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Fao, la fame e le brioche | Fao, la fame e le brioche |
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di Maurizio Chierici - 9 giugno 2008 Mentre il battito del computer sposta i capitali delle banche e decide affari in meno di un secondo, i ministri del mondo arrivano a Roma con lunghi discorsi. Esercizi di vanità mediatica. Medioevo della politica che continua nell’evo elettronico. Promesse retoriche, indignazioni solenni, spot che imbrogliano la gente attribuendo dimensioni planetarie a comprimari del potere alla ribalta sul palcoscenico Fao. Quanto costa la sceneggiata? Ogni capo di governo arriva con le sue troupe di giornalisti, ministri, esperti, assistenti fidati. E poi le mogli. Le cento ambasciate straniere di Roma assicurano alberghi adeguati alla dignità dei protagonisti; organizzano pranzi di benvenuto, cene e conferenze stampa, cocktail con uomini d’affari. Milioni in fumo così. Quanti euro beve la gigantesca parata? Le macchine di ogni agenzia delle Nazioni Unite - Fao, Unicef, e l’Acnur che assiste i profughi - assorbono il 70 per cento delle disponibilità che passa il Palazzo di Vetro o raccolte nelle campagne «aiutiamo i bambini poveri, aiutiamo i profughi senza casa». Pagati stipendi e manifestazioni, resta il 30 per cento da distribuire nelle opere di bene. Sommando le spese romane ai costi di ogni paese, nei tre giorni dell’assemblea, vien fuori una somma spropositata. La si potrebbe spendere in altro modo. Prendiamo un posto africano non ancora infernale: Ghana, 21 milioni di persone, vite appese alle esportazioni di legno pregiato, carne, pesce, oro. Il liberismo sta cambiando l’agricoltura: niente grano e patate dolci, ma soia e canna da zucchero per etanolo. Da un po’ di anni la popolazione non cresce. Fanno figli, ma i figli muoiono piccoli. Denutrizione, eccetera; è soprattutto la malaria a tagliare le teste. Metà dei piccoli finisce all’ospedale quando ha meno di cinque anni. Un quarto non ce la fa. Basterebbe un kit, costa meno di tre euro, per impedire migliaia e migliaia di morti. Le spese del meeting Fao possono salvare una generazione. I più o meno grandi del mondo fra due anni dovrebbero incontrare ad Accra tanto per uscire dalla retorica delle bugie per confrontarsi con la realtà. Intanto le promesse restano promesse: 8 miliardi di dollari per evitare la fame, si è giurato l’altro ieri. Dei miliardi annunciati nelle assemblee degli ultimi anni è arrivato qualche spicciolo. L’Italia del Berlusconi Tre ha preferito combattere in Iraq tagliando i fondi destinati alle Ong impegnate a contrastare sottosviluppo e fame. Guai mettere in dubbio le urgenze democratiche del mondo libero. Patria e bandiera prima di tutto. L’ipocrisia non è una novità. Le parole non costano niente. Vaghe, tranquillizzanti e la coscienza respira. Dal 1990 si ripetono le stesse cose; si giura lo stesso impegno. Ogni due anni per diciotto anni così e gli affamati aumentano e le multinazionali ingrassano e i disperati continuano a sbarcare con l’arroganza dei clandestini che è sacrosanto chiudere in galera. Le Leghe si inquietano: perché vengono a mangiare proprio da noi senza timbri e carte ufficiali? Noi, obesi, che difendiamo coi denti legittime comodità. Il rapporto affamati e chi mette un piatto in tavola non è cambiato da quel ’90. Adesso 850 milioni di bocche vuote drammatizzano la crisi in caduta libera. La conclusione di Roma sembra chiara: nel 2009 noi del G8 faremo sul serio. Pance piene per tutti. Fra dodici mesi gli affamati saranno cento milioni in più. Purtroppo devono portare pazienza. Prima o poi la globalizzazione salverà i sopravvissuti. Noi del G8, chi siamo? Un’indicazione c’è. Proprio mentre le promesse riempivano i taccuini, il primo paese del mondo votava una legge bipartisan che fa capire tante cose. Democratici e Repubblicani degli Stati Uniti si sono trovati d’accordo nell’approvare al Congresso un provvedimento da guerra fredda. I grandi produttori agricoli, multinazionali che si allargano da un tropico all’altro, riceveranno dal governo di Washington sovvenzioni questa volta imponenti: cinque miliardi di dollari. Protezionismo nella cattedrale del libero commercio. Affama non solo i paesi poveri, anche gli americani poveri travolti da prezzi irraggiungibili. E cominciano a tirare la cinghia le folle italiane: vanno a far spesa quando i mercati spengono le luci e la merce deperibile è sull’orlo dell’immondizia. Cinque miliardi di mancia e protezioni doganali rendono invincibili le esportazioni Usa, americani che anni fa nutrivano le mandrie con la stessa quantità di cereali destinati da India e Cina al consumo umano. Bistecche strepitose. Ma India e Cina stanno cambiando. Le multinazionali dei cereali avevano calcolato che sviluppo industriale e nuovo benessere di Pechino avrebbero gonfiato le esportazioni di 700mila tonnellate. Invece la Cina fa da sola nella transizione dal comunismo duro e puro al capitalismo d’assalto: esporta 15 milioni di tonnellate, proteggendo i suoi raccolti con grandi e piccole muraglie. Copiano le muraglie alzate dagli Stati Uniti contro la concorrenza dei paesi latini. Ogni banana o chicco di grano in arrivo negli Usa da produttori del sud, è tartassato da balzelli che eliminano la concorrenza. E gli americani che non frequentano Wall Street sono alle corde; e i produttori latini fanno fatica a vendere. Quindi riducono a niente le paghe da fame distribuite alle braccia della manovalanza campesina. Cinismo che arriva nei giorni dei guadagni record degli agricoltori Usa. Prezzi internazionali alle stelle. Riso più caro del 75 per cento; tortillas messicane vendute come oro. Pane, carne, frutta si comprano dal gioielliere. Milioni di tasche vuote possono solo guardare le vetrine mentre il sussidio statale consola gli speculatori. Due milioni e 600mila persone guadagnano meno di due dollari al giorno. Il 90 per cento dei pochi soldi serviva a mangiare in qualche modo. Ma negli ultimi cinque mesi impossibile rincorrere i prezzi e la fame si sta trasformando in una forma occulta di terrorismo organizzato dai grandi mercanti. Ho paura che le promesse Fao restino promesse se la nazione che ancora guida il mondo apre il cuore così. Non solo Nancy Pelosi, leader democratica della Camera dei Rappresentanti; non solo cento legislatori repubblicani appoggiano con entusiasmo la mancia dei cinque miliardi aggiungendo altre gentilezze; anche la speranza Barack Obama è d’accordo. Il sogno della nuova frontiera ingrigisce a tavola perché le campagne presidenziali vanno unte con pacchi di soldi. E i giganti alimentari non ne hanno mai raccolti tanti. La scalata alla Casa Bianca pretende finanziamenti da far tremare. E nei mesi della grande corsa Obama fa finta di non vedere. Una volta presidente, cambierà? Intanto nel paese dalla democrazia esemplare si distribuiscono altri aiuti settoriali. Milioni e milioni ai produttori di prugne della California; milioni a chi affetta i salmoni da infilare nelle buste di plastica; milioni a chi raccoglie asparagi o alleva cavalli. Mentre il liberismo del mercato asfissia la sopravvivenza di 40 nazioni alle corde, l’industria del primo paese è coperta d’oro per sbaragliare mercati lontani. Sussidi a go go a chi coltiva soia o mais da trasformare in etanolo. Le holding ormai rovesciano il 25 per cento dei raccolti nell’imbuto dell’energia rinnovabile: paga benissimo trascurando l’appetito della gente. Washington si dice disposta a sospendere i sussidi se anche l’Europa li sospende. Ma l’Europa del latte è pronta a marciare con i trattori su Bruxelles. O ad assediare Linate, o a bloccare le autostrade. Insomma, ognuno si tenga il suo. L’anno venturo penseremo agli altri. Negli ultimi sei mesi rivolte per riso e pane hanno sconvolto 22 nazioni. Ed è solo l’inizio se non succede qualcosa. La marea dei profughi continua a montare. Venerdì il Senato americano non è riuscito a raccogliere le venti firme necessarie alla presentazione della legge che affronta i problemi del cambio climatico. Controllo dei gas che stravolgono il tempo. «Pazienza se qualche isola poco abitata del Pacifico va sotto per lo scioglimento dei ghiacciai. Passata la crisi, provvederemo e con vigore». Il silenzio dei senatori democratici fa capire: anche il nuovo è d’accordo. Nessuno ha firmato. Se democratici e repubblicani degli Stati Uniti marciano sui mercati lasciando da parte la gente che, tanto, è sempre morta di fame e continuerà a morire nei paesi del sottosviluppo, bisogna rendere giustizia a una signora non molto considerata per come si è guadagnata la presidenza. Il marito presidente in carica aveva tenuto le primarie in pigiama durante la prima colazione in famiglia: io non corro, andrai tu alla Casa Rosada. Democrazia coniugale, obiettivo raggiunto. Christina Fernandez Kirchner, immagine dell’Argentina, è arrivata a Roma nell’intervallo del braccio di ferro coi magnati agricoli del supermercato del mondo. Argentina di latte, grano, carne, soia. Immensità dove si produce 150 milioni di tonnellate di alimenti basici. Mettono a tavola 450 milioni di persone. Le esportazioni hanno permesso al paese travolto da una crisi che sembrava senza speranza, di tornare quasi normale. Quasi, perché qualche milione di argentini sopravvive fra le immondizie delle villas miserias e attorno a Tucuman si continua a morire di tante malattie che poi è solo fame. Buenos Aires torna grande caricando sulle navi alimenti che trascurano il mercato interno. Sei mesi fa Christina aveva vinto promettendo due pasti al giorno, a tutti, proprio tutti, ma gli esportatori resistono. Finora pagavano spiccioli per portar fuori il ben di dio. Christina impone le tasse necessarie a sfamare le folle dalle tasche vuote, e la protesta esplode con la violenza di chi non vuol perdere il mercato internazionale. Braccio di ferro tra i signori dell’agricoltura e governo. Blocco delle strade da parte dei potenti infastiditi dai dazi. Governo che resiste spulciando colossali evasioni fiscali. Il paradosso è che buona parte degli argentini è d’accordo con gli speculatori in quanto l’aumento della ricchezza di un certo numero di famiglie rianima le abitudini della borghesia compradora. La quale appoggia serrate e blocchi; strade e città impazzite. Applausi alle cisterne che versano sull’asfalto un mare di latte. Piuttosto che pagare le tasse export, meglio buttarlo. Agitazione che svuota gli scaffali dei negozi. Tutti fanno provviste, non si sa mai. L’esempio cileno dell’era pre Pinochet minaccia il governo. Per resistere, il marito della signora Kirchner ha chiesto al sindacato dei camionisti peronisti di bloccare i trasporti dei produttori agricoli. Tu mi impedisci di viaggiare, io ti impedisco di esportare. In Argentina come in Italia certe anime buone non rinunciano al tornaconto e all’evasione fiscale. A Roma c’era anche Lula, bravo nello scaldare la speranza. Ma nella pratica pensa a confortare i bilanci del Brasile: la soia divora l’Amazzonia e Lula costringe alle dimissioni Marina Silva, ministro che difendeva la foresta essendo cresciuta accanto a Chico Mendes ucciso dal latifondo. Nel mese di aprile l’occhio del satellite scopre che 1234 chilometri quadrati di foresta sono spariti in soli trenta giorni. Camion della soia transgenica già al lavoro. Lula è stato l’unico protagonista a rappresentare i paesi-continente che decidono il destino delle economie. Quindi delle pance vuote. Usa, Russia, Cina, India hanno mandato a Roma le seconde file. Bush, Putin e gli altri guardano da lontano. La fame non è quotata in Borsa. Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo L'UNITA' |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

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Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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