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Intervento del Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli PDF Stampa E-mail
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Intervento del Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli
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23 maggio 2008
Palermo.
Per comprendere appieno  il ruolo di Giovanni Falcone nella lotta alla mafia occorre partire dalla stagione  che la mafia non esisteva. Nel senso che fior di notabili ( Cardinali, Procuratori generali, politici ….) ne negavano ufficialmente e solennemente l’esistenza. E qualcuno faceva anche di peggio.

Ecco una citazione testuale: “si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura, è una inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura e la giustizia e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice. Nella persecuzione dei fuorilegge e dei banditi ha addirittura  affiancato le forze dell’ordine. Oggi  si fa il nome di un autorevole successore nella carica tenuta da Don Calogero Vizzini, in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello Stato e del miglioramento sociale della collettività”. A scrivere queste nefandezze (negli anni Cinquanta, su una rivista giuridica) era il Procuratore generale della Corte di cassazione Giuseppe Guido Lo Schiavo, il più alto magistrato italiano.

Ora, è evidente che se qualcosa non esiste ( o peggio), nessuno la cerca. E se qualcuno un po’ border line la cerca lo stesso, difficilmente la trova. Se proprio è fortunato o particolarmente capace, riesce ad afferrare qualcosa, ma soltanto dei brandelli. E la realtà investigativo-giudiziaria  di questa stagione, in cui la mafia non esiste, è che di processi se ne fanno pochi, e praticamente tutti si concludono -  inesorabilmente e sistematicamente -  con assoluzioni per insufficienza di prove.

Il panorama cambia quando entrano in campo Giovanni Falcone e gli altri magistrati del pool di Palermo diretto prima da Chinnici e poi da Caponnetto. Falcone (  che sapeva bene che la mafia… esisteva)  ha il merito di inventare ed attuare un metodo di lavoro che  - raccontato oggi -  può sembrare una banalità, ma per quei tempi era una vera e propria rivoluzione. Quel metodo era imperniato sui parametri della “specializzazione” e  della “centralizzazione”. I componenti del pool devono fare soltanto antimafia e nient’altro, in modo da affinare progressivamente le loro conoscenze, specializzandosi sempre di più. Basta  poi con la frammentazione, segmentazione, parcellizzazione delle poche inchieste del passato.  Col nuovo metodo  tutti i dati relativi a Cosa Nostra devono confluire in un unico motore di raccolta, in modo da consentire una visione organica, completa dell’organizzazione. E allora il singolo fatto criminoso, che prima ( preso a sé, isolatamente) risultava indecifrabile,  adesso  - inserito nel contesto, nella struttura organizzativa di Cosa Nostra -  parlerà un linguaggio comprensibile e saranno definibili anche le responsabilità individuali. Questo metodo paga. Ne vien fuori un capolavoro investigativo-giudiziario: il maxi-processo (maxi perché enorme -  maxi appunto  -  era stata l’impunità di cui la mafia aveva goduto fino a quel momento), la fine del mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra, la dimostrazione coi fatti ( nel rispetto rigoroso delle regole, delle prove, delle procedure) di quanto avesse ragione Giovanni Falcone, tutte le volte che sosteneva che la mafia è una vicenda umana come tutte le altre, ha un inizio, uno sviluppo, può benissimo avere una fine.

Il pool sta vincendo la lotta alla mafia, Falcone e gli altri stanno rendendo un servizio di interesse nazionale, perché la mafia non è soltanto questione criminale circoscrivibile al perimetro siciliano. E’ ben di più. E’ questione politica, economica, sociale di livello nazionale. Questione di democrazia. Ma Falcone ed il pool, invece di essere aiutati e sostenuti, sono letteralmente spazzati via dal punto di vista professionale (siamo, si badi,  4-5 anni prima delle stragi). Si scatena una tempesta di polemiche e di aggressioni, tanto vergognose quanto ingiuste: professionisti dell’antimafia, uso spregiudicato dei pentiti (Falcone che portava i cannoli a Buscetta…), uso distorto  della giustizia a fini politici di parte, pool trasformato in centro di potere. Alla fine il pool di fatto viene cancellato ed il suo metodo di lavoro è azzerato. E Falcone è costretto ad “emigrare” da Palermo. Per lui non c’è più posto in alcun ufficio della città.


 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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