerei da combattimento "Su-25" e una decina di "Mi-8", "Jak-52" e "An-2".

Ora, mentre la "nazione" si arma, si torna a parlare anche di quei partigiani abkhazi - quei "Fratelli dei Boschi" e delle "Legioni Bianche" - che massacrarono centinaia di georgiani residenti nella regione, e centinaia di migliaia furono costretti ad abbandonare i loro villaggi per fuggire in Georgia. Fu in quel periodo che la Russia post-sovietica non rimase neutrale nel conflitto, parteggiando per i separatisti abkhazi, al fine di impedire il progetto di Tbilissi di costruire - facendolo passare per l'Abkhazia - un metanodotto per portare sul Mar Nero il gas naturale del Mar Caspio. E fu poi nel settembre del '93 che i guerriglieri abkhazi, appoggiati da mercenari russi, conquistarono Sukumi, cacciando le forze georgiane dalla regione ed espellendo poi tutti i civili georgiani rimasti.

Nel '94 una forza di pace russa si stanziò al confine tra Abkhazia e Georgia per evitare scontri, sancendo così il dato di fatto. Alla fine del '94 l'Abkhazia si dotò poi di una Costituzione indipendente e di un Presidente della Repubblica, mai riconosciuto da Tbilisi. Nel '98 si riaccesero i combattimenti tra partigiani abkhazi ed esercito georgiano. A farne le spese, ancora una volta, furono i civili georgiani, uccisi a centinaia. Ora la situazione torna tesa e sembrano delinearsi all'orizzonte le minacce di una rivincita. Secondo Tbilisi la Russia, forte del recente successo ottenuto con la sua macchina militare, potrebbe riaccendere il conflitto con la scusante di bloccare l'escalation georgiana.


 
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