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Antimafia Duemila

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Il problema delle indagini bancarie PDF Stampa E-mail

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di Giovanni Falcone

Quanto fruttano le attività illecite? Secondo recenti statistiche pubblicate da Il Sole 24 Ore (01.05.2000) sembra che la criminalità economica mondiale, nel giro di dieci anni abbia raccolto qualcosa come 5mila miliardi di dollari.
Si tratta di una cifra tre volte maggiore a quella delle riserve di valuta presso le Banche Centrali che nel 1998, in base a quanto riportato nel Rapporto 1999 della Banca dei Regolamenti Internazionali, ammontavano a 1636 miliardi di dollari. Ogni anno i miliardi di dollari riciclati e reinvestiti sono 350, il che significa quasi 1 miliardo di dollari al giorno. Stime prudenziali dell’Onu dimostrano invece che ad ogni miliardo “sporco” se ne aggiungono 7/8 “caldi” (provenienti da evasione e corruzione) di tangenti e frodi fiscali. Intorno ai paradisi off-shore ci sarebbe invece un movimento di 11 milioni di miliardi di lire l’anno (cinque volte il prodotto interno del nostro Paese) su un totale di depositi che ammonta a circa 16 milioni di miliardi di lire. Al culmine delle statistiche le isole Cayman dove, nonostante il reddito annuo pro-capite si aggiri intorno ai 2-3mila dollari, i depositi sono pari a 45 milioni di dollari per persona.
Dando i numeri Dal libro “Interventi e proposte” per gentile
concessione della Fondazione Falcone Venezia 21-23 ottobre 1983 atti del seminario di studi per giovani magistrati e avvocati
di Giovanni Falcone
Dobbiamo esser grati agli organizzatori di questo seminario per aver posto l’attenzione sull’importanza delle indagini bancarie nell’attività repressiva della criminalità organizzata. In un periodo di crescente sfiducia verso questo tipo di indagini, e soprattutto di crescente insofferenza degli istituti di credito verso questa attività istruttoria, occorreva che si ponesse in risalto quanto sia importante questo tipo di indagini, perché esso consente di arrivare al cuore del problema. Bisogna tener conto poi dell’enormità della massa di danaro che è in gioco, e,  per contro, dell’esiguità delle tracce che questa massa di  danaro lascia. Tanto per fare un esempio, nel processo della “Pizza Connection “ fu accertato un volume di transazioni pari a 650 milioni di dollari; in un processo che è attualmente in corso a Palermo, che poi non è  che un altro aspetto della “Pizza Connection”, viene fuori una fornitura da parte di una sola organizzazione  turca di due tonnellate di morfina base. Numeri da capogiro, specie se si tiene conto anche del fatto – e possiamo tirare un sospiro di sollievo – che il fenomeno dei sequestri di persona è in diminuzione netta in Italia: in tale tipo di crimini si assiste  spesso a una totale scomparsa delle tracce dei capitali del riscatto. Per quanto riguarda la “Pizza Connection”, grosso modo possiamo dire che siamo in presenza di un dieci per cento del danaro individuato in banche svizzere. Il problema delle indagini bancarie non è quindi problema di utilità o meno, è un problema invece di professionalità da parte di chi le conduce e di mezzi, anche internazionali, che devono essere messi a disposizione per le indagini, altrimenti non si perseguirà veramente il crimine, ma si starà a parlare del sesso degli angeli.
Proprio in tema di  collaborazioni internazionali sorgono i maggiori problemi. Un esempio può dar conto della difficoltà dei problemi che si devono affrontare: emerge  un cospicuo traffico di valuta dagli Usa verso la Svizzera attraverso le vie più contorte, valuta che proviene direttamente dal traffico di stupefacenti, questo danaro viene accreditato in conti svizzeri; da questi  conti iniziano vari passaggi in altri conti; attraverso tutta una serie di bonifici  il danaro viene utilizzato per coprire fatture inerenti a forniture, da parte  di ditte di Palermo, di prodotti ortofrutticoli esportati  nell’ambito comunitario e anche  nei Paesi dell’Est. In questo contesto si inseriscono quelle che eufemisticamente potremmo dire “audaci” anticipazioni a queste imprese italiane, siciliane, mafiose. Si innestano una serie di problemi: da una parte siamo di fronte a traffico di stupefacenti dall’altro a riciclaggio di danaro, dall’altro ancora a truffe comunitarie; e inoltre questo danaro, nel passare da un conto all’altro, va a finire in conti in Svizzera di personaggi che sono al centro del contrabbando di tabacchi. E a questo punto si arena tutto, anche se la conoscenza di giri inerenti al contrabbando di tabacchi è estremamente pericolosa per queste organizzazioni, soprattutto in un momento storico in cui il contrabbando di tabacchi da solo non esiste più, se pure è mai esistito: il contrabbando di tabacchi è sempre accompagnato dal traffico di stupefacenti.
Qualsiasi mafioso, per giustificare la sua ricchezza, dirà che proviene da contrabbando di tabacchi, e nel momento in cui si cercherà di esaminare questi conti, lo stabilire se quel determinato accredito viene da traffico di stupefacenti o da contrabbando di tabacchi o da sequestro di persona o da traffico di armi, diventa estremamente problematico. Ecco, perché, d’accordo con Paolo Bernasconi, mi sembra molto riduttivo parlare di accordi internazionali in materia di riciclaggio di danaro proveniente da traffico di stupefacenti: queste convenzioni internazionali saranno sempre un piccolo passo  in avanti, un passo troppo piccolo perché, quando ci si trova davanti a grandi  organizzazioni criminose, è estremamente difficile andare a stabilire quali capitali provengono solo dal  traffico di stupefacenti: l’intreccio è troppo stretto. Con queste restrizioni ci si condanna fin dall’inizio a risultati poco significativi. Per esempio: è paralizzante per noi il fatto che dalla Svizzera non si riceva nessun aiuto per quanto riguarda i reati fiscali e valutari.
Le difficoltà di armonizzare le varie legislazioni non devono costituire un alibi a non operare, ma bisogna rendersi  conto che la collaborazione internazionale rappresenta la via obbligata per risolvere questi problemi, altrimenti qualsiasi attività in campo  nazionale verrà bruscamente troncata dalla mancanza di collaborazione da  parte degli altri Paesi.

Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila luglio-agosto 2000

 

 
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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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