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L'Occidente assediato in Afghanistan PDF Stampa E-mail

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di Giulietto Chiesa - Megachip - 10 giugno 2008
Kabul.
Niente si ripete mai esattamente nella storia dei popoli come degl'individui. Vale anche per l'Afghanistan, dove i ricorsi sembrano essere l'ordine del giorno da trent'anni.

   


Eppure anche prima di arrivare nel fascinoso bunker a cinque stelle in cui è stato trasformato dall'Aga Khan l'Hotel Serena (ex Hotel Kabul, in pieno centro) sono le cose stesse a richiamare il passato, anzi i assati che le hanno precedute.
Gli elicotteri da combattimento che in pattuglia volteggiano su Kabul sono quasi identici a quelli sovietici, anche se la bandiera e un'altra. E mi ricordo la ranquilla sicurezza con cui un generale sovietico mi disse, nel 1985, che “tra due o tre anni” l'Afghanistan sarebbe stato pacificato. Quattro anni dopo i carri armati sovietici attraversavano a Termez il maestoso Amu Darià per tornarsene a asa. Sconfitti.
Ovvio che non c'è confronto che tenga. I mujaheddin avevano alle spalle la potenza militare degli Stati Uniti, e le sorti di quella guerra, che costò ai russi 12 mila morti, furono decise quando gli Stinger posero fine alla loro superiorità aerea. E, in più, c'erano i miliardi di petrodollari che l'Arabia Saudita wahhabista versava ai capi di Peshawar. E c'era anche la consulenza attiva del servizio segreto militare pakistano, l'ISI. Adesso, dietro alle formazioni armate che, per pigra comodità, chiamiamo sempre taliban, apparentemente non c'è altro che qualche fazione fondamentalista pakistana. E, per converso, il tutto è sovrastato dalla potenza di fuoco della NATO, la superiorità aerea americana, le foto satellitari, la ricognizione con i droni senza pilota, gli attacchi automatici”, l'intelligence, l'organizzazione bellica, tecnologica, moderna. Una proporzione di forze che, a prima vista, dovrebbe assicurare la vittoria. Ma allora perché questa vittoria non c'è? Cosa significano queste fortezze assediate in cui tutte le ambasciate straniere sono state trasformate, le misure di sicurezza ossessive, le auto blindate, i giubbotti antiproiettile come capo di vestiario quasi obbligato anche nel perimetro della capitale? E' possibile che pochi – o anche tanti – taliban possano creare una situazione apparentemente così incontrollabile? Dovrebbe essere evidente che c'è dell'altro; che le ricette che abbiamo messo in atto non sono probabilmente quelle giuste; che la gente semplice, nelle campagne e nelle valli lontane, non ci percepisce come amici. Per esempio, quanti soldi, dell'enorme flusso di finanziamenti, arrivano ai destinatari finali, alla popolazione? In realtà non lo sa nessuno, ma diversi studi, per forza di cose approssimativi, dicono che, per ogni dollaro inviato in Afghanistan, ne restano sul terreno non più di 15 centesimi. Il resto dell'aiuto – senza tenere conto di quello che aiuto non è affatto, perché è guerra nel senso stretto della parola – si perde nei mille rivoli della corruzione, finisce nelle tasche dei signori della guerra, gli stessi che hanno martoriato il paese e che adesso si sono reinsediati nei posti lucrosi del governo locale, nei governatorati delle province, dove controllano i traffici, incluso quello della droga, e l'amministrazione pubblica, oltre ai loro affari privati.
Tutto questo è opera non dei taliban ma di coloro che sono stati messi al potere dagli occidentali arrivati dopo l'11 settembre. La gente lo sa. Un anziano giornalista afgano, che è venuto a trovarci dentro l'hotel Serena, lo dice con ferma precisione. “Questo paese – racconta – è ancora in grandissima parte analfabeta, ma non è più quello che era dieci anni fa. Non è tanto per i giornali indipendenti, che ci sono ma che riguardano una piccola parte della popolazione.
Né per la presenza di una ventina di canali televisivi privati, perché chi ha la televisione è un'infima parte della popolazione di Kabul, e ancor meno nelle rovince. Sono le radio, in gran parte (ma non più soltanto) quelle occidentali, che si possono sentire in tutto l'Afghanistan, e che trasmettono in farsi e in darì. Milioni di persone le sentono, anche se con parsimonia, perché là dove non c'è elettricità (cioè nell'80 % del paese), si devono comprare le pile, e queste costano. Ma il risultato è che la gente sa molte cose che prima non sapeva. Può giudicare. E il malcontento è alto, e cresce”. Dunque elezioni mezzo truccate e mezzo incomprensibili ai più valgono quello che valgono, cioè assai poco, per stabilire un consenso adeguato. La Costituzione, un'assetto istituzionale molto simile, esteriormente, allo stato di diritto delle democrazie occidentali, può dare l'impressione di uno sviluppo democratico. Ma da sola non basta per creare un'inversione di tendenza verso la stabilità. Quello che appare con tutta evidenza è il carattere eteroimposto, oltre che eterodiretto, di un complicato programma di democratizzazione alla "occidentale". In cui, gli occidentali, appunto, cercano faticosamente da sei anni di spiegare alle élites afghane (non alla popolazione afghana che è per loro irraggiungibile) che si devono uniformare a regole che non riconoscono, e che, con tutta probabilità e in grande maggioranza, non amano. Impresa davvero difficile, a sentire gli stessi deputati afghani delle due camere di questo parlamento. Che hanno idee diverse tra di loro e le esprimono con grande vigore polemico (e questa è una buona notizia), ma che non hanno l'aria di essere molto contenti dello stato di cose. Il presidente della Corte Suprema, Azizi, riassume icasticamente molti punti di vista: "pensavamo di andare dal male al meglio, e adesso ci troviamo dopo sei anni a traslocare dal male al peggio". "Peggio che al tempo del re", esclama uno dei senatori. Certo è che la caduta è stata lunga, più di trent'anni non si risalgono facilmente. Ma come si fa a riformare la giustizia se un giudice prende 50 dollari di stipendio al mese? E, peggio ancora, se ne prende la metà di quanti ne sono stati appena concessi a un giovane poliziotto appena arruolato in un corso di formazione che lo porterà inesorabilmente a rischiare la vita in uno sperduto villaggio di una sperduta valle. Dove, per giunta, non potrà fare nulla per difendere neppure se stesso e la sua famiglia quando arriverà la prima banda di taliban o di qualche signore locale della guerra. Ecco perchè costruire una vera polizia afghana non si potrà fare in breve tempo. "Ci vorrà almeno una generazione", riassume sconsolato un alto ufficiale tedesco. Vuole dire restare qui per 25-30 anni.

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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