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Giulietto Chiesa
Ancora sul trattato di Lisbona e la pena di morte | Ancora sul trattato di Lisbona e la pena di morte |
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Pagina 2 di 2 Come si vede il protocollo n.6 (ovvero n.11) introduce un concetto che prima non era menzionato e che prevede eccezioni per lo “stato di guerra” o di “imminente minaccia di guerra”. Chiunque è in grado di vedere la pericolosità giuridica e politica di una tale precisazione. Chiunque è in grado di percepire la doppia minaccia racchiusa nell'aggettivo “imminente”. Come vada interpretato è tutt'altro che chiaro. Perché questo concetto sia introdotto in questo contesto europeo è non meno inquietante. Nell'anno 2000 i 15 Stati allora membri dell'Unione Europea hanno ratificato questo protocollo n.6 e n.11 . Contestualmente hanno approvato la “Carta dei Diritti Fondamentali” (d'ora in poi Carta) (che è, su questo aspetto, apparentemente, perfino più sintetica della Convenzione (CEDU)). Questa Carta dei Diritti Fondamentali ha anch'essa un art. 2: Art. 2 Diritto alla Vita. 1) Ognuno ha il diritto alla vita. 2) Nessuno può essere condannato alla pena di morte o giustiziato. Tuttavia – raddoppiare l'attenzione a questo punto – la Carta dei Diritti Fondamentali (art. 52 (3)) statuisce anche che le sue norme devono essere interpretate in linea con quelle della CEDU. Per questa ragione aggiunge un “memorandum di spiegazione” [5]che accompagna la Carta e che esplicitamente “fa parte della Carta”. Incluse “le ‘definizioni negative'che appaiono nell'Art. 2 della Convenzione”. Dunque, riassumendo l'intricatissimo percorso, l'Art. 2 della Convenzione (CEDU) – Pena di Morte in tempo di guerra- viene totalmente incorporato nella Carta del 2000. Due anni appresso, nel 2002, il Consiglio d'Europa approva un altro protocollo, il n.13 della Convenzione, che di nuovo abolisce la pena di morte “in tutte le circostanze” [6] ed esplicita questo fatto dopo avere notato che “il protocollo n.6 della Convenzione (…) firmato a Strasburgo il 28 Aprile 1983, non esclude la pena di morte in caso di atti commessi in tempo di guerra”. Dunque il Consiglio di Europa non ha perduto di vista il problema e, per questa ragione, intende eliminarlo proprio con il nuovo protocollo n13. Per questo motivo, evidentemente, scrive nel suo articolo 2 (a quanto pare la pena di morte è collegata nei documenti europei al numero 2) che “non possono esserci deroghe alle norme di questo protocollo”. Nemmeno “in tempo di guerra”, tanto meno in tempo di “imminente pericolo di guerra”. Tutto sembra ora a posto. Salvo che non tutti gli Stati membri dell'Unione Europea hanno ratificato questo protocollo n.13 della Convenzione. Dunque la Carta (dell'UE) non ha potuto o voluto inserirlo nel testo del Trattato di Lisbona. Il quale è dunque rimasto fermo al “memorandum esplictativo del protocollo n.6. Dunque gli elementi di grave minaccia al diritto umano alla vita, e di grave minaccia alle libertà democratiche, rimangono all'interno del Trattato di Lisbona nella sua formulazione attuale, seppure nascosti in un protocollo. Ma la ricostruzione di questa storia denuncia la tremenda distanza tra la democrazia e questo tipo di giurisprudenza, che rende estremamente difficile ogni trasparenza e concede ai poteri reali, politico-burocratici, strumenti subdoli di eversione. Cosa sia imminente tempo di guerra, cosa sia insurrezione, è lasciato al loro giudizio. La pena di morte è solennemente esclusa, ma si prevede l'uso della forza in termini tali che un cittadino europeo può essere ammazzato (non giustiziato) dai pubblici poteri. Ripeto: di questa Europa gli europei non hanno bisogno. |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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