Dal libro " Interventi e proposte" per gentile concessione della Fondazione Falcone
di Giovanni Falcone
Anno 1988
In un rapporto giudiziario dell'ormai lontano agosto 1978, i carabinieri di Palermo, nel riferire le notizie confidenziali ricevute pochi mesi prima dal noto mafioso Giuseppe Di Cristina, affermavano: "Le notizie fornite dal Di Cristina rivelano anche… l'agghiacciante realtà che, accanto all'autorità dello Stato, esiste un potere più incisivo e più efficace che è quello della mafia; una mafia che agisce… che lucra, che uccide, che perfino giudica; e tutto ciò alle spalle dei pubblici poteri. Tale riflessione - continua il rapporto - che poggia su una realtà indiscutibile (l'assunto del Di Cristina la conferma, ma nulla innova rispetto ai dati acquisiti dall'Arma), indigna e sgomenta per la inammissibilità di questo stato di cose, che mortifica ed avvilisce gli sforzi che vanno compiendo i pubblici poteri".
Ebbene, dopo quasi dieci anni, nonostante il maggior impegno delle forze dell'ordine, col conseguimento di indubbi risultati, la situazione non è granché mutata; si avvertono, anzi, i segni di
una accresciuta durezza dello scontro tra organizzazioni mafiose e pubbliche istituzioni. Ciò può essere, paradossalmente, il sintomo positivo di una certa inversione di tendenza nella preesistente infiltrazione della mafia nei gangli vitali dello Stato; ma, per converso, dimostra, senza possibilità di equivoci, quanto lunga sia ancora la strada da percorrere, se non per eliminare, quanto meno per ridurre la capacità offensiva di queste forme di criminalità organizzata a livelli più accettabili per un Paese civile.
Per tutta una serie di motivi che non è il caso di analizzare in questa sede, i primi innegabili successi della repressione giudiziaria del fenomeno mafioso, dopo anni e anni di sostanziale impunità, sono stati enfatizzati a dismisura e, dal canto loro, anche le sedi più autorevoli hanno lanciato segnali di minimizzazione del problema mafia, contribuendo oggettivamente a creare un clima di disimpegno nell'opinione pubblica, disorientata, peraltro, da certi comportamenti antimafia di maniera. Le polemiche sui maxiprocessi, poi, e le insinuazioni, sempre meno velate, su insussistenti violazioni dei diritti di difesa da parte di giudici-protagonisti, hanno determinato un generalizzato desiderio di "uscita dall'emergenza" ed una sempre maggiore disaffezione della società civile verso i temi della repressione della criminalità organizzata. A ciò si aggiunga che la uccisione per mano mafiosa di valorosi ufficiali di polizia giudiziaria ha determinato negli organismi investigativi un notevole calo di tensione che,in una [...] con le intuitive difficoltà a sostituire detti funzionari con elementi dotati di specifica professionalità, ha provocato un radicale rallentamento nelle indagini antimafia.
La conseguenza è stata che una fase di obiettiva difficoltà della mafia non è stata adeguatamente sfruttata, perdendosi così un'occasione storica, e che Cosa nostra ha avuto modo di risollevarsi e di riorganizzarsi più agguerrita e pericolosa di prima. Si è tentato di contrastare in ogni opportuna sede questo diffuso e pericolosissimo clima di smobilitazione, avvertendo che i risultati raggiunti erano appena il punto di partenza - e non già quello di arrivo - dell'attività repressiva; ma ogni tentativo è stato inutile e, spesso, ha ottenuto effetti di segno opposto.
Adesso, alcuni recentissimi e gravi fatti di sangue, di chiara matrice mafiosa, hanno richiamato bruscamente tutti alla realtà, facendo ripiombare la Sicilia nel clima di terrore e di sfiducia di alcuni anni addietro e palesando, senza possibilità di equivoci, che la mafia mantiene intatta la sua pericolosità sociale ed è tuttora in grado di colpire, come, quando e dove vuole. Ed ecco, allora, il risorgere di disperate affermazioni sull'invincibilità della mafia, sull'irredimibilità della Sicilia, e il riaffiorare delle solite polemiche sul mancato impegno degli apparati statuali sia sul piano repressivo, sia su quello della bonifica sociale; atteggiamenti, questi, destinati a stemperarsi nel tempo, salvo a ripresentarsi, puntualmente, in occasione dei prossimi, purtroppo prevedibili, omicidi eccellenti. Ora, se non poteva essere condiviso l'ingiustificato clima di sottovalutazione del fenomeno mafioso diffusosi dopo i primi risultati positivi dell'attività repressiva, allo stesso modo è da contrastare l'attuale tendenza, determinata dai più recenti fatti di sangue, a reagire istericamente ed in maniera sostanzialmente irrazionale. Se non si comprenderà che, per quanto riguarda Cosa nostra e altre organizzazioni similari, è assolutamente improprio parlare di "emergenza", in quanto si tratta di fenomeni endemici e saldamente radicati nel tessuto sociale, e se si continuerà a procedere in modo schizofrenico, alternando periodi di intensificata repressione con altri di attenuato impegno investigativo, si consentirà alle organizzazioni criminali di proseguire indisturbate nelle loro attività e, in definitiva, sarà stato vano il sacrificio di tanti fedeli servitori dello Stato. E' necessario, dunque, prescindere da fattori emozionali e procedere ad una analisi razionale della situazione attuale; analisi che, è bene ribadirlo, è non solo legittima, ma doverosa anche in sede giudiziaria, senza per ciò ledere prerogative istituzionali di altri organismi statuali, specificatamente preposti alla repressione del fenomeno mafioso.
Spesso si dimentica che Cosa nostra e le altre organizzazioni che si avvalgono del metodo mafioso sono, a parte la indubbia rilevanza del fenomeno sotto il profilo economico-sociale, anche organizzazioni di natura squisitamente criminale e che i membri di tali consorterie debbono essere perseguiti, sulla base del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale, sia per specifici e numerosissimi reati, sia per la loro appartenenza a tali organizzazioni, costituente di per sé reato. Questo richiamo può apparire banale per gli "addetti ai lavori" , ma è bene ribadirlo, perché stranamente, le verità elementari non sempre vengono adeguatamente considerate. Ed allora, se è vero -come è vero - che l'attività giudiziaria incide su vicende tutt'altro che concluse storicamente e su di un fenomeno tuttora in pieno svolgimento, non vi è dubbio che non possano essere studiate ed attuate le più appropriate tecniche di indagine né possano essere efficacemente gestite le istruttorie dei processi alla grande criminalità organizzata, senza una previa ed accurata ricognizione ed analisi di tali vicende e delle linee di tendenza del fenomeno.
La verità è che su questi temi riaffiorano polemiche mai sopite su pretese attività di supplenza della magistratura, sul giudice-sceriffo e così via; polemiche, tuttavia, che, almeno per quanto riguarda le indagini sulle organizzazioni mafiose, sono mal poste, poiché qui non si tratta, se non molto indirettamente, di sopperire, attraverso l'intervento giudiziario, ad eventuali carenze di altri settori dei pubblici poteri, ma, molto più semplicemente, di perseguire fatti-reato che, per numero e per gravità, hanno un effetto indubbiamente destabilizzante per le istituzioni democratiche. Riemergono così, camuffati nei panni del garantismo, perniciosi limiti culturali che, fino ai tempi recenti, hanno portato perfino a negare l'esistenza della mafia come organizzazione criminale, così confondendo due aspetti del fenomeno che vanno accuratamente distinti, e cioè quello dell'esistenza di organizzazioni mafiose e quello del "comune sentire" di alcuni settori delle popolazioni meridionali. […]