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Antimafia Duemila

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Mafia, potenza economica PDF Stampa E-mail

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di Elio Veltri - 4 giugno 2008
Luigi Giuliano, già capo assoluto della Nuova Famiglia della camorra, alleata con «l'Alleanza di Secondigliano», nel 2003, quando si pente, comincia a raccontare gli affari, e dice che la «Cupola» incassava decine di miliardi di vecchie lire al mese.

In Sicilia i magistrati ascoltando una intercettazione ambientale, si convincono che i veri padroni della SISA che gestisce 100 supermercati in provincia di Palermo e fattura 300 miliardi all'anno di vecchie lire, sono Provenzano e Palazzolo.
Dal porto di Gioia Tauro la 'ndrangheta mandava in Cina containers pieni di rifiuti che ritornavano in Europa trasformati in plastica. Ecco, queste sono solo tessere della mafia Spa, multinazionale, presente in molti paesi del mondo, a suo agio nell'economia globalizzata, senza segreti per la finanza e per i paradisi fiscali. Rappresentata da tecnici di valore, incensurati, capaci di portare all'estero decine di società, con una triangolazione fulminea Milano- Lussemburgo- Lugano e di riportarle in Italia ripulite e pronte ad operare in borsa.
La Mafia ha capito prima degli imprenditori onesti la globalizzazione, la caduta delle frontiere e, soprattutto, l'uso di Internet e li ha usati a proprio vantaggio. Subito dopo la caduta del muro di Berlino, in un'intercettazione telefonica diventata famosa, si ascolta l'inviato che chiede al capo cosa deve comprare e si sente rispondere: «vai a Berlino est e compra tutto». A Berlino est per due ragioni: la domanda di capitali era elevata e di democrazia ce n'era poca, per cui le regole potevano essere aggirate.
L'economia del paese segna il passo e la crescita è zero; la produzione industriale è in caduta libera perché gli italiani hanno le tasche vuote e non comprano, ma mafia Spa è florida e in espansione, in tutto il mondo. In Italia, con un fatturato calcolato 90 miliardi di Euro dal rapporto di SOS impresa della Confesercenti per la parte commerciale, si conferma la più importante multinazionale del paese e una delle più grandi d'Europa, tale da competere con le Corporations che hanno bilanci superiori a quelli degli Stati. Se poi aggiungiamo traffico di droga, di armi e di esseri umani, allora il fatturato tocca i 140-150 miliardi all'anno. Certo, la mafia non deposita bilanci e non si sottopone al controllo della Consob.
Ma le stime sono attendibili e anche sottodimensionate. Ad esempio Piero Grasso valuta circa 50 miliardi di euro il traffico di droga e John Kerry, senatore democratico, presidente di una Commissione del Senato che si occupa di criminalità organizzata, il traffico di droga della mafia italiana lo valuta 110 miliardi di dollari all'anno e cioè più del doppio.
In un rapporto al Senato degli Stati Uniti sulle cinque mafie più potenti del mondo, il Senatore democratico scrive che si può affermare con sicurezza che la mafia italiana gode di protezioni ad alti livelli politici e nell'apparato dello Stato. Il rapporto naturalmente non è stato tradotto. Forse vale la pena ricordarne il titolo: «La nuova guerra». E cioè la guerra per la democrazia e la civiltà nel terzo millennio è quella contro la mafia. E non la pensa diversamente Louise I. Shelley, direttore del Transnational Crime and Corruption Center dell'Università di Washington il quale scrive: «la criminalità transnazionale sarà per i legislatori il problema dominante del ventunesimo secolo, come lo fu la guerra fredda per il ventesimo secolo e il colonialismo per il diciannovesimo».
È una esagerazione? Non credo, perché anche l'ONU e L'Unione Europea la pensano allo stesso modo. Ad esempio, se esaminiamo uno dei settori più «produttivi» che è quello della contraffazione( abiti griffati, giocattoli, computer, profumi ecc) nel quale lavorano a due euro all'ora, nelle cantine e nei sottoscala, e non solo della Campania, decine di migliaia di persone, «l'Union des fabricants pour la protection International de la propriété industrielle et artistique», che ha organizzato il Forum di Parigi del 2003, ne valuta i profitti in 250 miliardi di euro all'anno pari al 5-7% del commercio mondiale. L'organizzazione Mondiale delle Dogane poi, ne stima il fatturato in 450 miliardi di euro anno. L'Italia, per la contraffazione, è ai primi posti al mondo. Ed è solo un comparto delle innumerevoli produzioni oramai in mano alla criminalità organizzata, che fa concorrenza all'economia sana, conquista i mercati con la violenza, non ha bisogno di accendere prestiti bancari perché paga cash. Per dare ancora un'idea si calcola che i posti di lavoro persi ogni anno dalle aziende regolari che subiscono la concorrenza sono 100 mila e l'evasione fiscale è di 2,4 miliardi di dollari. Il nero si mescola col criminale sia nella finanza che nell'economia.
Poi, nei paradisi fiscali, che negli ultimi anni sono raddoppiati, dove si contano più banche che cittadini, si sposano.
In un convegno nell'Università di Firenze, Ottobre del 2007, Piero Grasso ricordava che Falcone aveva capito tutto e l'aveva spiegato nel 1991 ai deputati del Bundestag, ma ricordava anche che oggi solo i «fondi per le piccole spese vengono confiscati» e un po' sconsolato si chiedeva: «ma la politica vuole davvero combattere la mafia?».
La domanda è d'obbligo per due ragioni: la politica ha delegato alla magistratura e alle forze dell'ordine il problema economico e sociale più drammatico del paese. La politica non si cura di conoscerlo per intervenire e quindi ne ignora o ne sottovaluta la dimensione. Eppure, i patrimoni mafiosi valgono 1000 miliardi di euro(oltre 2 milioni di miliardi di vecchie lire) e gli affiliati, secondo la DIA, sono un milione e ottocentomila. Gli affiliati non sono i «pungiuti». Sono quelli che con le organizzazioni mafiose hanno rapporti sociali e di affari a causa di un'espansione gigantesca e incontrollabile della finanza e dell'economia criminale.
Le leggi che i magistrati hanno in mano sono strumenti che non funzionano: né quella sulla confisca dei beni, né quella sul riciclaggio, se solo pensiamo che non più del 6-7% dei beni vengono confiscati e i processi in corso, di qualche peso, per riciclaggio sono 4-5. L'anagrafe dei conti e dei depositi introdotta con legge nel 1991 non è operativa. Proposte all'Europa per cominciare a chiudere i paradisi fiscali sui territori europei per poi concordare nelle sedi internazionali interventi negli altri continenti, non ce ne sono. Embarghi finanziari non ne vengono proposti. Eppure, ne sono stati attuati persino sui farmaci e sul cibo. Ma per le sacre finanze sporche No.
L'Italia, inoltre, ha la sua buona dose di banche e società finanziarie nei paradisi fiscali col placet della Banca d'Italia: 220 banche; 117 società controllate da banche di cui 40 in Lussemburgo.
Sono giorni di dibattito acceso sugli immigrati clandestini e sull'immigrazione in generale. Com'è stato sottolineato su questo giornale anche da Livia Turco, la clandestinità è figlia innanzitutto dell'economia sommersa(nera e mafiosa), che costituisce il più grande serbatoio europeo di italiani precari e sfruttati e di immigrati clandestini e non, ma sempre sfruttati. Con scie di morti da guerra civile, quella mafiosa, che si contano in migliaia e che sembra non interessino più di tanto.
Quindi, o si interviene sulle cause oppure la cancrena rimane. Eppure, questa sì, che sarebbe materia di una grande alleanza trasversale e nazionale.

l'Unita'
 
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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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