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di Marco Travaglio - 10 agosto 2008
Per Piercasinando, fu vittima della «stagione del
giustizialismo». Per l’emerito Cossiga, «uno dei tanti perseguita- ti
dalla magistratura militante». Per l’ex ministro della Giustizia
Mastella, «fu fiaccato da pesanti accuse che si sono dimostrate del
tutto inesistenti, da teoremi poi tutti smentiti». Per quella testa
fine di Bobo Craxi, «quando a Napoli c’erano uomini come Gava la
monnezza non c’era» (infatti lo chiamavano “Fetenzia”). Il professor
Galasso lo definisce «integerrimo» e «uscito sempre benissimo da
qualsiasi aula di tribunale». Il presidente Napolitano denuncia «le
difficili prove personali». Ora, prima che lo scomparso Padre della
Patria venga beatificato, con strade e piazze intestate a suo nome, è
forse il caso di ricordare un paio di dettagli, tratti dalle sentenze
che tutti citano e che nessuno ha letto. Il primo processo a Gava, per
ricettazione, portò alla sua condanna a 5 anni in primo grado, poi
ridotti a 2 in appello (la Cassazione derubricò il reato in corruzione
e fece scattare la prescrizione: dunque era colpevole di tangenti, ma
la fece franca). Il secondo, quello per concorso esterno in
associazione camorristica in seguito alle accuse dei boss pentiti
Galasso e Alfieri, si chiuse con una assoluzione definitiva e un
risarcimento per ingiusta detenzione. Ma basta leggerla (il sito
societacivile.it ne pubblica ampi stralci) per comprendere che il
processo fu doveroso, l’accusa si basava su fatti concreti e
documentati: «Ritiene la Corte scrivono i giudici di Napoli - che
risulti provato con certezza che il Gava era consapevole dei rapporti
di reciprocità funzionali esistenti tra i politici locali della sua
corrente e l'organizzazione camorristica dell’Alfieri, nonché della
contaminazione tra criminalità organizzata e istituzioni locali del
territorio campano; è provato che lo stesso non ha svolto alcun
incisivo e concreto intervento per combat- tere o porre un freno a tale
situazione, finendo invece con il godere dei benefici elettorali da
essa derivanti alla sua corrente politica: ma tale consapevole condotta
dell'imputato, pur apparendo biasimevole sotto il profilo politico e
morale, tanto più se si tiene conto dei poteri e doveri specifici del
predetto nel periodo in cui ricoprì l'incarico di ministro degli
Interni, non può di per sé ritenersi idonea ed affermarne la
responsabilità penale». Ancora: «L’imputato aveva piena consapevolezza
dell'influenza esercitata dalle organizzazioni camorristiche operanti
in Campania sulla formazione e/o l'attività e del collegamento dei
politici locali con i camorristi, sicché non potrebbe neanche ritenersi
che egli si sia interessato della politica locale senza rendersi conto
del fenomeno della compenetrazione della camorra nella vita politica,
alla cui gestione avrebbero provveduto, a sua insaputa, gli esponenti
locali della corrente… Appare evidente che la consapevolezza da parte
dell'im- putato dell'infiltrazione camorri- stica nella politica
campana, insieme allo stretto rapporto mantenuto con gli esponenti
locali della sua corrente e con le istituzioni politiche del territorio
medesimo, nonché all'omissione dei possibili interventi di denuncia e
lotta al sistema oramai instauratosi in zona, costituiscono elementi
indiziari di rilievo da cui potersi dedurre la compenetrazione
dell'imputato nel sistema medesimo, secondo quanto posto in rilievo
dalla Pubblica Accusa… Il Gava non risulta essersi concretamente
attivato, quale capocorrente della Dc o nelle sue funzioni
ministeriali, per porre un argine al fenomeno della contaminazione
politica-criminalità nel territorio campano; come nessuna
iniziativa ha adottato per la sospensione dei consiglieri comunali, di
cui pur conosceva la contiguità alla camorra, sospensione resa
possibile dalla Legge entrata in vigore quando era ancora ministro
degli Interni». Insomma, il ministro dell’Interno Gava stava con lo
Stato, ma anche con la camorra. Se questo, per dirla col professor
Galasso, è «uscire benissimo da ogni aula di tribunale», allora una
strada non basta. Gava merita almeno un monumento equestre.
Ora d'Aria L'UNITA' |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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