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Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Disastro Catania, 40 indagati
Disastro Catania, 40 indagati PDF Stampa E-mail

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di Fabio Albanese -21 luglio 2008
Per il buco in comune, ipotizzati l'abuso d'ufficio e il falso: sotto accusa anche Scapagnini




Catania.
L'enorme buco nel bilancio del Comune di Catania mette nei guai l'ex sindaco Umberto Scapagnini, oggi deputato del Pdl, e un'altra quarantina di persone tra ex assessori, funzionari e amministratori di palazzo degli Elefanti. La procura etnea avrebbe già inviato una decina di avvisi di garanzia, destinatari lo stesso Scapagnini, quattro ex assessori delle sue giunte di centrodestra, due ex ragionieri generali e il suo ex capo di gabinetto. Sono tutti accusati di abuso d'ufficio e falso.
Al centro dell'inchiesta, che procede da mesi in un riserbo rotto solo ieri da un'indiscrezione giornalistica che ha molto indispettito i magistrati, ci sarebbe l'indagine di Attilio Vallante e Luciano Cimbolini, i due ispettori del ministero dell'economia che lo scorso anno consegnarono all'allora ministro Padoa Schioppa una dura e allarmata relazione nella quale sono elencati gli enormi debiti accumulati dal Comune di Catania a partire dal 2003, che lo portano «sull'orlo dell'insolvenza», come scrissero, con «anomalie numerose e molto rilevanti», con «violazioni continue di norme di legge e principi contabili».
Un atto d'accusa in fondo al quale era indicato il conto di questi presunti comportamenti: debiti con le banche per 700 milioni di euro, debiti fuori bilancio per altri 41 milioni, pagamenti arretrati per 95 milioni; situazione «fotografata» alla primavera del 2007. L'allora sindaco Scapagnini più volte ha respinto le accuse, comprese quelle sulle tante consulenze per centinaia di migliaia di euro e sulla costituzione di Catania Risorse, una società che doveva servire a risanare i conti vendendo il patrimonio comunale, anzi per «valorizzarlo», come fu scritto nella delibera adottata il 30 dicembre 2006.
All'epoca, l'opposizione di centrosinistra parlò di «singolare tempismo» nell'adozione dell'atto e accusò l'amministrazione Scapagnini di voler svendere i gioielli di famiglia, palazzi e conventi settecenteschi, per ripianare gli enormi debiti. Nel frattempo, la situazione dei conti non è migliorata, tanto che da mesi zone della città restano al buio, compreso il salotto buono di via Etnea, a causa di bollette per venti milioni di euro non pagate all'Enel e per debiti con le società che si occupano della manutenzione.
Non si nasconde la gravità della situazione il nuovo sindaco di Catania, Raffaele Stancanelli, An, che giusto oggi annuncerà la sua giunta: «Sull'inchiesta non ho nulla da dire - afferma - sui conti del Comune invece ho preso un impegno con la città che rispetterò, quello di dire esattamente quale sia la situazione, senza nascondere nulla. E lo farò al primo consiglio comunale». Il Consiglio, però, non si è ancora insediato, anzi ad oltre un mese dalle elezioni non sono stati ancora proclamati i 45 eletti, «per le gravi irregolarità che ci sarebbero nei verbali di scrutinio», ipotizza il centrosinistra. «Di questa inchiesta non sono affatto stupito e chi si mostra sorpreso è un grandissimo ipocrita - dice il numero due del Pdci Orazio Licandro, che con le sue denunce fece scattare l'indagine ministeriale sui conti del Comune - ora la magistratura vada sino in fondo perché non solo si puniscano gli eventuali responsabili ma perché questa diventi anche l'occasione per conoscere le reali condizioni economico-finanziarie della città».
Di «contestazione macchinosa dell'abuso d'ufficio» parla invece l'avvocato Enrico Trantino, che difende alcuni degli indagati. L'inchiesta sul buco di bilancio al Comune doveva restare segreta ancora per un po', anzi tutti gli atti erano stati «secretati». Il titolare, il procuratore aggiunto Giuseppe Gennaro, è sorpreso per la fuga di notizie: «Mi dispiace sia venuta fuori così - dice - e non aggiungo nulla alle indiscrezioni perchè l'inchiesta è in itinere e dobbiamo ancora ultimare alcune cose; anche la secretazione doveva restare un segreto nel segreto».

La Stampa
 
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