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Dalla parte della piazza PDF Stampa E-mail

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di Oliviero Beha - 13 luglio 2008

Dal giorno della manifestazione «No Cav Day», a Piazza Navona, l’attenzione dei media si è spostata sempre più e più insistentemente sul cosiddetto lodo post-girotondino del «cui prodest?». A chi conviene o è convenuta una chiamata in piazza di questo tipo?


 E via con l’elenco delle ipotesi peraltro per lo più coincidenti e riassumibili nel classico «si fa il gioco di Berlusconi» e nell’aggiornato «così si fotte la sinistra, a partire da Veltroni». Per carità, politici e analisti (i primi di parte per costituzione... i secondi per format) fanno benissimo dal loro punto di vista.
Fanno benissimo, cioè, a battere sul gioco che hanno sempre fatto, quello della politica politicante, della scacchiera partitocratrica, delle variabili di folla (e poi sulle performance di comici, di soubrette, di «giustizialisti» ancora in vita che citano «fellatio» più o meno manifeste insieme alla «excusatio non petita» della memorabile formuletta, solo lievemente arrangiata per l’occasione). Sembra loro, e vorrebbero far sembrare alla opinione pubblica sempre meno opinione e sempre più pubblica, che il centro della questione sia quello. Anche se questo gioco fondato sulla realtà della politica e non sull’aspetto rovesciato di essa forse ha contribuito pesantemente a portare il Paese nelle condizioni in cui è. E in cui è maturata la manifestazione di Piazza Navona, come pure le sortite parlamentari quotidiane sui vari lodi che intaccano da un lato la Costituzione e dall’altro la «giustizia della giustizia», se così posso esprimermi.
Quindi siamo al paradosso che lo stesso coro greco mediatico che ha accompagnato la classe politica (intesa come classe dirigente complessiva) lungo questo precipizio, circonfusa dai privilegi, invece di vigilare affinché non facesse rotolare l’Italia per la scesa, adesso biasima sguaiatamente chi dal palco mette in guardia sul precipizio stesso. Paradosso che perde di forza di fronte alla seguente e banale osservazione: ma è logico che facciano così, se no dovrebbero confessare la loro collusione con la «deriva» del Paese sotto i colpi della «casta».
Ma torniamo al «cui prodest»: giacché si preoccupano come cani di Pavlov più o meno solo di quello, noi freghiamocene per un momento. Ragioniamo diversamente. Non il criterio di «ciò che conviene» ma quello del «se sia giusto oppure no». In sintesi, è stata «giusta» la piazza peraltro e fortunatamente strapiena, è stato «giusto» il palco e i variegati oratori, è stata «giusta» nel suo insieme la manifestazione? Vediamo. Se l’importante era dare un segnale di non condiscendenza né rassegnazione né menefreghismo nei confronti di ciò che sta facendo il Governo sotto gli occhi di tutti in quanto eletto para-divinamente dalla maggioranza degli italiani, formula democratica che significherebbe in realtà piuttosto la garanzia delle minoranze (se no siamo alla «proprietà privata» del Paese), beh, più giusta di così si muore. Se era altrettanto importante far sapere che la piazza era contro chiunque avesse favorito per zelo, interesse od omissione dai banchi dell’opposizione il «lavoro sporco» del Governo, era giusta a ugual ragione. Chiunque attenti alla Costituzione, dal primo (cittadino) all’ultimo (cittadino), deve sapere che non lo farà con il consenso più o meno tacito e più o meno elettorale degli italiani. Giusta la piazza, allora, e meno male che era piena. Era giusto il palco, ossia chi c’era e ciò che ha detto? Al di là degli attacchi alle persone che hanno parlato sulla base del solito «cui prodest» qui accantonato per cercare di uscirne, sono stati contestati modi e eloqui poco garbati, specie di Grillo e la Guzzanti. In un certo senso, si sarebbe preteso che Grillo non avesse fatto il Grillo e così pure la Guzzanti si fosse deguzzantinizzata. Perché? Per la migliore riuscita della manifestazione, per non spaccare la sinistra, non urtare Napoletano né il Papa ecc. Ma se il Paese fosse ridotto come infatti è, e quindi bisognoso di svegliare le coscienze, e ci fosse stato sul palco qualcuno di caratura superiore, forse non saremmo ridotti come siamo, a dibattere intorno a un cratere. Abbiamo insomma un palco «logico», proporzionato al Paese in avviata decadenza. Vi aspettavate il Che? Ma via...
Poi qualcuno degli oratori sarà stato più felice, qualche altro recitava una parte, qualcuno forse vendeva una merce, e infine il tasso di pathos, di dolore per lo stato del Paese poteva essere variabile. E si avvertiva, giù, nella piazza sudata e compatta. Ma insomma, era un palco all’altezza o al livello di un’Italia sfinita, che appunto si specchia nei lavori parlamentari. Quindi senza troppe ciance in politichese sul «cui prodest», giusta la piazza, giusto eppur discutibile il palco, giusta la manifestazione nel suo complesso. Quello che è davvero sbagliato è il punto cui siamo arrivati, sfarinandoci per la china: la stessa classe politica che ha ridotto il Paese così, «a misura di Piazza Navona» sia pure a contrariis, negli ultimi quindici anni è ancora più o meno in sella, più o meno con gli stessi ruoli. Non va a casa mai nessuno. Ancora. Si usano sempre pesi e misure diverse: pensate se l’anno scorso ci fosse stato Berlusconi stesso, e non un tal Cicu, intercettato per le scalate bancarie in telefonate che il Gip Forleo intendeva utilizzare in un processo mentre il Presidente della Repubblica manifestava (eufemismo!) disagio. Che sarebbe accaduto? Saremmo scesi in piazza con un anno di anticipo?
Ancora: nella confusione, è evidente che Di Pietro punta a far crescere i suoi voti, ma almeno lo fa sostenendo delle tesi imperniate sulla legalità. Se poi ha cadaveri nell’armadio, rivediamo volentieri tutto il mobilio. E l’immobilio. E Grillo? Fenomenale motore mediatico, è arrivato al galoppo computerizzato al «tanto peggio tanto peggio», che non inficia la bontà di un’analisi ma rischia di farla diventare un’intemerata spettacolare senza futuro. Che non sia la guerra civile. Parliamone. Quanto all’asterisco di molti degli oratori («che volete da me? sono solo un comico», oppure «faccio satira», oppure «sono solo un giornalista» ecc.), è semplicemente il rogito notarile e allarmante circa un Paese strafatto, anche senza bisogno di cocaina. Dice: «Una risata vi seppellirà». Magari, ma poi? Temo che con le risate non si ricostruisca nulla. Mi contenterei di un po’ di rigore e altrettanta serietà. Per il cabaret, rimando al film omonimo e all’epoca che rappresentava. Per ora qui siamo a una Weimar all’amatriciana. Per ora.
www.olivierobeha.it


tratto da: L'UNITA'
 
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