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Chinnici il cacciatore dei mafiosi in doppiopetto PDF Stampa E-mail
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Chinnici il cacciatore dei mafiosi in doppiopetto
Pagina 2

Ma furono le finalità preventive che incisero in modo ancor più determinante nella decisione di eliminarlo. E infatti era stato compreso il grave pericolo derivante dalle fondamentali intuizioni e dal lavoro svolto dal magistrato, orientato all´analisi dei fenomeni associativi, all´individuazione dei veri capimafia e ai loro rapporti con esponenti del mondo finanziario e politico - fra i quali i cugini Salvo, i baroni del sistema privatizzato di riscossione delle imposte - anche attraverso l´adozione di tecniche investigative di tipo bancario e patrimoniale, per l´epoca innovative, mirate a verificare i collegamenti tra i vari esponenti mafiosi.

Il consigliere Chinnici fu tra i primi a comprendere l´unitarietà del fenomeno mafioso. Stava conducendo le indagini, sulle quali lavorò instancabilmente sino a pochi giorni prima di morire, relative al procedimento originato dal famoso rapporto giudiziario congiunto, redatto dalla squadra mobile di Palermo e dal nucleo operativo dei carabinieri, nei confronti di 162 persone, fra i quali personaggi del calibro di Michele Greco, sino ad allora particolarmente rispettato negli ambienti della Palermo bene, di Riina, Provenzano, Pippo Calò, Raffaele Ganci e di molti altri rimasti sino ad allora sconosciuti. Nell´ambito di quell´inchiesta aveva coordinato l´operazione sfociata nel mandato di cattura a carico di 14 personaggi ai quali venivano contestati omicidi strategici per la vita dell´organizzazione, fra i quali la strage della circonvallazione, il delitto Dalla Chiesa, il tentato omicidio di Totuccio Contorno. È proprio attorno a queste inchieste che prese spunto il primo maxiprocesso alla mafia che portò, il 30 gennaio 1992, alla prima grande sconfitta giurisdizionale di Cosa nostra, con il passaggio in giudicato di numerose condanne, il riconoscimento della sua esistenza quale struttura unitaria e gerarchizzata e delle sue regole.

Sin dai primi anni Ottanta Chinnici aveva percepito la pericolosità e lo spessore criminale degli allora insospettabili cugini Salvo, che non esitava a esternare. Aveva anche manifestato il proposito di arrestarli, come ricordarono Ninni Cassarà e Paolo Borsellino ai giudici di Caltanissetta. Nel suo assassinio, come in altri delitti eccellenti, si riscontra la convergenza tra l´interesse della mafia e quello dell´agglomerato politico-imprenditoriale che vi ruotava attorno. La sua eliminazione fu attuata anche per proteggere complici autorevoli, detentori del potere, quali i Salvo e personaggi a loro legati. Ed è proprio su questo tema che dovrebbero concentrarsi ulteriori sforzi investigativi.

A Chinnici va riconosciuto anche il merito di avere compreso che la mafia andava contrastata non solo con la repressione, ma diffondendo tra la gente e nelle scuole la cultura della legalità. Credeva nel coinvolgimento dei cittadini e degli studenti nella lotta contro la mafia e spesso parlava ai giovani per raccontare chi sono e come si arricchiscono i mafiosi, ritenendo che ciò facesse parte dei doveri di un giudice.

La notizia del suo omicidio colpì profondamente Antonino Caponnetto, il quale, pur avendo una posizione prestigiosa a Firenze e sebbene vicino alla pensione, presentò domanda per sostituire il magistrato ucciso e, una volta giunto a Palermo, seppe con determinazione raccoglierne il testimone, organizzando una squadra di magistrati che, continuando il lavoro di Chinnici, avrebbe finito con l´infliggere alla mafia colpi formidabili.

La condotta di Caponnetto e dei suoi colleghi rappresentò un atto di eroismo. Consentì a Chinnici di risorgere, deludendo le aspettative dei mandanti, degli esecutori e dei beneficiari della strage di scompaginare e ridurre alla resa l´ufficio istruzione. 
tratto da: la repubblica edizione palermo


 
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