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Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow "Mio padre: un uomo di legge che non ha avuto giustizia"
"Mio padre: un uomo di legge che non ha avuto giustizia" PDF Stampa E-mail

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di Anna Foti - 9 agosto 2008

Ha gli stessi occhi scuri e profondi di suo padre e ciò che esprimono mentre parla di lui, Antonino Scopelliti ucciso dalla 'Ndrangheta su ordine di Cosa Nostra il 9 agosto del 1991, è intenso e oscillante.




Esiste una gioia che non potrà mai essere piena, ma che sarà comunque cercata  e desiderata, ed esiste un dolore inestinguibile rimasto nascosto fino a qualche anno fa. Questi occhi scuri e profondi sono di Rosanna Scopelliti, figlia adesso ventiquattrenne del giudice Antonino Scopelliti ucciso da colpi di lupara a Campo Calabro dove era in ferie diciassette anni fa, quando lei era soltanto una bambina. Era agosto e a settembre avrebbe dovuto discutere le argomentazioni di rigetto dei ricorsi in Cassazione avverso le condanne nei confronti dei più importanti e pericolosi esponenti di Cosa Nostra nel primo maxiprocesso. Da allora e fino all'omicidio Fortugno nell'ottobre 2005 e alla successiva ribellione dei ragazzi di Locri, nessuna fiducia più nella Calabria era stata riposta da Rosanna. Adesso, nonostante l'indignazione di una sentenza ignobile che nel 2004 ha soltanto assolto, senza decretare alcun responsabile per l'omicidio di suo padre, giudice che la storia ha confermato essere stato solo, Rosanna si unisce alla voce di quei ragazzi. Così da Roma, dove vive e studia, periodicamente torna in Calabria per testimoniare che nessun cambiamento è possibile senza una cittadinanza attenta, vigile, coraggiosa e unita. Nel ricordo dell' impegno di un uomo di legge contro la mafia e nel monito di una giustizia rimasta incompiuta, anche quest'anno Rosanna Scopelliti e la Fondazione intitolata a suo padre si sono fatte promotrici, accanto la movimento “E adesso ammazzateci Tutti” guidato da Aldo Pecora, del secondo meeting giovanile nazionale Antimafia in svolgimento a piazza Duomo oggi e domani. Strill.it ha voluto raccogliere la testimonianza diretta di Rosanna che ha iniziato con il raccontare cosa abbia destato in lei nuova fiducia in una terra che le aveva lasciato solo un vuoto incolmabile e che le suggeriva solo il rosso del sangue versato da suo padre e il grigiore di un'indifferenza immeritata e vile. 

 

“Dopo anni di lontananza ho risposto al richiamo di giovani, come me, che pretendono un cambiamento. L'omicidio di mio padre che, convinto che la sua terra e la sua gente non lo avrebbero mai colpito alle spalle, rifiutò la scorta, rappresentò per me la distruzione della Calabria di cui lui stesso mi raccontava e che lui stesso mi insegnava ad amare. Nasce così la decisione mia e di mia madre di allontanarci in modo definitivo da questa regione. Il processo che seguì e  l'assenza di responsabili che la sentenza decretò, aggravarono questo divario, in ragione di un'indifferenza che perdurava e che sentivamo colpirci allora come all'indomani dell'omicidio. La sensazione che provavo era di immensa tristezza per una terra incapace di rialzarsi. Una terra che comunque non era più casa mia. Gli avvenimenti della fine del 2005, l'omicidio Fortugno e la marcia dei ragazzi a Locri mi hanno scossa. Sentivo quel richiamo ad una speranza che forse aspettavo da anni e che per lungo tempo avevo soffocato. Mi sentivo finalmente capita da persone di questa terra. Nasce così la mia vicinanza al movimento Ammazzateci Tutti cui ho deciso di affidare la memoria di mio padre perché, al di là delle marce e delle manifestazioni, c'è un impegno serio portato avanti con le difficoltà tipiche di chi si propone di operare, restando libero. Questo cammino era anche il mio, ecco perchè ho deciso di unirmi a loro. Un cammino che si pone anche contro quella mafia di terzo livello, quella che si infiltra e si annida nelle istituzioni. Quella più pericolosa.” 

 

Cosa ti ha lasciato la drammatica esperienza della perdita di tuo padre?
“Io ho pagato un prezzo altissimo. Quasi tutta la mia vita senza mio padre. Tuttavia ho imparato che non bisogna restare inginocchiati ma raccogliere piano, piano tutte le forze possedute, ricaricarsi e combattere. Io ho impiegato quattordici anni per farlo ma ora so che era necessario.” 

 

Ti sei mai sentita in pericolo per il tuo impegno?
“Non mi sento in pericolo solo perchè io ho già pagato il mio tributo e credo che la mafia più pericolosa ormai sia quella nascosta, quella che condiziona senza che ciò sia percepito e che si può contrastare facendo rete e restando uniti. Non mi stancherò mai di dire che bisogna avere fiducia nelle istituzioni e che in Calabria la gente onesta rappresenta la maggioranza della sua popolazione. Eppure poche famiglie tengono in ostaggio un'intera regione.  Mi viene in mente il condizionamento degli esercenti costretti a pagare il pizzo e i risultati che si potrebbero ottenere se gli imprenditori si unissero e denunciassero. I risultati che potrebbero ottenersi se la cittadinanza scegliesse con fermezza da che parte stare, subito! Cominciando dai ragazzi come disse Salvatore Boemi, in occasione dell'incontro in memoria di Falcone e Borsellino lo scorso maggio.” 

 

Tu hai fiducia nello Stato? 
“Paradossalmente si! Io l'avevo perduta ma adesso ho capito che lo Stato fa ciò che può.” 

 

Cosa ricordi tuo padre? 
“Ci sarebbero tante cose che non potrei sintetizzare. Della sua vicinanza come padre era ricca la mia quotidianità. Ero molto piccola quando lui fu ucciso, ma ciò che più mi è rimasto impresso è quel senso di sicurezza che mi proteggeva quando stavo in famiglia con lui e mamma. Purtroppo allora non potevo capire cose che adesso mi sono più chiare. Continuo a conoscere mio padre, a restargli vicino attraverso dei suoi scritti che leggo continuamente, perché continuamente posso imparare da essi. Leggendo rendo conto di quanto già, nel 1975, mio padre fosse riuscito a prevedere quella che oggi è acclarata:  l'infiltrazione della mafia nelle istituzioni. Lui parlava di sé come di un giudice perseguitato per poter essere libero. Quanto accaduto a Luigi De Magistris non è poi così lontano da quello che accadeva a mio padre nel 1975. Quando realizzo quanto attuale sia ancora quello lui scriveva negli anni Settanta, quando realizzo questo parallelismo, inizio a preoccuparmi perché le pressioni e gli impedimenti continuano a minacciare l'espletamento della funzione istituzionale della magistratura. Io spero che evoluzioni ci siano. Avrebbero già dovuto esserci.  Se la magistratura è in pericolo, come anche i recenti ritrovamenti di microspie presso la Procura di Reggio Calabria dimostrano, anche i cittadini e le istituzioni tutte lo sono e a quel punto sono necessarie prese di posizioni più forti che, a mio avviso, sono mancate.” 

 

Credi anche tu che la lotta alla mafia abbia bisogno di eroi?
“Assolutamente no! Mio padre non era un eroe ma solo un magistrato che compiva il suo dovere e rientrava in questo dovere, rifiutare i cinque miliardi di lire offertigli per “aggiustare” il maxiprocesso. Il punto è che coloro che compiono il loro dovere sono sempre pochi, la società civile resta muta e forse bisognerebbe cominciare a non pretendere di più solo dalle istituzioni e dalle forze dell'ordine, poiché resiste nel tempo una cittadinanza che non si sente responsabile, che non si indigna, che non sostiene, che si gira dall'altra parte. Io ancora ricordo il silenzio assordante attorno all'omicidio di mio padre, forse proporzionato al bisogno di insabbiare la questione per cui è avvenuto. E' vergognoso che nessuna luce sia stata fatta su quanto avvenuto al momento dell'omicidio ed è inaccettabile sentire dire che chi sa, non parlerà mai. Allora non parli neanche di mio padre, non offenda ulteriormente la sua memoria.” 

 

Cosa vedi nel futuro tuo e di questa terra?
“Spero di laurearmi, proseguendo comunque nell'impegno della Fondazione e del movimento nel ricordo i papà e a fianco dei familiari delle vittime di mafia, per cercare nel nostro piccolo di adoperarci per la giustizia. La responsabilità è di ognuno e noi cercheremmo di sensibilizzare e stimolare la Calabria ad abbandonare questa coltre di indifferenza per risollevare la testa e tornare libera, senza  delegare oltre.”  

 

Termina così ma chiacchierata con Rosanna Scopelliti che, sorridendo, riconosce di essere tornata a sentirsi orgogliosa di questa sua rinnovata vicinanza alla Calabria. 

Tratto da:  http://www.strill.it

 
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