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Incidente nucleare, 100 contaminati PDF Stampa E-mail

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24 luglio 2008
Francia Tornati a casa gli operai. Due settimane fa si era verificato un altro caso nello stesso impianto
Centrale di Tricastin, fuga radioattiva. Il direttore: rischio a livello zero

 

VALENCE — Nuovo incidente in una centrale nucleare in Francia. Cento operai dell'impianto di Tricastin, nel Sud del Paese, sono stati «leggermente » contaminati da una fuga radioattiva avvenuta in un reattore in manutenzione.
L'incidente è avvenuto alle 9.30, ma la direzione della centrale — dove il 7 luglio si era verificata una fuga di acqua contaminata da 74 chili di uranio non arricchito — ha diffuso la notizia solo in serata e non ha allertato l'Ue.
Secondo Alain Peckre, il direttore della centrale, l'incidente è di «livello zero» (la scala di pericolosità va da zero a sette) e gli operai sono stati colpiti da una quantità di radiazioni «40 volte più bassa della soglia annuale: non ci saranno conseguenze né sull'ambiente né sulle persone».
Il quarto incidente in impianti atomici francesi in poco più di due settimane provoca forti preoccupazioni in un Paese che ottiene l'80% della sua elettricità dal nucleare.
Ripercussioni anche in Italia, dove il governo ha annunciato l'intenzione di tornare al nucleare (il ricorso al quale fu abrogato da un referendum nel 1987). Il ministro ombra alle Politiche Comunitarie, Maria Paola Merloni (Pd), ha detto che l'esecutivo deve chiedere subito chiarimenti all'Ue.
corriere della sera  24 luglio 2008


 
 
Nei casi gravi, nel raggio di 300 metri non c'è scampo. «Ma oltre, i danni si possono curare»

«Quantità di radiazioni e distanza: ecco la mappa del pericolo»

MILANO — Incidente nucleare, nube radioattiva, contaminazione di acqua e suolo. Torna alla mente l'incubo del dopo Cernobyl: la paura di restare colpiti dagli effetti a distanza della dispersione nell'atmosfera di sostanze radioattive che possono danneggiare la salute anche dopo anni. Per fortuna gli ultimi incidenti, in Slovenia e in Francia, sono molto limitati. Nessun pericolo per la salute dei cittadini.
Ma che cosa sarebbe accaduto se la nube radioattiva fosse andata in giro come nel caso di Cernobyl o se fosse stata contaminata la falda acquifera? «In questo tipo di incidenti — spiega Roberto Orecchia, radioterapista allo Ieo di Milano — vengono emessi nell'aria o nell'acqua diversi isotopi radioattivi. Alcuni decadono subito, altri persistono negli anni e sono causa di gravi effetti sulla salute. Per esempio: il cesio perde metà della sua pericolosità in 30 anni, mentre l'uranio addirittura ce ne mette 1.500».
Nel momento dell'incidente tutto dipende dalla quantità di radiazioni. Di solito, nei casi gravi, nel raggio di 300 metri dal luogo dell'emissione i livelli di esposizione superano la dose massima tollerabile dall'uomo: 8 gray (l'unità di misura della radioattività assorbita), che è quella oltre la quale il 50% degli esposti muore. O subito per l'incidente o in base alla dose delle radiazioni: danni alla mucosa che riveste stomaco e intestino (8-10 gray) a partire da 3 giorni dopo l'esposizione; danni all'apparato che produce le cellule del sangue, il midollo osseo (in 3-4 giorni si azzerano i globuli bianchi e non vi sono più difese immunitarie, in 7-8 giorni si abbassano le piastrine e le emorragie si susseguono, in 10-12 giorni calano i globuli rossi).
E oltre i 300 metri? Risponde Orecchia: «Di solito i disturbi non sono letali: i danni all'organismo si possono curare». Può aumentare l'incidenza delle neoplasie a carico del sangue (leucemie e linfomi) dopo 6 anni dall'esposizione, dei tumori solidi (alla tiroide) dopo 8-15 anni. Altri organi sensibili sono mammella e polmone. Per la popolazione i rischi vengono dai cibi e dall'aria che si respira, dopo la contaminazione radioattiva. I bambini fino a 10 anni sono i più a rischio (leucemia).
Mario Pappagallo
corriere della sera  24 luglio 2008

 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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