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Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale
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di Giovanni Falcone
 
Si legge ancora che "questa forma criminosa non specialissima della Sicilia", esercita "sopra tutte le varietà di reati" "una grande influenza imprimendo… a tutti quel carattere speciale che distingue dalle altre la criminalità siciliana e senza la quale molti reati o non si commetterebbero o lascerebbero scoprirne gli autori". Si rileva altresì che, già sotto il governo di re Ferdinando, "la mafia si era infiltrata anche nelle altre classi, cosa che da alcune testimonianze è ritenuta vera anche oggidì". Già nel secolo scorso, quindi, il problema mafia si manifestava in tutta la sua gravità; infatti, si legge nella richiamata relazione: "Le forze militari concentrate per questo servizio in Sicilia ascendevano a ventidue battaglioni e mezzo tra Fanteria e Bersaglieri, due squadroni di Cavalleria e quattro plotoni di Bersaglieri montati, oltre i Carabinieri in numero di 3.120". "Pareva di trovarsi in mezzo ad una fazione di guerra guerreggiata o in un Paese sottoposto all'occupazione straniera…; eppure, tranne qualche timida aspirazione, nessuno osava domandare il ritiro o la diminuzione delle forze; quasi tutti ripetevano dalla ostentazione di esse il sentimento di sicurezza che cominciava a penetrare nello spirito pubblico". Da allora, bisogna attendere i tempi del prefetto Mori per registrare un tentativo di seria repressione del fenomeno mafioso; ma i limiti di quel tentativo sono ben noti a tutti.
Nell'immediato dopoguerra - e fino ai tragici fatti di sangue della prima guerra di mafia degli anni 1962-63 - gli organismi responsabili ed i mezzi di informazione sembrano fare a gara per minimizzare il fenomeno. Al riguardo, appaiono significativi i discorsi di inaugurazione dell'anno giudiziario, pronunciati dai procuratori generali di Palermo. Nel discorso inaugurale del 1954, il primo del dopoguerra, si insiste nel concetto che la mafia "più che una associazione tenebrosa costituisce un diffuso potere occulto", ma non si manca di fare un accenno alla gravissima vicenda del banditismo ed ai comportamenti non ortodossi di "qualcuno che avrebbe dovuto e potuto stroncare l'attività criminosa"; il riferimento, è chiaro, riguarda il procuratore generale di Palermo, dottor Pili, espressamente menzionato nella sentenza emessa dalla Corte di assise di Viterbo il 3 maggio 1952: "Giuliano ebbe rapporti, oltre che con funzionari di pubblica sicurezza, anche con un magistrato, precisamente con chi era a capo della Procura generale presso la Corte d'appello di Palermo: Emanuele Pili". Nelle relazioni inaugurali degli anni successivi, gli accenni alla mafia, in piena armonia con un clima generale di minimizzazione del problema, sono fugaci e del tutto rassicuranti. Così, nella relazione del 1956, si proclama che il fenomeno della delinquenza associata è scomparso e, in quella del 1957, si accenna appena a delitti di sangue da ascrivere, si dice, ad "opposti gruppi di delinquenti". Nella relazione del 1967, si asserisce che il fenomeno della criminalità mafiosa è entrato in una fase di "lenta ma costante sua eliminazione" e, in quella del 1968, si raccomanda l'adozione della misura di prevenzione del soggiorno obbligato, dato che il mafioso "… fuori del proprio ambiente diventa pressoché innocuo".
Questi brevissimi richiami storici ci danno la misura di come il problema mafia sia stato sistematicamente svalutato da parte degli organismi responsabili, benché il fenomeno, nel tempo, lungi dall'esaurirsi, abbia accresciuto la sua pericolosità. E non mi sembra azzardato affermare che una delle cause dell'attuale virulenza della mafia risieda, proprio, nella scarsa attenzione complessiva dello Stato nei confronti di questa secolare realtà. Non si può, comunque, disconoscere che, specie negli ultimi anni, qualcosa sia cambiato, ma, per contro, i livelli di intervento sono tuttora insoddisfacenti e procedono a corrente alternata. Debbo registrare con soddisfazione, dunque, il discorso pronunciato dal capo della polizia, Vincenzo Parisi, appena un mese fa (18 maggio 1988) alla Scuola di polizia tributaria della Guardia di finanza. In tale intervento, particolarmente significativo per l'autorevolezza della fonte, il capo della polizia, in sostanza, individua nella criminalità organizzata e in quella economica i referenti della maggior parte delle attività illecite del nostro Paese, tra le quali spiccano, soprattutto, il traffico di stupefacenti e il commercio clandestino di armi. La criminalità organizzata - e quella mafiosa in particolare -, come si sostiene in quell'intervento, "interagisce sempre più frequentemente con la criminalità economica allo scopo di individuare nuove soluzioni per la ripulitura ed il reimpiego del danaro sporco". L'analisi del prefetto Parisi, ovviamente fondata su dati concreti, ha riacceso l'attenzione sulla cruda realtà delle organizzazioni criminali e denuncia, con toni giustamente allarmanti, il pericolo di una saldatura tra criminalità tradizionale e criminalità degli affari; pericolo che minaccia la stessa sopravvivenza delle istituzioni democratiche, come ci insegnano le esperienza di alcuni Paesi del Terzo mondo, in cui i trafficanti di droga hanno acquisito una potenza economica tale che si sono perfino offerti - ovviamente, non senza contropartite - di ripianare il deficit del bilancio statale.
Ci si domanda, allora, come sia potuto accadere che una organizzazione criminale come la mafia - ritenuta generalmente, per lungo tempo, un fenomeno delinquenziale legato alla situazione di arretratezza socio-economica del Meridione - anziché avviarsi al tramonto, in correlazione col miglioramento delle condizioni di vita e del funzionamento complessivo delle istituzioni, abbia, invece, vieppiù accresciuto la sua virulenza e la sua pericolosità.
Un convincimento diffuso, che ha trovato ingresso perfino in alcune sentenze della Suprema Corte, è quello secondo cui oggi saremmo in presenza di una nuova mafia, con le connotazioni proprie di una associazione criminosa, diversa dalla vecchia mafia, che non sarebbe stata altro che l'espressione, sia pure distorta ed esasperata, di un "comune sentire" di larghe fasce delle popolazioni meridionali. In altri termini, la mafia tradizionale non esisterebbe più e dalle sue ceneri sarebbe sorta una nuova mafia, quella mafia imprenditrice per intenderci, così bene analizzata dal prof. Arlacchi. Tale opinione è antistorica e fuorviante, anzitutto, occorre sottolineare con vigore che Cosa nostra (perché questo è il vero nome della mafia) non è, e non si è mai identificata con quel potere occulto e diffuso di cui si è favoleggiato fino a tempi recenti, ma è una organizzazione criminosa - unica ed unitaria - ben individuata ormai nelle sue complesse articolazioni, che ha sempre mantenuto le sue finalità delittuose. Con ciò, evidentemente, non si intende negare che negli anni Cosa nostra non abbia subìto mutazioni a livello strutturale ed operativo e che altre ne subirà, ma si vuole sottolineare che tutto è avvenuto nell'alveo di una continuità storica e nel rispetto delle regole tradizionali. E proprio la particolare capacità della mafia di modellare con prontezza ed elasticità i valori arcaici alle mutevoli esigenze dei tempi costituisce una delle ragioni più profonde della forza di tale consorteria, che la rende tanto diversa dalle comuni organizzazioni criminali. Se, oltre a ciò, si considerano la sua capacità di mimetizzazione nella società, la tremenda forza di intimidazione derivante dalla inesorabile ferocia delle punizioni inflitte ai trasgressori o a chi si oppone ai suoi disegni criminosi, l'elevato numero e la statura criminale dei suoi adepti, ci si può rendere ben conto dello straordinario spessore di questa organizzazione, sempre nuova e sempre uguale a se stessa.

 
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