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Antimafia Duemila

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Riforme e indipendenza della magistratura PDF Stampa E-mail
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Riforme e indipendenza della magistratura
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Ed accusando la magistratura associata di inammissibili resistenze corporative all’ipotesi di radicali riforme in questa direzione. Resistenze asseritamente corporative che in realtà si risolvono nella doverosa difesa di principi costituzionalmente garantiti. L’obbligatorietà dell’azione penale indispensabile per assicurare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge non è, senza gravissimi danni, removibile dal nostro sistema, a nulla rilevando in contrario i dotti richiami di diritto comparato riferibili a sistemi politici costituzionali profondamente diversi dal nostro. Ed a nulla vale l’ossessivo richiamo alla cosiddetta discrezionalità di fatto che indurrebbe il Pubblico Ministero a operare comunque scelte discrezionali delle quali non risponderebbe ad alcuno. E’ vero che l’estensione a dismisura della tutela penale conseguentemente all’enorme numero di procedimenti che grava sul sistema giudiziario penale impedisce di fatto agli organi di accusa di perseguire ogni caso con eguale sollecitudine, ma resta sempre da dimostrare che da parte dei pm vengano di fatto operate vere e proprie scelte discrezionali, nel senso che l’attività repressiva venga deliberatamente omessa in casi nei quali potrebbe realmente essere dispiegata. Solo scelte siffatte potrebbero essere correlate ad una responsabilità politica quale è quella prefigurata dall’organo di accusa mentre invece la soluzione sta a monte espellendo dal sistema penale le miriadi di piccoli reati che estendono a dismisura una tutela che dovrebbe essere riservata, secondo quanto ci hanno insegnato, ai fatti di più apprezzabile rilevanza. E d’altra parte un legislatore, abituato da decenni a vanificare con ricorrenti provvedimenti di amnistia, l’incessante lavoro della magistratura per tener dietro a migliaia di ipotesi di reato ben più efficacemente perseguibili in via amministrativa, non è poi per certo legittimato ad addebitare alla magistratura la responsabilità di avere adottato asserite irresponsabili scelte che in realtà sono poi soltanto la risultante di un’intollerabile sproporzione fra quantità di casi penali da un lato, termini e mezzi per occuparsene dall’altro. Se pertanto è pretestuoso invocare la cosiddetta discrezionalità di fatto, cui può porsi rimedio per altra più accettabile via, per richiamare invece ad una responsabilità politica del pm e se pertanto l’azione penale è, e deve restare obbligatoria, non vi è più motivo che un organismo soggetto soltanto alla legge debba essere invece posto alle dipendenze dell’esecutivo. Resta però, specie in materia di indagini sulla criminalità organizzata, il problema del collegamento fra i vari organi del pm, che in tale indagine hanno l’obbligo della direzione. Ma il problema è tecnico, non politico, a meno che l’insofferenza verso qualsiasi forma di direzione dell’esecutivo, e anche verso quelli che non intacchino l’indipendenza e l’autonomia del pubblico ministero, non finisca per precludere alla magistratura associata qualsiasi possibilità di manovra. La criminalità organizzata spazia con la sua attività ben oltre i limiti angusti delle circoscrizioni, che nella quasi totalità dei casi sono addirittura meno ampie delle stesse province. Il pool antimafia di Palermo intuì questa innegabile realtà con riferimento a Cosa nostra e ritenne di risolvere il problema attuando quella radicale forma di collegamento costituito dalla unificazione di tutte le indagini su questa più grave forma di criminalità. A seguito di note decisioni della Suprema Corte, si ritornò al nefasto sistema delle indagini parcellizzate e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Nonostante le promesse del ministro Vassalli, il problema dei pool, che è poi quello del collegamento delle indagini, non venne affrontato legislativamente se non con inconcludenti disposizioni del nuovo codice di procedura penale esortanti al coordinamento volontario. Nessuno tuttavia può realmente coordinare, se non dirigendo. Il radicale ridimensionamento contenuto nel nuovo codice di procedura penale e dei principi gerarchici all’interno degli uffici di procura, fra le procure generali e quelli della repubblica, ha reso di fatto impossibile coordinare alcunché. Queste gerarchie vanno ricostituite, almeno a livello di procure generali, esistenti su base regionale, ove dovrebbero essere accentrate, ripristinando i poteri di allocazione, le indagini sulla criminalità organizzata operante oltre le sedi circoscrizionali. Il rifiutare anche questi accomodamenti interni irrispettosi dei principi in cui tutti crediamo rischia di avere un unico sbocco, che è quello perseguito, più o meno dichiaratamente, dal potere politico. (7 giugno 1991 Vasto Congresso nazionale dell’Associazione Nazionale Magistrati “il giudice fra crisi della giurisdizione e problemi…”) di Paolo Borsellino Io sono stato sempre estremamente convinto che la mafia sia un sistema, non lo chiamerei tanto parallelo, lo chiamerei alternativo al sistema dello Stato perché è proprio questo che distingue la mafia da ogni altra forma di criminalità. E in particolare nell’ordinamento, nel nostro stato, a differenza che in qualsiasi altro Stato, si tratta di una organizzazione criminale dal grossissimo potere, così come organizzazioni criminali di grandissimo potere e di grandissima potenzialità vi sono negli altri stati, ma il nostro, mi pare, che sia, credo, l’unico stato in cui a chiare lettere si è potuto dire, da tutte le parti politiche, che l’esistenza di questa forma di criminalità mette addirittura in forse l’esercizio della democrazia. E perché? Perché probabilmente in nessuna altra parte del mondo esiste una organizzazione criminale la quale si è posta storicamente, e si continua a porre, nonostante talvolta questo lo abbiamo dimenticato e nonostante talora facilmente si continui a dimenticare, che si continua a porre come un sistema alternativo, un sistema alternativo che offre dei servigi che lo Stato non riesce ad offrire. Questa è la particolarità della mafia e, anche nel momento in cui la mafia traeva – e forse ancora continua, anche se probabilmente in diminuzione – traeva i suoi massimi proventi dalla produzione e dal traffico delle sostanze stupefacenti, l’organizzazione mafiosa non ha mai dimenticato che questo non costituiva affatto la sua essenza. Tanto che, e questo lo abbiamo vissuto tutti quelli che abbiamo partecipato a quella esperienza del maxiprocesso e del pool antimafia, tanto che anche in quei momenti, anche quando vi erano famiglie criminali mafiose che guadagnavano centinaia e centinaia di miliardi, se non migliaia, dal traffico delle sostanze stupefacenti, quelle stesse famiglie non trascuravano di continuare ad esercitare quelle che erano le attività essenziali, perché la droga non lo era e non lo è mai stata, essenziale alla criminalità mafiosa. Cioè quella di continuare ad esercitare, quella che è la caratteristica fondamentale della criminalità mafiosa, che qualcuno chiama territorialità, e che comunque si riassume nella pretesa, non di avere ma addirittura vorrei dire io di essere un territorio, così come il territorio è parte essenziale dello Stato, tanto che lo Stato “è” un territorio e non “ha” un territorio, perché è una sua componente essenziale, dico la famiglia mafiosa non ha mai dimenticato che sua caratteristica essenziale è quella di esercitare su un determinato territorio una sovranità piena. Poiché si determina naturalmente un conflitto tra uno stato che intende legittimamente esercitare una sovranità su un territorio e un ordinamento giuridico alternativo, il quale sullo stesso territorio intende esercitare una analoga sovranità, con mezzi diversi ma una analoga sovranità, si determina questo conflitto. E questo conflitto – ecco perché io non le chiamo istituzioni parallele ma soltanto alternative – si compone normalmente non con l’assalto al palazzo del comune o al palazzo del governo da parte delle truppe della criminalità mafiosa, ma normalmente si compone attraverso il condizionamento dall’interno delle persone, o il tentativo di condizionamento dall’interno, delle persone atte ad esprimere, delle persone fisiche atte ad esprimere la volontà dell’ente pubblico, che rappresenta sul territorio determinate istituzioni. Naturalmente, naturalmente la risoluzione finale del problema, consiste nel chiudere… naturalmente la risoluzione finale del problema, la finalità a cui deve tendere chi veramente intende, cioè le forze politiche che veramente intendono combattere la mafia, è quella di chiudere, di chiudere questi canali di infiltrazione, attraverso il quale la volontà delle persone fisiche che impersonano l’ente pubblico, o coloro che sono abilitati ad esprimere la volontà dell’ente pubblico, delle istituzioni pubbliche che operano sul territorio, vengono condizionate da questa istituzione alternativa. Il chiudere come? Perché ci sono stati chiesti esempi concreti. Ebbene in Italia mi sembra che tutti abbiamo talvolta la sensazione che le istituzioni pubbliche non vengano considerate tanto dalle forze politiche organizzate in partiti come quelle istituzioni dove andare attraverso i partiti a scegliere i migliori che vanno a impersonarne la volontà di queste istituzioni, ma le istituzioni pubbliche vengono considerate normalmente come teatri o agoni di lobbies che li dentro si azzuffano e si scornano per impossessarsi, quanto più possibile, di fette di questo potere e di esercitarlo in funzione non tanto del bene pubblico, ma di esercitarlo in funzione di interessi particolari. E questo è l’accusa che da più parti politicamente si fa a quella che viene chiamata, da tutti dispregiativamente, ma da tutti sostanzialmente sopportata, “partitocrazia”. Cioè l’occupazione da parte dei partiti e delle lobbies partitiche, delle istituzioni pubbliche il che naturalmente crea la strada naturale perché all’interno di queste istituzioni pubbliche si formino quelle volontà che non sono dirette al bene pubblico ma sono dirette ad interessi particolari. Chiudere queste strade attraverso interventi, anche istituzionali, evidentemente significa chiudere possibilità di accesso delle organizzazioni criminali all’interno di questo tipo di organizzazione. E sicuramente questo deve farsi salvando, è logico, i princìpi democratici che reggono, oggi, pressoché tutte le nostre istituzioni. Però, ad esempio, la sordità del potere politico a modificare radicalmente quelle che sono la legislazione che regola, ad esempio, gli enti locali è chiaro che è una sordità nei confronti di un problema il quale, una volta affrontato e risolto al migliore dei modi, trancerà, chiuderà, impedirà l’accesso all’interno di questi enti locali di queste lobbies che andranno lì dentro, o di queste lobbies o comunque di queste infiltrazioni che possono provocare, provocano normalmente la possibilità che… le volontà di persone a cui è attribuito il potere di esprimere la volontà di queste istituzioni siano rivolte non al bene pubblico, ma siano rivolte agli interessi particolari di questa o di quel gruppo affaristico, fra i quali primeggia l’organizzazione mafiosa. (27 marzo 1992, Palermo. Intervento di Paolo Borsellino in occasione di una tavola rotonda sul tema mafia, criminalità, giustizia, magistratura, superprocura). di Paolo Borsellino La domanda che oggi ci poniamo, o meglio vi ponete, è che cosa interessa a voi della mafia. Perché è interessante che voi sappiate e parliate di mafia? E a questa domanda bisogna dare subito una risposta cruda: perché se la mafia fosse soltanto criminalità organizzata, una forma pericolosa quanto si vuole di criminalità organizzata, il problema della mafia interesserebbe soprattutto gli organi repressivi dello stato, polizia e magistratura, e ai giovani della scuola fregherebbe ben poco, se non come interesse generale a che la criminalità organizzata venisse comunque repressa. E questo era sostanzialmente il discorso che si faceva, o era sotteso, in Sicilia sino a qualche tempo fa perché in effetti nessuno pensava di andare a parlare ai giovani di mafia, nessuno pensava di entrare nelle scuole a parlare di mafia, nessuno pensava di parlare di mafia addirittura all'interno delle famiglie. E allora avveniva qualcosa di strano. Avveniva che, proprio perché la mafia non è e non è soltanto una forma di criminalità organizzata, i giovani siciliani crescevano in una curiosa situazione, quella di non sentirsi parlare mai di mafia da nessuno.

 
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  • La Rivista
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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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