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Le domande che farei a Dell'Utri PDF Stampa E-mail

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di Elio Veltri - 10 agosto 2008
Marcello Dell’Utri per i mafiosi di rango è come una calamita. Lo cercano, lo trovano perché lui non si nega e gli chiedono anche cose impossibili. Se lo incontrassi gli chiederei perché lo cercano sempre per farsi raccomandare, pensando che sia in grado di far modificare la legislazione riguardante il carcere duro e l’articolo 41 bis che lo regola, che poi è l’unica sofferenza che i boss non sopportano, insieme alla confisca dei beni e delle ricchezze accumulate.

Gli chiederei se i contatti e gli incontri che lo vedono sempre convocato da qualche Procura della Repubblica o come persona informata sui fatti o come indagato non smentiscono gli stessi impegni che il governo Berlusconi e il ministro della Giustizia dicono di volere assumere nei riguardi della mafia. Gli domanderei se, da persona accorta qual è, non pensi di aggravare la sua situazione processuale che, se si conclude con la conferma di una condanna per associazione mafiosa, lo porterà direttamente dietro le sbarre. E gli farei anche notare che la guerra di Berlusconi alle intercettazioni telefoniche che per ora non ha coinvolto i processi di mafia, prima o dopo anche gli italiani che l’hanno votato, la interpreteranno come la difesa ad oltranza degli amici più cari, tra i quali certamente c’è Marcello Dell’Utri.
Parliamo dei fatti più recenti che riguardano pezzi da novanta di Cosa Nostra e della ’ndrangheta, a proposto della quale Pablo Patrasso, giornalista di Calabria Ora, quotidiano molto attento alle vicende delle cosche calabresi e, negli ultimi tempi, dei Piromalli, scrive che la «politica c’entra sempre quando c’è di mezzo la ’ndrangheta e a Gioia Tauro c’entra un po’ di più».
Nel 2003 Sara Palazzolo, sorella di Roberto Vito Palazzolo, al secolo, con cambio di nome, Von Palace Kolbatshenko, presunto erede di nobiltà zarista, condannato nel 2006 dal tribunale di Palermo per associazione mafiosa, già inquisito e ricercato da Giovanni Falcone e Rudolph Giuliani e condannato per traffico di droga nel processo Pizza Connection, scampato a sette richieste di estradizione, l’ultima firmata dal ministro Castelli, miliardario e felicemente abitante in una delle zone più belle del Sud Africa, chiede aiuto a Dell’Utri. Lo fa tramite Daniela Palli, nobildonna milanese, che vive in Africa ed è stata ospite di Palazzolo. Il senatore di Forza Italia nel 2003 chiama Sara Palazzolo, successivamente arrestata, alla quale si rivolge con cortesia: «In che cosa le posso essere...» e fissa un appuntamento per la settimana successiva. Dell’incontro ne parla Sara al fratello in una lunga telefonata intercettata. È la stessa Palli che sei mesi dopo (3 dicembre 2003) parlando con un uomo conferma per telefono l’interessamento di Dell’Utri: «Ti ricordi che io a luglio... a giugno... ti chiesi se Marcello poteva fare una telefonata a questa Sara Palazzolo... e lei mi ha risposto: “Sì, l’ha fatta”». L’interlocutore chiede: «Il contatto a cosa approda come fatto successivo? A degli affari o alla pura conoscenza...» e la signora kenian-milanese: «Mah, a risolvere i problemi di Roberto che sono anche quelli di Marcello... processi, cose o non so cosa...».
Ma cosa chiedeva Palazzolo a Marcello Dell’Utri? Solo di «influenzare l’esito della rogatoria, il procedimento di estradizione e il regolare corso (e sinanco lo stesso esito) del presente processo» attraverso «interrogazioni parlamentari, campagne di stampa e altre oscure manovre univocamente finalizzate ad orientare a proprio favore l’attività di pubblici funzionari e persino gli organi giudiziari». In cambio Palazzolo offriva il suo appoggio ad iniziative di affari in Sudafrica e in Angola in vari settori come pesca, miniere, petrolio e lavori pubblici. La sera del 26 dicembre di quell’anno, il 2003, alle 22,18 nuova telefonata tra i due fratelli. Palazzolo è più tranquillo e scherza con la sorella. L’argomento è Marcello Dell’Utri il quale non ha certo bisogno di “essere convertito”: «Non devi convertirlo... è già convertito, no?» e ride. Ma poi diventa serio e pignolo ed elenca le richieste da fare a Dell’Utri, non senza avere raccomandato a Sara di precisargli che suo fratello Pietro Efisio «non ha voluto chiedere a nessuno giù al Sud, qua, là, perché evita di essere coinvolto come altre volte...». È possibile che Dell’Utri non conoscesse la storia personale e criminale di Palazzolo? E non sapeva che le richieste dell’“africano” erano irricevibili? La risposta la darà ai magistrati. Fatto sta che non si è sottratto.
Della seconda puntata hanno parlato i giornali nel mese di luglio. Questa volta sono in ballo gli interessi dei Piromalli, la potentissima cosca della piana di Gioia Tauro, presente in molti paesi del mondo, levatrice della nascita del porto per container tra i più importanti del Mediterraneo, nato con un accordo alle spalle tra la cosca e Angelo Ravano, gran patron di Conship Italia, che quel porto ha immaginato, voluto e deciso di realizzare, appena ha guardato quel mare. Cosa chiedevano i Piromalli a Dell’Utri, tramite il loro amico e sodale Miccicchè, scappato dall’Italia per guai giudiziari e felicemente approdato a Caracas? Una modifica del 41 bis perché il vecchio boss Giuseppe chiuso nel carcere di Tolmezzo, non lo sopporta più e ha problemi a dare ordini e un passaporto diplomatico di qualsiasi paese, anche il più microscopico e sfigato, per Antonio, erede del clan, sempre con lo spettro del carcere davanti agli occhi. Dell’Utri incontra due volte Antonio Piromalli e Gioacchino Arcidiaco, amico e consigliori, e non gli porta fortuna perché successivamente saranno arrestati. Da Caracas, Aldo Miccicchè gli aveva promesso mari e monti, sì proprio mari e monti, perché in Calabria «o si muove sulla Tirrenica, o si muove sulla Ionica o si muove al centro, ha bisogno di noi». La Calabria non è dei cittadini calabresi. La Calabria non è dello Stato. La Calabria non è parte dell’Europa. La Calabria è “cosa loro”. Delle cosche. Della ’ndrangheta. Soprattutto dei Piromalli. Al punto che quando Gioacchino Piromalli, giovane avvocato, viene condannato a risarcire 10 milioni di euro ai comuni di Gioia Tauro, Rosarno e San Ferdinando, dichiara di essere nullatenente - un Piromalli nullatenente! - ma disponibile a lavorare gratis per gli enti pubblici creditori. Incredibile a dirsi, la potenza del nome è tale che la proposta viene accolta dai tre Comuni con la benedizione del Tribunale di sorveglianza.
Chiederei a Dell’Utri come mai ha mandato suo figlio da uno come Miccicchè. Gli chiederei perché ha ricevuto per due volte i Piromalli sapendo chi sono e di cosa è fatta la storia della famiglia. Gli chiederei se pensa davvero che un Senatore della Repubblica, persino in un Paese come il nostro, può frequentare persone cariche di soldi sporchi di sangue e macchiati dai lutti e dalle sofferenze, che durano da un secolo, tanto quanto le cosche Molè-Piromalli.

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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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