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Chinnici il cacciatore dei mafiosi in doppiopetto
Pagina 2

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di Luca Tescaroli - 29 luglio 2008

In una delle tante torride estati siciliane insanguinate, un´autobomba telecomandata esplose dinanzi allo stabile di via Giuseppe Pipitone Federico 63, poco dopo le 8. Il forte boato fece tremare il cuore di Palermo che si stava lentamente risvegliando.



La deflagrazione di un centinaio di chili di una potente miscela esplosiva, riposta in una Fiat 126, generò uno scenario apocalittico di morte e distruzione: un cratere annerito profondo un metro, vite spezzate, brandelli di corpi disseminati, lamenti dei feriti, auto scagliate in aria sino al terzo piano, edifici danneggiati, vetri, lamiere e calcinacci sparsi sull´asfalto, alberi piegati su se stessi, desolazione. Il sopraggiungere di cori impazziti di sirene delle forze di polizia, dei pompieri e di autoambulanze, sguardi smarriti e carichi di paura delle persone trovatesi a transitare in quel luogo apparvero come lo specchio inclemente di una città che cercava di capire e di reagire confusamente all´oltraggio subito.

Quell´eccidio stroncò la vita del capo dell´ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, Rocco Chinnici, appena sceso dall´appartamento al terzo piano ove viveva. Stessa sorte toccò al portinaio Stefano Lisacchi e ai carabinieri di scorta, il maresciallo Mario Trapassi e l´appuntato Edoardo Bartolotta, in attesa sul marciapiede che il giudice entrasse nell´abitacolo della vettura blindata per dirigersi al palazzo di giustizia. L´Alfetta corazzata protesse l´autista Giovanni Paparcuri, che si salvò miracolosamente. Rimasero ferite una ventina di persone, per lo più residenti e passanti. Due bambine che stavano dormendo vennero estratte dai genitori dalla valanga di calcinacci che le aveva avvolte.  Erano passati appena 46 giorni dalla strage di via Scobar - nella quale furono uccisi il capitano Mario D´Aleo, l´appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici - quando quel venerdì 29 luglio 1983 l´integerrimo giudice fu rapito agli affetti dei suoi cari. Aveva 58 anni. Consigliere istruttore dal dicembre del 1979, a seguito dell´omicidio del collega Cesare Terranova, era divenuto il padre del pool antimafia che negli anni successivi fu vivacizzato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Quell´azione criminale indusse ad accostare Palermo a Beirut, all´epoca percorso da una sanguinaria guerra civile. In quel momento la fase cruenta dell´ultima guerra di mafia era nella fase finale e i "corleonesi" di Salvatore Riina e Bernardo Provenzano stavano ultimando il progetto egemonico che li portò a controllare l´intera Cosa nostra e i centri nevralgici del potere in città. A combattere la battaglia contro la mafia era un´eroica minoranza di magistrati e appartenenti alle forze dell´ordine, in possesso di lacunose informazioni sul fenomeno mafioso, appoggiata da sparuti politici, amministratori, giornalisti e cittadini comuni.

La strage di via Pipitone Federico ha dato vita a una lunga e travagliata vicenda giudiziaria, protrattasi per un ventennio, con un´interminabile serie di processi seguiti da annullamenti. Oggi però possiamo dire che l´atroce delitto ha dei perché e i responsabili hanno un volto. L´attentato era stato preannunciato al capo della Criminalpol del tempo, Antonino De Luca, da Bou Chebel Ghassan, un libanese legato a vari servizi segreti. Le ambigue verità di Ghassan portarono all´emissione di tre mandati di cattura nei confronti di Michele Greco il "papa", del fratello Salvatore e di un altro Salvatore Greco, suo cugino, "l´ingegnere", nonché all´arresto di Vincenzo Rabito e Pietro Scarpisi. Dopo la celebrazione di sette processi, il 19 giugno 1990 giunse il definitivo proscioglimento della Cassazione. Si dovette attendere il 7 giugno 1996 perché una nuova luce venisse irradiata sulla verità. Nel carcere di Caltanissetta Calogero Ganci mi manifestò la volontà di collaborare con la giustizia, accusandosi tra l´altro di aver partecipato all´uccisione di Chinnici. Seguirono le confessioni di Giovan Battista Ferrante, Francesco Paolo Anzelmo e Giovanni Brusca. Fu quest´ultimo ad assemblare il congegno per azionare la potente carica esplosiva, mentre pigiò il telecomando Antonino Madonia, al quale di recente è stato revocato il regime del 41 bis. Le condanne dei responsabili sono state confermate dalla Cassazione il 21 novembre 2003.

I vertici di Cosa nostra, componenti della "commissione" provinciale di Palermo, vollero la soppressione di Chinnici per ragioni di vendetta e preventive. Importanti procedimenti penali nei confronti di personaggi di notevole spessore mafioso, istruiti in quegli anni sotto la sua direzione, erano stati definiti proprio negli ultimi mesi prima della strage con la pronuncia di severe sentenze di condanna, fra le quali quelle di Giovanni Bontate, Nunzio La Mattina e Rosario Spatola.


 
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  • La Rivista
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    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...


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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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