Dossier
Paolo Borsellino
Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale | Il fenomeno mafioso: dalla consuetudine secolare all'organizzazione manageriale |
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Pagina 3 di 3 Un discorso a sé merita il capitolo del riciclaggio del danaro. Cosa nostra ha utilizzato organizzazioni internazionali, operanti in Italia, di cui si serviva già fin dai tempi del contrabbando di tabacchi; ma è ovvio che i rapporti sono divenuti assai più stretti e frequenti per effetto degli enormi introiti derivanti dal traffico di stupefacenti. Ed è chiaro, altresì, che, nel tempo, i sistemi di riciclaggio si sono sempre più affinati in dipendenza sia delle maggiori quantità di danaro disponibili, sia soprattutto della necessità di eludere investigazioni sempre più incisive. Per un certo periodo il sistema bancario ha costituito canale privilegiato per il riciclaggio del danaro. Di recente è stato addirittura accertato il coinvolgimento di interi Paesi nelle operazioni bancarie di cambio della valuta estera. Senza dire che non poche attività illecite della mafia, costituenti per sé un'autonoma fonte di ricchezza (come, ad esempio, le cosiddette truffe comunitarie), hanno costituito il mezzo per consentire l'afflusso in Sicilia di ingenti quantitativi di danaro, già ripulito all'estero, quasi per intero proveniente dal traffico degli stupefacenti. Quali effetti ha prodotto in seno all'organizzazione di Cosa nostra la gestione del traffico degli stupefacenti? Contrariamente a quanto ritenevano taluni mafiosi più tradizionalisti, la mafia non si è rapidamente dissolta ma ha accentuato le sue caratteristiche criminali. Le alleanze orizzontali tra "uomini d'onore" di diverse "famiglie" e di diverse "province", hanno favorito il processo, già in atto da tempo, di gerarchizzazione di Cosa nostra ed al contempo, indebolendo la rigida struttura di base, hanno alimentato mire egemoniche. Infatti, nei primi anni Settanta, per assicurare un miglior controllo dell'organizzazione, veniva costituito un nuovo organismo di vertice, la "commissione" regionale, composta dai capi delle "province" mafiose siciliane, col compito di stabilire regole di condotta e di applicare sanzioni negli affari concernenti Cosa nostra nel suo complesso. Ma le fughe in avanti di taluni "uomini d'onore" erano difficilmente controllabili. Esplodeva così nel 1978 una violenta contesa, culminata negli anni 1981 - 1982. Due opposte fazioni si sono affrontate in uno scontro di una ferocia senza precedenti, che investiva tutte le strutture di Cosa nostra causando centinaia di morti. I gruppi avversari aggregavano "uomini d'onore" delle più varie "famiglie" spinti dall'interesse personale, a differenza di quanto era avvenuto nella prima guerra di mafia, caratterizzata dallo scontro tra "famiglie"; e ciò a dimostrazione del superamento della rigida compartimentazione in "famiglie" in seno a Cosa nostra. La sanguinosa contesa non ha determinato - come ingenuamente si prevedeva - un indebolimento complessivo di Cosa nostra, ma, al contrario, un rafforzamento ed un rinsaldamento delle strutture mafiose che, depurate dagli elementi più deboli (eliminati nel conflitto), si compattavano sotto il dominio di un gruppo egemone che ha accentuato al massimo la segretezza ed il verticismo. Il nuovo gruppo dirigente forniva ben presto una sinistra dimostrazione della sua potenza e vitalità e, fin dall'aprile del 1982, scatenava una violenta offensiva contro le istituzioni con l'eliminazione di chiunque poteva costituire un ostacolo. Gli omicidi di Pio La Torre, di Carlo Alberto dalla Chiesa, di Rocco Chinnici, di Giangiacomo Ciaccio Montalto, di Beppe Montana, di Ninni Cassarà, al di là delle specifiche ragioni della eliminazione di ciascuno di essi, testimoniano una drammatica realtà e tutto ciò mentre il traffico di stupefacenti e le altre attività illecite andavano a gonfie vele, nonostante l'impegno delle forze dell'ordine (l'ultimo laboratorio di eroina scoperto in Sicilia rimonta all'aprile 1985, ma nell'anno successivo sono stati effettuati sequestri di consistenti partite di droga in partenza da Palermo). La collaborazione di alcuni elementi di spicco di Cosa nostra e la conclusione di inchieste giudiziarie approfondite e ponderose hanno inferto indubbiamente un duro colpo alla mafia. Ma se la celebrazione, tra difficoltà di ogni genere, di questi processi ha indotto Cosa nostra ad un ripensamento di strategia, certamente non ha segnato l'inizio della fine del fenomeno mafioso. Il declino della mafia più volte annunciato non si è verificato, e non è, purtroppo, nemmeno prevedibile. E' vero che non pochi "uomini d'onore", diversi dei quali di importanza primaria, sono in atto detenuti; tuttavia, i vertici di Cosa nostra sono latitanti e non sono sicuramente costretti all'angolo. Le indagini di polizia giudiziaria, ormai da qualche anno, hanno perso di intensità e di incisività a fronte di un'organizzazione mafiosa sempre più impenetrabile e compatta, talché le notizie in nostro possesso sull'attuale consistenza dei quadri mafiosi e sui nuovi adepti sono veramente scarse. Ne è possibile trarre buoni auspici dalla drastica riduzione dei fatti di sangue, peraltro circoscritta al Palermitano e solo in minima parte ascrivibile all'azione repressiva. La tregua, infatti, è purtroppo frequentemente interrotta ad assassinii di mafiosi di rango, segno che la resa dei conti non è finita e, soprattutto, da omicidi dimostrativi che hanno creato notevole allarme sociale; si pensi all'omicidio di Roberto Parisi avvenuto nel febbraio 1985 e agli omicidi dell'ex sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco e dell'agente della Polizia di Stato Natale Mondo, consumati appena qualche mese addietro. Gli omicidi di Insalaco e di Parisi costituiscono l'eloquente conferma che gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere, costituiscono tuttora nodi irrisolti, con la conseguenza che, fino a quando non sarà fatta luce su moventi e su mandanti dei nuovi come dei vecchi "omicidi eccellenti", non si potranno fare molti passi avanti. Malgrado i processi e le condanne, risulta da inchieste giudiziarie ancora in corso, che la mafia non ha abbandonato il traffico di eroina ed anzi, comincia ad interessarsi sempre più alla cocaina; si hanno già notizie precise di transazioni avvenute in America tra mafia ed altre organizzazioni criminali di eroina in cambio di cocaina: fatto piuttosto inquietante per le nuove possibili alleanze criminali cui può essere indotta Cosa nostra. Le indagini per la individuazione dei canali di riciclaggio del danaro proveniente dal traffico di stupefacenti sono rese molto difficili, sia a causa di una cooperazione internazionale ancora insoddisfacente, sia per il ricorso, da parte dei trafficanti, a sistemi di riciclaggio sempre più sofisticati. Per quanto riguarda, poi, le altre attività illecite, va registrato che accanto ai crimini tradizionali, come ad esempio le estorsioni sistematizzate e le intermediazioni parassitarie, nuove e più insidiose attività cominciano ad acquisire rilevanza. Mi riferisco ai casi sempre più frequenti di imprenditori non mafiosi che subiscono da parte dei mafiosi richieste perentorie di compartecipazioni all'impresa, e ciò anche allo scopo di eludere le investigazioni patrimoniali rese obbligatorie dalla normativa antimafia. Questa, in brevissima sintesi, è la situazione attuale che, a mio avviso, non legittima alcun trionfalismo. Sono in corso investigazioni di polizia giudiziaria e inchieste giudiziarie che verosimilmente daranno buoni risultati, ma lo scenario è tutt'altro che confortante se si tiene conto che, di fronte alla necessità di una attività repressiva ancora più efficace e professionale di prima, le forze in campo vanno progressivamente scemando, per quantità e qualità. Mi rendo conto che la fisiologica stanchezza, conseguente ad una fase di tensione morale eccezionale e protratta, può aver determinato un generale clima, se non di smobilitazione, certamente di disimpegno. E, per quanto mi riguarda, non ritengo di avere alcun titolo di legittimazione per censurare chicchessia o per suggerire rimedi. Ma ritengo mio preciso dovere morale sottolineare, anche a costo di passare per profeta di sventure, che continuando a percorre questa strada, nel futuro prossimo, saremo costretti a confrontarci con una realtà sempre più difficile. Relazione tratta dal libro "Interventi e proposte", per gentile concessione della fondazione "Giovanni e Francesca Falcone".
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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