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Diritto alla verita' e diritto all'errore
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di Antonella Randazzo - 10 giugno 2008
Alcune verità possono risultare difficili da accettare, perché sono talmente sgradite da attivare meccanismi emotivi di rifiuto, oppure perché la disinformazione mediatica è stata così efficace da indurre le persone a rimanere salde nelle idee acquisite, anche quando vengono clamorosamente confutate.



Tuttavia, la verità sui fatti storici, sociali o culturali permane un valore massimo, in assenza del quale nessun progresso umano potrebbe aversi.
Eppure mai come oggi la verità può essere avversata, malvista e talvolta rigettata, persino senza averla prima appurata o valutata.
L'attuale periodo storico non ha eguali nel passato del pianeta, poiché concentra potenzialità conoscitive immense, e potenzialità di controllo del pensiero altrettanto immense.
Ogni persona potrebbe scandagliare i fatti per scoprire la verità, leggendo pubblicazioni che fanno luce su moltissimi fatti storici e scientifici. Molte di queste pubblicazioni vengono tenute quanto più possibile "nascoste" o ai margini dall'attuale sistema di diffusione di massa delle informazioni e della cultura.
Il controllo dell'editoria da parte del gruppo dominante permette anche un controllo sulle recensioni di libri in uscita, che, su riviste o giornali, sempre più spesso sono presentate senza un reale commento, come se si trattasse di pubblicità. Negli ultimi anni le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali si sono trasformate in pagine promozionali, in cui è evidente l'assenza di una voce critica autonoma.
Ciò permette la divulgazione di libri di discutibile qualità, spesso scritti da persone di bassa qualità morale, che all'interno del sistema mediatico hanno acquisito, grazie alla loro sottomissione al gruppo dominante, un certo potere di influenzare l'opinione pubblica. Al contrario, molti intellettuali di sicura qualità morale e culturale rimangono sconosciuti al grande pubblico, tenuti ai margini affinché possano avere soltanto una minima influenza, raggiungendo un pubblico molto esiguo.
La mancanza di vera critica permette ai giornalisti o agli scrittori mediocri di apparire migliori di quello che sono, e impedisce ai migliori di farsi strada come potrebbero se le recensioni fossero indipendenti e obbiettive.

Favorendo i prodotti scadenti o commerciali, per profitto o per non rischiare di mettere in pericolo il sistema, si fa dimenticare che la cultura è essenzialmente un canale che consente di attivare la riflessione, rendendo possibile la comprensione di se stessi e della realtà. La cultura è anche un modo per scoprire nuovi punti di vista e nuovi avvenimenti. La vera cultura obbliga all'onesta ricerca della verità, e all'impegno mentale, emotivo o concettuale. Il sistema attuale, invece, promuove una pseudo-cultura, estemporanea, basata sulla reazione emotiva istantanea o sullo stimolo delle sensazioni immediate. E' la "cultura" commerciale, del consumo, che propone di mettere il gradimento immediato, in assenza di sforzo, al di sopra della qualità del prodotto. Ne derivano prodotti di scarsa qualità, che imprigionano le persone negli aspetti più superficiali e banali della realtà e di loro stesse.
Il sistema fa in modo da rendere la vera cultura appannaggio soltanto di sparute minoranze sociali, che nel tempo potranno essere destinate ad apparire sempre più "strane", sfuggendo all'omologazione intellettuale e morale della società di massa.
In questa situazione brilla l'assenza di stimolo al dibattito, della discussione intelligente e dell'indipendenza di pensiero. In armonia con la realtà prevalente, scompare il diritto a dissentire o a proporre nuovi concetti o nuove riflessioni rispetto a quelle promosse ampiamente dai canali ufficiali. L'atteggiamento critico sta diventando sempre più raro e nei pochi casi in cui è rimasto si tende a mostrarlo come "polemica", o come inopportuno e da evitare.
La ricerca della verità storica o la conoscenza del sistema attuale vengono intralciate anche dalla tendenza, promossa dalla propaganda, di porre le questioni in termini stilizzati: buono o cattivo, l'uno o l'altro, destra o sinistra, pro o contro, io o gli altri, ecc. Una rigida dicotomia induce ad avere reazioni emotive che spingeranno a trincerarsi in una "fazione", rinunciando all'obbiettività. La rigida contrapposizione di due termini produce un appiattimento nella rappresentazione della realtà, e fa vedere come inconciliabili aspetti che, seppur diversi, sono coesistenti e tutti necessari nel processo di comprensione della verità delle cose.
Molte filosofie o ideologie sono inficiate da una rigida contrapposizione, che nei secoli ha prodotto una sorta di scissione della coscienza umana, abituandola a cedere alle reazioni emotive dettate dall'esigenza di abbracciare un termine e rigettare l'altro. Ma la vera realtà ha molteplici sfaccettature, che sarebbe impossibile riassumere in soli due termini contrapposti. Talvolta l'esigenza di abbracciare un termine piuttosto che un altro può dipendere dal condizionamento dell'opinione prevalente o dalla paura di non essere approvati, e dunque del pericolo di ostracismo. Un esempio tipico è l'esigenza di votare a "destra" o a "sinistra", oppure di rigettare un'ideologia non più sorretta dal sistema, che pur in precedenza l'aveva promossa (es: comunismo, fascismo). Come tutti sanno, in pochi giorni gli italiani, da fascisti diventarono social-comunisti. In modi meno eclatanti è possibile osservare anche oggi i condizionamenti dell'ideologia dominante e l'induzione al rigetto delle ideologie non più di "moda".

Negli ultimi decenni la libertà di pensiero e di ricerca è stata duramente colpita anche attraverso la persecuzione giudiziaria, possibile a causa dell'approvazione di alcune leggi, nate con l'obiettivo preciso di limitare o condizionare la ricerca della verità.
Il fenomeno detto "revisionismo" esiste in quanto connotato da un non ben precisato gruppo di storici "ufficiali" a cui altri storici indipendenti si contrapporrebbero. E' evidente che se la ricerca storica fosse libera non potrebbe sussistere alcuna contrapposizione fra chi attua nuove ricerche indipendenti e chi no.
Definire le due fazioni "revisionisti" e "antirevisionisti", equivale a considerare i fatti storici un'ideologia o un'opinione. Ciò serve a mostrare la cultura come un ambito di scontro piuttosto che come un luogo di evoluzione delle coscienze umane, nella libertà di ricerca, anche commettendo errori, ma con l'intento di correggerli qualora si palesassero.
Il problema è che allo stato attuale anche il diritto all'errore è subdolamente vietato, dato che la cultura di massa manipola persino gli errori, imponendo quelli funzionali al sistema. Avere la libertà di sbagliare significa avere anche la libertà di trovare la verità. Il sistema vuole avere il potere di indicare, come scrisse Orwell, i "pensieri da non pensare". Pensare liberamente può essere considerato, in alcuni casi, un reato.

Come spiegò lo storico Giovanni Sabbatucci: "In genere si parla di 'revisionismo' quando qualcuno mette in discussione una storia sacra. Ma allora, se esiste una storia sacra, è giusto che esista anche il revisionismo... è giunto il momento di rimettere in discussione sia le ragioni degli ortodossi sia quelle dei revisionisti".(1)

Il "revisionismo" sarebbe da considerare, dunque, un metodo basato sull'idea che è sempre possibile migliorare le conoscenze acquisite, alla luce di nuovi documenti, nuove testimonianze o nuove analisi. Al contrario, gli "antirevisionisti" sarebbero sorretti dall'idea che ciò che si acquisisce come vero in un dato momento dovrebbe rimanere immutato anche quando emergono elementi che possono confutarlo.

In effetti, come ha fatto osservare lo storico Pierre Vidal-Naquet, la "revisione", come possibilità di accrescere le vecchie conoscenze e renderle più vicine alla verità, dovrebbe per forza rientrare nel lavoro normale dello storico, a meno che non si intenda la conoscenza storica come dogmatica o come un luogo da assumere per fede piuttosto che sulla base di prove fattuali.
La Storia non è altro che la capacità umana di comprendere il passato, così come esso emerge dai documenti, dai fatti e dalle testimonianze. Nel tempo tale conoscenza dovrebbe essere suscettibile di modifiche alla luce di nuovi elementi documentali o fattuali.
In teoria è facile accettare la storia come sapere che migliora nel tempo, più difficile è nel concreto, e lo stesso Vidal-Naquet assunse una posizione di rifiuto ingiustificato di fronte ad alcune conoscenze "revisioniste".
Alcuni storici si sono lasciati andare alla demonizzazione dei risultati di nuove ricerche storiche, considerando la Storia come un insieme di assunti immodificabili, e irridendo ogni possibilità di confronto diretto con gli storici indipendenti. Molti di questi storici si muovono sapendo di avere alle spalle la forza e la sicurezza del potere stegocratico (2) , e dunque non pongono al di sopra di tutto la ricerca della verità, ma la sicurezza di stare col più forte. L'amore per la verità e l'onestà intellettuale non collimano talvolta col desiderio di diventare un personaggio "autorevole" o di avere cariche importanti. Il mettere al primo posto la carriera rispetto all'onestà intellettuale può esprimere un profondo disprezzo per gli altri, considerati come una massa da indottrinare piuttosto che come persone che hanno diritto alla verità.


 
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