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Il valore della memoria nella lotta alla mafia PDF Stampa E-mail

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di Roberto Morrione - 14 luglio 2008
E’ difficile definire la “memoria”, in questa confusa fase della vita italiana, infarcita di amnesie, rimozioni, revisionismi, vissuti del presente in mutazione, che vivono un solo giorno  e non trovano radici per proiettarsi sul futuro.




Eppure la memoria è la principale materia prima della conoscenza, una chiave per affrontare gli eventi e la realtà, individuarne la genesi, analizzarne i dati, comprenderne il significato. Memoria, dunque, non come semplice fotografia del passato, giacimento di un museo destinato al più alle ricorrenze e alle commemorazioni, ma elemento dinamico di interpretazione e di approfondimento di ogni situazione attuale, di cui anche il sistema dell’informazione ha enorme bisogno per infondere passione civile, rafforzare e far crescere motivazioni. Come nel campo solitario e devastato della lotta alle mafie, soprattutto nei territori del Meridione occupati dal crimine organizzato e dal sistema corrotto delle contiguità politico-amministrative, che, nel vuoto lasciato dallo Stato, ne consente il dominio sociale, poi lo sviluppo in immersione, infine il riemergere  al Nord nel gran mare dell’economia legale.
Non c’è purtroppo questo tipo di “memoria” nell’epoca del “consuma e getta”, nell’indifferenza di un’opinione pubblica che, complici l’assenza e il silenzio di giornali e TV, non solo dimentica le innumerevoli vittime della sopraffazione mafiosa, a volte non conoscendone neppure la morte, ma ancor più – nelle rare occasioni in cui è chiamata a ricordarsene – ignorandone i precisi nessi con fatti di drammatica attualità.
Le mafie di questo si fanno un punto d’orgoglio: cancellare la memoria di una delle loro vittime, quando non sono riuscite nel tentativo di disinformazione che spesso segue il delitto, rinsalda il dominio sociale e la loro immagine di invincibilità.
E’ quanto è accaduto per Federico Del Prete e Domenico Noviello, il sindacalista ucciso nel 2002 a Casal di Principe e l’imprenditore assassinato a Castel Volturno nel Maggio scorso. Del Prete cercava di organizzare sindacalmente la miriade di venditori ambulanti che costituiscono un pingue pascolo per la camorra nelle province di Napoli e Caserta. Aveva convinto tanti a non pagare il pizzo, denunciato i corrotti: gli spararono in faccia nel suo piccolo ufficio. Lasciava cinque figli. Da allora i venditori ambulanti sono tornati ad essere “schiavi” del sistema criminale e della corruzione amministrativa. Noviello aveva denunciato nel 2005 i clan dei “casalesi” dopo essersi rifiutato di pagare il racket, testimoniando nell’ambito del primo processo Spartacus. La vendetta è arrivata  anni dopo, perché i clan, diversamente dai media, la memoria la mantengono attiva…
Due uomini onesti, ciò che in terra di camorra vuol dire coraggio. In quell’allucinante distesa di cemento che unisce senza confini urbanistici Casal di Principe, San Cipriano d’Aversa, Trentola Ducenta, Casapesenna. Un ammasso informe di cemento privo di piazze, sagrati, luoghi di socializzazione, spazi urbani riconoscibili, cosparso di immondizie a cielo aperto, discariche abusive, rifiuti tossici che inquinano una bellissima campagna, dove nei dedali grigi emergono le pazzesche ville frutto del malaffare e del crimine, muri altissimi vigilati come fortini.
E i tanti beni confiscati alla camorra, ma abbandonati, non assegnati né gestiti, a volte spogliati o semidistrutti dai “proprietari” prima di varcare la soglia del carcere.
Ora Libera della provincia di Caserta e il Comitato Don Peppe Diana, che insieme a Libera Informazione e ad Articolo 21 hanno dato vita a tre giorni straordinari di impegno civile in nome di quel sacerdote assassinato in chiesa perché “parlava di diritti al suo popolo”, per trasformare la terra di camorra in “terra di lavoro”, formare finalmente una cooperativa di Libera Terra, aprire spazi  associativi, chiedono al Presidente della Repubblica di conferire medaglie al valor civile a Federico Del Prete e a Domenico Noviello.
E’ “un riconoscimento ad una comunità – dicono nella petizione, per la quale Articolo21 e Libera Informazione rilanciano la raccolta delle firme, www.articolo21.info – quella del volontariato e dell’associazionismo, che non vuole arrendersi di fronte a nessuna barbarie, ma si mette in gioco fino in fondo per spezzare il cerchio dell’indifferenza e organizzare la speranza”.
Una memoria che incide oggi, dopo l’esemplare condanna del processo d’appello ai clan casalesi, sul quale solo lo straordinario impatto di “Gomorra” di Roberto Saviano ha fatto accendere per alcuni giorni i riflettori dell’informazione. Una memoria che dice no ai delitti intimidatori di clan ancora fortissimi, come al sistema delle complicità politiche che va ora attaccato nei suoi gangli amministrativi ed economici, insieme con lo sforzo civile di fare breccia nel muro  di un’ostilità popolare frutto di paura, di ignoranza, di sottocultura.
Quelle medaglie al valor civile non parlerebbero solo ai cuori, scolpendovi indelebilmente il ricordo
di quanti hanno sacrificato la vita, ma sarebbero un concreto investimento  per affrontare insieme, Stato e società responsabile, gli enormi problemi irrisolti di una Repubblica che non può permettersi di perdere la guerra contro le mafie, per non perdere sè stessa.
tratto da: articolo21.info
 
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  • Editoriale

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