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Kabul, Karzai assediato dai boiardi PDF Stampa E-mail

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di Giulietto Chiesa - 5 giugno 2008 - Megachip
Kabul.
La prima impressione, talvolta, non è quella che conta, ma in questo caso s'impone. Siamo alieni in questo paese.Arrivare in centro dall'aeroporto, a bordo di auto blindate, dotati di giubbotto antiproiettile d'ordinanza...




sotto la custodia di contractors privati, significa procedere a zig-zag, a passo d'uomo, attraverso decine di passaggi a livello d'acciao, con sbarre doppie grandi come tronchi d'albero, navigando in mezzo a cavalli di frisia, contenitori di terra enormi, anti esplosioni, sacchi di sabbia, e muri di cemento armato che ostruiscono la vista da ogni parte salvo quella, in alto, del cielo azzurro e, a qualche svolta, quella dei picchi vertiginosi e innevati che circondano da lontano l'immensa valle di Kabul.
Come l'inferno è lastricato, talvolta, di buone intenzioni, questi blocchi di cemento riassumono plasticamente una situazione che non si può dire insostenibile solo perché le circostanze dicono che noi potremmo sostenerla anche per molti anni.
A che prezzo? E' un altro discorso. Siamo più forti, noi alieni, e siamo incomparabilmente più ricchi. Il nostro fiato corto non arriva fin da queste parti. Ma questo non significa che le cose vadano bene, né che noi siamo convinti di essere nel giusto. Possiamo reggere, appunto, solo perché la storia ci ha fatto più forti, tecnologicamente imbattibili. Per ora. Ma tutti avvertono, anche quelli che sentono di avere una missione da compiere (ed è davvero difficile dire quale, in queste condizioni), di essere in un “deserto di tartari” dove il cielo può farsi all'improvviso molto scuro, di sabbia, e allora non si sa più che fare, dove nascondersi, come impedire che ti accechi.
Il prezzo è alto. Non solo in termini del denaro che bisogna spendere per restare. Sono le vite che si perdono nel nulla, da anni. Le vite degli alieni, certo in primo luogo, che costano incommensurabilmente di più delle loro, piccole e per noi
insignificanti. Siamo qui da sette anni, ormai, e lo stillicidio dei morti è micidiale. Nei pochi giorni passati tra Kabul e Herat, tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio, sono i nuovi giornali dell'Afghanistan “liberato dai taliban”, a scandire la conta del massacro. Lunedì 28 aprile, mentre lo stravagante presidente Sarkozy dichiara che, se la Francia lasciasse l'Afghanistan, il Pakistan crollerebbe “come un castello di carte”, e mentre sulle prime pagine campeggia la notizia che il giorno prima Karzai è scampato a un attentato, nel centro di Kabul, il quarto della sua carriera, dove hanno perduto la vita due parlamentari della Wolesi Jirga, la camera bassa, il quadro è questo: “diversi morti” in combattimento nella provincia di Kunar; a Gardez un leader locale e il suo autista sono uccisi da una esplosione; combattimenti in corso a Paktia; razzi sparati, senza vittime, nella provincia di Herat contro la sede dell'Unama, la missione delle nazioni Unite; e, infine, notizia che le forze afgane hanno riconquistato cinque posti di frontiera dopo aspri combattimenti non contro i taliban ma contro l'esercito del Pakistan. Il 28 aprile, mentre il primo ministro australiano Kevin Rudd, dando notizia del decesso del soldato Jason Marks, ferito nel sud dell'Afghanistan, annuncia “tempi sanguinosi” per la presenza occidentale, altri combattimenti
vengono annunciati da Ghazni, con almeno 6 insorti uccisi, insieme a quattro non precisati difensori e quindici feriti, mentre di nuovo le cose vanno male per gli australiani, che segnalano un altro caduto e quattro feriti dopo un'imboscata nella
provincia di Uruzgan. E nella provincia di Laghman due operai di un'impresa di costruzioni saltano in aria a Char Bagh.
Il giorno dopo “Outlook Afghanistan” presenta un panorama che sfiora il delirio. George Bush dichiara che gli Stati Uniti “stanno facendo progressi” in Afghanistan, mentre Gordon Brown, desolato, constata che “la missione afgana è in difficoltà”.
L'ISAF, la forza internazionale di sicurezza, cioè la NATO, lancia un'offensiva nella provincia del sud-ovest, di Helmand, proprio mentre un attacco suicida uccide 20 poliziotti afgani, incluso il capo della polizia locale, nella provincia di Nangarhar, distretto di Khungyam. Offensiva da una parte, contr'attacco dall'altra. Il ministro degli esteri afgano lamenta che “le truppe della NATO sono criticamente non equipaggiate”, mentre un soldato dell'ISAF viene ucciso in un'imboscata e un altro è ferito nel distretto Tagab di Kapisa. La nazionalità non viene detta ma è uno dei morti “che contano” essendo straniero. Poi è il torrente di morti e feriti locali: cinque poliziotti feriti a Paktika, sei taliban uccisi e otto feriti a Ghazni, dove gli scontri sono continui e su ampia scala. Infine, per quel giorno, l'ultima singolare notizia dalla frontiera con il Pakistan: i taliban hanno
intimato al governo di Islamabad di chiudere tutti i posti di frontiera della regione di Mohmand. Entro tre giorni, altrimenti procederanno loro stessi a distruggerli.
Ma a Kabul, mentre è in corso la caccia all'uomo contro i sopravvissuti all'attentato al presidente Karzai, corrono voci che gli attentatori potrebbero non essere stati i taliban. E allora chi? Risposte certe nessuna, ma sia alcuni diplomatici occidentali, sia diversi deputati della Wolesi Jirga, che altri della camera alta, la Meshrano Jirga, cioè l'equivalente del Senato, affermano che ci sarebbe la mano dello Hezb-i-Islami, il “partito” di Gulbuddin Heckmatyar, che ha la caratteristica ubiqua di avere, non ufficialmente s'intende, uomini nel governo di Karzai, nelle due camere del parlamento, mentre muove forze armate in diverse province del paese. Ed è quello stesso Heckmatyar che fu tra i maggiori leader mujaheddin, di etnia pashtun, che conquistarono la Kabul che i sovietici, andandosene, avevano lasciato nelle mani di Najibullah. Il 27 aprile, giorno dell'attentato a Karzai, si festeggiava appunto il 16 anniversario di quella vittoria.
Un alto esponente tagiko, che non si può citare, è esplicito al riguardo: le forze dello Hezb-i-Islami “sono più numerose e meglio equipaggiate di quelle dei taliban”. Sorpresa? Neanche troppo. Il giorno dopo i giornali riferiscono che le
forze della sicurezza afgane hanno effettuato un raid nei pressi di Kabul uccidendo sette “militanti” sospettati di avere avuto a che fare con l'attentato. I termini dei comunicati appaiono attentamente calibrati. I taliban – che pure ribadiscono,
tramite il loro portavoce Zabibullah Mujahed, la paternità dell'attentato – non sono nemmeno menzionati. Nell'attacco hanno perso la vita anche tre agenti dei servizi afgani, insieme a una donna e a un bambino, ma queste sono inezie.
Essenziale è che Amrullah Saleh, capo dell'intelligence, dichiara, stranamente di “non avere prove” che l'operazione contro Karzai “abbia avuto il beneplacito del governo del Pakistan o delle sue agenzie speciali”. E si sa che Heckmatyar, la cui sede più probabile è Peshawar, è ancora protetto, probabilmente finanziato, sicuramente armato dall'ISI pakistano, esattamente come lo fu durante tutta la jihad islamica contro i sovietici, quando combatteva fianco a fianco con Osama bin Laden.
Ma allora contro chi combatte la NATO? Che ci stiamo a fare da quelle parti? A che gioco giochiamo, visto che di giochi non ce n'è uno solo ma diversi? E come si configura la nostra “missione civilizzatrice” in un contesto come questo?
Insomma, colloquio dopo colloquio, emerge – seppure tra molte reticenze e mezze ammissioni – che non tutti i “taliban” sono taliban, che ci sono altri fronti e altri conflitti latenti e espliciti, che non tutti i taliban sono Al Qaeda. Anzi che Al Qaeda è qui cosa perfino più sfumata che altrove, sebbene questo “database” sia nato poco lontano da questi confini, appunto a Peshawar, ai tempi della sconfitta sovietica, dopo quella sconfitta, e dunque non per combattere una guerra già vinta. E, mentre tutti parlano di “afghanizzare” il problema afgano, cioè di restituirlo ai suoi protagonisti e vittime, gli stessi tutti – afghani e occidentali – sono convinti che, se gli occidentali se ne andassero, dopo un minuto tutto crollerebbe in un nuovo bagno di sangue. Dopo sei anni di guerra non è un grande risultato.

LA STAMPA
 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


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  • Terzo Millennio

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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