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Processo Fortugno: parla Cordi' PDF Stampa E-mail

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di Aaron Pettinari – 17 giugno 2008
Locri. "Nessuna spaccatura in famiglia". Il presunto boss lascia dichiarazioni spontanee durante il dibattimento tenutosi ieri innanzi alla Corte d'Assise di Locri.



«Non ci sono stati momenti di tensione né con i miei familiari né con Cosimo Ruggia, non comprendo perché l'ispettore di polizia penitenziaria non ha detto le cose giuste e perché, conoscendo i fatti, non li dice». Vincenzo Cordì, boss dell’omonima cosca attualmente recluso in regime di 41 bis presso il carcere di Terni, prende così la parola con dichiarazioni spontanee durante il processo Fortugno, il medico-politico morto assassinato il 16 ottobre 2005 mentre ricopriva la carica di vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria. La scorsa settimana dalla Corte d’Assise di Locri (presidente Olga Tarzia, a latere Ambrosio ndr) era stato sentito l’ispettore capo Fausto Ciorba che ha riferito su alcuni elementi d’indagine. Gli investigatori, riguardo all’omicidio, hanno ipotizzato una serie di collegamenti tra esecutori ed esponenti delle consorterie mafiose calabresi. Una considerazione che ha portato ad una serie di accertamenti da parte del Nucleo investigativo centrale del Dap (Dipartimento di amministrazione penitenziaria ndr). E proprio di questo ha riferito l’ispettore Ciorba, interrogato dal pm Mario Andrigo. Secondo questi dalla ricostruzione della corrispondenza fotocopiata in carcere si rileverebbe una spaccatura all’interno della cosca Cordì. In particolare, ad avvalorare l’ipotesi di rottura secondo il teste, ci sarebbe il mancato rapporto epistolare nel periodo natalizio “degli altri Cordì con Vincenzo” e il contenuto di una missiva inviata da Cesare Cordì al cugino Domenico dove “vi è un passaggio nel quale Cesare riferisce che c’è stata una discussione tra Cosimo Ruggia e Vincenzo Cordì, dopo la quale il primo ha chiesto di cambiare cella perché la situazione era insostenibile”. Ed è proprio su queste considerazioni che lo stesso Vincenzo Cordì è voluto intervenire. Cordì ha chiesto alla Corte d'assise, presidente Olga Tarzia a latere Ambrosio, di verificare quanto è emerso dalla testimonianza dell'ispettore Fausto Ciorba. “Non c'è mai stato alcun litigio con Cosimo Ruggia – ha aggiunto - bravo ragazzo lui e la sua famiglia, anzi ha chiesto di cambiare cella mesi prima, come si può riscontrare dalla domanda che l'ispettore dovrebbe conoscere, perché i miei cugini, con i quali entrambi stavamo in cella, erano in uscita e, visto che a breve si rendeva disponibile una stanza per due, Ruggia intendeva occuparla in anticipo anche per me”. E sulle festività natalizie del 2005 ha replicato che non aveva lo spirito per festeggiare in quanto “qualche mese prima era venuto a mancare mio fratello, (Salvatore Cordì ucciso a Siderno il 31 maggio 2005 ndr). Lo stato d'animo non era quello dello scambio di auguri”. Cordì ha quindi rinnovato l'estraneità sua e della propria famiglia all'omicidio Fortugno: “Lo sapete che sono innocente, poi fate quello che volete” ed ha concluso: “Non so cosa è la ndrangheta, lo sanno i giudici che scrivono libri”. All’udienza di ieri (16 giugno 2008 ndr) sono intervenuti anche quattro testimoni della difesa di Giuseppe Marcianò, presunto mandante e autista del commando che uccise Fortugno. Sono stati chiamati a deporre due sposi e due loro familiari, i quali hanno sostenuto che Marcianò si trovava a Roma il 20 e 21 settembre 2005 perché invitato al loro matrimonio anche perché la moglie di questi è la parrucchiera di fiducia della sposa. La Corte ha proceduto all'acquisizione del certificato di matrimonio e di cinque foto scattate nel corso del ricevimento nuziale che ritraggono la famiglia Marcianò. Inoltre è stato chiamato a deporre anche Pietro Audino, padre di Domenico Audino imputato nel procedimento quale presunto fiancheggiatore. Rispondendo alle domande dell'avvocato Eugenio Minniti, difensore di fiducia di Audino, il teste ha riferito dei suoi rapporti con Fortugno ed i suoi familiari, in particolare con la moglie Maria Grazia Laganà.

 
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    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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