| Decapitate le cosche Molé e Piromalli |
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Monica Centofante - 24 luglio 2008 Tra le più potenti della Calabria, decapitate nelle scorse ore dai carabinieri del Ros del tenente colonnello Valerio Giardina, dagli agenti della Squadra Mobile di Renato Cortese, dal commissariato di Gioia Tauro diretto dal vicequestore Pino Cannizzaro. Venti in tutto le persone fermate su richiesta del procuratore capo Giuseppe Pignatone e dei sostituti Salvatore Boemi, Roberto Di Palma, Roberto Pennisi, Michele Prestipino e Maria Luisa Miranda. Tra le quali figurano imprenditori e professionisti secondo l'accusa legati alla cosca nella gestione di alcuni affari. In primis: il Porto di Gioia Tauro, il più importante del Mediterraneo per numero di movimenti e a breve destinatario di finanziamenti per centinaia di milioni di euro. A far decidere i magistrati della Dda di Reggio di operare i fermi – eseguiti, oltre che in Calabria, anche a Roma e Milano - la consapevolezza del pericolo reale di fuga di alcuni indagati chiamati a rispondere di associazione mafiosa, ma soprattutto il tentativo di evitare il compimento di omicidi in risposta al delitto del boss Rocco Molè, ucciso il primo febbraio scorso. Particolare che ha sottolineato anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso - ieri in Calabria - il quale ha accennato al “probabile ricorso ad altri fatti di sangue” prima di specificare che nonostante il regime di detenzione del 41 bis “ormai per i boss è possibile comunicare efficacemente con le loro organizzazioni”. “In questi mesi – sono state le sue parole - abbiamo registrato un'intensa attività da parte dei fratelli Rocco, Domenico e Girolamo Molé, in carcere da tempo con pesanti condanne definitive, che davano istruzioni su come muoversi ai parenti. Tutto questo ci ha allarmati”. E sarebbe questo il motivo per cui i magistrati reggini avrebbero disposto le perquisizioni tuttora in corso in varie carceri italiane e in particolare all'interno delle celle degli istituti di massima sicurezza dove sono detenuti i principali esponenti delle cosche Molé e Piromalli. Secondo quanto si è appreso, gli inquirenti sarebbero infatti alla ricerca di eventuali pizzini o messaggi che i boss detenuti dovevano inviare all'esterno oltre ad altro materiale che potrebbe essere utile per le indagini. E mentre si attendono i risultati di tali perquisizioni, tra i colletti bianchi che figurano nel provvedimento di fermo spicca intanto il nome di Aldo Micciché, un faccendiere originario di Marapoti, già dirigente della Democrazia Cristiana, da anni rifugiato in Venezuela e definito dai magistrati come un “personaggio dai rilevanti trascorsi penali, tali da valergli un cumulo di pena di anni 25 di reclusione e coinvolto anch'egli in una indagine relativa al traffico di stupefacenti che pesa sulla sua figura, nonostante l'esito per lui positivo del procedimento”. Oltre che personaggio al centro di un'inchiesta su presunti brogli degli italiani all'estero alle ultime elezioni, nata da quella che ha portato agli odierni fermi. E che ha visto il coinvolgimento di Marcello Dell'Utri, il quale secondo gli investigatori si sarebbe incontrato, grazie alla mediazione dello stesso Micciché, con Antonio Piromalli – capo della “famiglia” e figlio di Pino Piromalli alias “Facciazza”, in carcere con il 41bis – e suo cugino Gioacchino, avvocato condannato per mafia. Ricevendo dai boss calabresi anche richieste di alleggerimento del 41bis. Le stesse che sarebbero state rivolte, sempre tramite Micciché, anche all'ex ministro Mastella e al vicesegretario nazionale dell'Udc Mario Tassone. Ma procediamo con ordine.
I contatti con Clemente Mastella... Nel corso di alcuni discorsi intercettati dagli inquirenti Aldo Micciché parla di Mastella con Antonio Piromalli e riferisce di un colloquio avuto con una persona che avrebbe dato disposizioni ad altre persone di cui fa il nome aggiungendo di averli già contattati. Secondo la lettura degli investigatori tali personaggi sarebbero da identificare in due componenti della segreteria al ministero di Mastella e in un esponente del movimento giovanile dell'Udeur. Ancora, si legge nelle carte del provvedimento di fermo, vi sarebbe una telefonata fatta dallo stesso Mastella a Micciché, dopo che quest'ultimo avrebbe tentato invano di contattare il ministro. “Va detto – scrivono sul punto i magistrati - che la conversazione non affrontava alcun tema specifico e anzi Mastella si affrettava ad interromperla dopo aver compreso l'identità del suo interlocutore che gli parlava di possibili appoggi elettorali”. E “poiché – proseguono – sia Piromalli che Micciché erano consci delle difficoltà dovute al particolare momento in cui si viveva e che limitava obiettivamente l'ambito di operatività dei loro referenti, nonostante tutta la buona volontà degli stessi, già pensava Micciché ad ulteriori vie per la soluzione del problema”. “Ho l'impressione però – sono le parole dello stesso Micciché – che non si riesce a manovrare bene. Qui dovremo forse a mio avviso fare un altro tipo di rapporto e lo devo fare in Lombardia”. Ovvero, secondo i magistrati, alla “massoneria”.
...con Marcello Dell'Utri... Sempre secondo quanto riportato dai magistrati della Dda nel provvedimento di fermo, alla fine dello scorso anno Gioacchino Arcidiaco, strettamente legato ad Antonio Piromalli di cui è cugino, avrebbe dovuto incontrare l'allora onorevole, oggi senatore, Marcello Dell'Utri per prospettargli alcune situazioni riguardanti la “famiglia” e sollecitare un suo intervento. A prova di ciò vi sarebbe una telefonata tra Micciché e Arcidiaco nel corso della quale è il primo a dare istruzioni al secondo in vista di quell'incontro. “La Piana – dice Micciché nel colloquio intercettato dalla squadra mobile – è cosa nostra facci capisciri. Il Porto di Gioia Tauro lo abbiamo fatto noi. Insomma! Hai capito o no? Fagli capire che in Aspromonte e tutto quello che succede là sopra è successo tramite noi, mi hai capito?”. Poi avrebbe aggiunto: “Ricordati che la politica si deve saper fare. Ora fagli capire che in Calabria o si muove sulla Tirrenica o si muove sulla Ionica o si muove al centro ha bisogno di noi. Hai capito il discorso? E quando dico noi intendo dire Gioacchino e Antonio (secondo gli investigatori due componenti della famiglia Piromalli ndr.), mi sono spiegato?”. Secondo gli investigatori, Arcidiaco sarebbe poi riuscito ad incontrare Dell'Utri “ma di tale incontro – si legge nel provvedimento di fermo – non è stato possibile apprendere il contenuto”.
...e con il vicesegretario Tassone Ancora, al vicesegretario Tassone Micciché avrebbe invece chiesto, più specificamente, di adoperarsi per alleggerire il regime di carcere duro inflitto al boss Giuseppe Piromalli. E a dimostrarlo una telefonata risalente al novembre scorso, intercettata dagli investigatori, nel corso della quale Micciché avrebbe riferito ad Antonio Piromalli, figlio di Giuseppe, di aver parlato proprio con il Tassone. “Anche se in questo caso, non vi è prova di un contatto diretto”, scrivono ancora i magistrati, altre circostanze “lasciano intendere come pure in questo caso non si tratti di mere vanterie dell'interlocutore del giovane mafioso”. Tanto che Micciché, rivolto al boss, avrebbe aggiunto: “Ti stanno aspettando a braccia aperte, da Casini a scendere”.
L'immunità per Antonio Piromalli Altro obiettivo della cosca Piromalli sarebbe stato quello di far ottenere l'immunità al boss Antonio Piromalli attraverso il conferimento di una funzione consolare per conto di un qualsiasi stato estero. Un progetto spiegato ancora da Gioacchino Arcidiaco nel corso di un colloquio con Aldo Micciché al quale avrebbe anticipato le richieste che intendeva rivolgere al “senatore”. “Su questo abbiamo discusso in famiglia – è la voce di Arcidiaco – eh... noi abbiamo solo una richiesta che non è né finanziaria né di mio zio né di altri... è che almeno, non tanto su di me, ma quanto su mio cugino gli venga riconosciuta in qualche forma... in qualche cosa... l'immunità”. “Va beh è naturale” è la risposta di Micciché, a seguito della quale Arcidiacono prosegue: “..guarda Aldo che gli venga dato un consolato, dello stato russo, vietnamita, arabo, brasiliano non mi interessa...”. Micciché: “Questo lo possiamo fare!” Arcidiaco: “...ecco perché se c'è zio fuori e pure lui... poi siamo rovinati!” Micciché: “Naturale”.
La delusione Ma è all'inizio di gennaio che i due prendono atto del fallimento dei loro tentativi di far attenuare il 41bis al boss Giuseppe Piromalli. Fallimento, scrivono i pm, “dovuto alla impossibilità dei referenti politici ed istituzionali contattati di affrontare e rivolvere la situazione per tutto un insieme di problemi dovuti sia alla paura dei soggetti di muoversi in un terreno così pericoloso, e sia alle difficoltà giudiziarie del ministro della Giustizia. Neppure 'il senatore' ha possibilità di muoversi in questo campo”. Due mesi dopo, a marzo, saranno i discorsi del leader del Pd Walter Veltroni a far preoccupare Micciché. “Hai capito il discorso? - dice a un non meglio identificato interlocutore commentando la volontà di Veltroni di non volere i voti della mafia – Hanno respinto ogni forma, ogni cosa!”. Insomma, scrivono sul punto i pm di Reggio Calabria, la mafia avrebbe percepito “come una sventura il rifiuto dei propri voti da parte di una formazione politica, a perfetta conferma, sia delle dinamiche comportamentali delle organizzazioni mafiose, che della particolare e spiccata mafiosità dei soggetti in questione, che delle ragioni per le quali hanno, invece, offerto il loro appoggio ad altra formazione politica i cui rappresentanti entrati in contatto con loro, non solo non hanno rifiutato, ma in qualche caso hanno accettato tale tipo di appoggio, e li hanno sollecitati ad attivarsi per la fornitura di tale appoggio”.
Le reazioni A seguito delle notizie sul provvedimento di fermo pubblicate dall'agenzia Ansa e che in queste pagine riportiamo, il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, incontrando i giornalisti per illustrare i dettagli dell'operazione, si è affrettato a precisare: “Sia chiaro, il senatore Marcello Dell'Utri non è indagato e la sua posizione è quella di persona informata sui fatti”. Riguardo a Micciché ha invece aggiunto: “Si trova in Venezuela e ancora stiamo aspettando che ci racconti la sua verità”. Sulle richieste di “intervento” sul regime di carcere duro rivolte alla politica si è invece espresso il senatore del Pd Giuseppe Lumia. “Desta molta preoccupazione – ha detto - che imprenditori, o sedicenti tali, si occupino anche di modifiche al regime del 41bis, arrivando a contattare esponenti politici”. “Su questo è bene che sia fatta chiarezza fino in fondo, senza lasciare punti oscuri. Si conferma l'indispensabilità di questo strumento, visto come le cosche lo temono, ma anche che va migliorato con modifiche legislative per impedire che chi è in carcere continui anche ad ordinare omicidi”. “Che il porto di Gioia Tauro – prosegue Lumia – fosse ancora pesantemente infiltrato dalle cosche ci era risultato evidente anche nella missione che avevamo fatto nella scorsa legislatura con la Commissione Antimafia, proprio un anno fa. Questa operazione svela che è in atto un forte contrasto tra le diverse cosche ed ha bloccato una preoccupante esclation, un ottimo risultato”.
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