| Impossibile che l’America non sapesse |
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Un «ordine» che non esisteva da 16 anni, dal lontano 1992, in cui, subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Georgia proclamò la propria indipendenza e, immediatamente dopo, l’Ossezia del Sud proclamò la propria indipendenza dalla Georgia, applicando a sé gli stessi identici diritti che la Georgia aveva applicato nei confronti della Russia. Solo che la Russia di Boris Eltsin non fece guerra alla Georgia per questo, mentre la Georgia attaccò l’Ossezia del Sud massacrandone almeno due migliaia di cittadini. Ma non riuscendo a piegarne la resistenza, anche perché non la Russia, ma una parte dei generali russi e l’aiuto dei fratelli osseti del Nord, fornì armi, retrovie, sostegno. Da allora le cose erano rimaste a quello status quo. I russi avevano frapposto - ricevendone il mandato dalla Comunità di Stati Indipendenti di cui la Georgia era ancora parte, sebbene sempre meno impegnata - una forza d’interposizione certo non molto neutrale ma neppure apertamente ostile ai georgiani. Gli osseti del Sud si erano dati un governo, un presidente. Sebbene la popolazione dell’Ossezia non sia mai stata superiore alle 100 mila unità, il retroterra osseto, in territorio russo, con la qualifica di Repubblica autonoma, aveva forza a sufficienza per fornire elettricità e gas, vettovaglie, e Mosca a sua volta, per pagare le pensioni e gli stipendi dei funzionari pubblici. Tbilisi non ha mai riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud. Mosca non ha mai riconosciuto all’Ossezia lo status di paese indipendente. E si è proceduto così. Per sedici anni. Dunque quando Saakashvili dichiara di voler ripristinare l’ordine costituzionale si riferisce a un ordine che non esiste praticamente dall’atto di nascita della Georgia post-sovietica. La domanda è dunque: perché adesso? C’era urgenza? Forse che Tbilisi temeva di essere invasa da una capitale, Tzkhinvali, che è più piccola di Pavia? Ovviamente non è questa la spiegazione. La spiegazione sta nella bandiera europea, blu con tante stelle gialle, che Saakashvili esibiva alle sue spalle, ben visibile alla tv l’altro ieri mentre annunciava l’offensiva. Una forzatura, perché la Georgia non è parte dell’Europa. Forzatura, tuttavia, assai significativa. Saakashivili non ha certo agito senza consultare i suoi principali benefattori, gli Stati Uniti. Se ha agito è perché ha avuto il consenso di Washington. Immaginare il contrario significa non conoscere il peso dell’influenza americana nella Georgia attuale. Il problema è che la Russia non è più quella del 1992, in ginocchio, e nemmeno quella del 2000, quando Boris Eltsin venne mandato in pensione da Washington e dagli oligarchi russi. Non va dimenticato che i morti di Tzkhinvali e dei villaggi osseti erano in gran parte cittadini russi, con passaporto russo in tasca. Il tornaconto di Saakashvili è evidente: se la Russia si arrabbiasse sul serio, ecco molto più plausibile la sua richiesta di entrare subito nella Nato, e poi in Europa. E l’Europa, che ne pensa? Javier Solana non può dire niente di più e di meglio di quello che gli impongono i governi europei che condividono la strategia di Washington, e di quelli che, pur non condividendola, non osano contrastarla. E la strategia statunitense è fin troppo chiara: tenere la Russia sotto pressione, trascinando Bruxelles nella stessa logica. Resta la domanda che dovrebbe porsi l’Europa e dovremmo porci tutti, almeno tutti coloro che credono nel diritto dei popoli all’autodeterminazione. È questo il modo per risolvere il problema? Una generazione di ragazzi osseti è cresciuta in guerra con la Georgia. Nei cortili delle scuole di Tzkhinvali ci sono tanti cimiteri, con le lapidi scolpite dei nomi degli studenti morti in questi anni di guerra. Resterà, per la storia, la vergogna per chi ha permesso questo scempio. Sempre che le cose non si mettano al peggio. Che è l’ipotesi più probabile. LA STAMPA |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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