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Il ruolo fondamentale del pentitismo PDF Stampa E-mail
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Il ruolo fondamentale del pentitismo
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In questa ottica, occorre anzitutto una seria ed obiettiva valutazione sia della necessità di protezione sia dei mezzi più adeguati, in una con un prudente apprezzamento della non manifesta inattendibilità di chi è pronto a collaborare con la giustizia o ha già iniziatoquesta collaborazione. Appare preferibile, per intuitive ragioni, riservare questa complessa valutazione ad un organismo collegiale che, senza formalità di procedura e su richiesta del pubblico ministero, possa stabilire con tempestività se e quali misure di protezione debbano essere adottate caso per caso. Dovrebbe essere previsto, altresì, in caso di urgenza tale da non tollerare il tempo, seppur breve, per la decisione della commissione, la possibilità di decidere, in via provvisoria e salvo ratifica, al presidente della stessa. Dovrebbe restar salva, comunque, la possibilità per le singole forze di polizia di provvedere autonomamente alla protezione dei soggetti a rischio per effetto delle loro dichiarazioni, naturalmente fino al provvedimento della commissione in questione e con l’obbligo di informarne al più presto il pubblico ministero. Quanto alla composizione della commissione sembra necessario che della stessa – da costituire presso il Ministero dell’interno o, preferibilmente, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri – facciano parte magistrati del pubblico ministero (nominati dal Consiglio superiore della magistratura) e appartenenti alle forze dell’ordine con specifica e diretta conoscenza di problemi riguardanti la criminalità organizzata. Detto organismo dovrebbe periodicamente riferire sui criteri adottati e sui risultati conseguiti, al fine di consentirne una valutazione da parte del Parlamento anche per quanto riguarda l’entità degli stanziamenti di bilancio.
L’esecuzione delle misure di protezione, punto centrale del tema in questione, non dovrebbe essere in alcun modo affidata agli stessi organismi investigativi preposti alle indagini, poiché ciò potrebbe risolversi in un’inammissibile commistione di ruoli e perfino nella coartazione della volontà del dichiarante. Si tratta di un punto irrinunciabile per garantire la genuinità delle acquisizioni probatorie e per assicurare il buon funzionamento della protezione. Sarebbe indubbiamente preferibile, in proposito, che venisse creato, sulla falsariga di quanto da tempo avviene in altri Paesi, un organismo specificamente preposto alla protezione; ma, per intanto, è comunque necessario evitare qualsiasi commistione di ruoli fra investigatori e personale addetto alla protezione. Circa, poi, il contenuto di tali misure, sembra evidente che, a parte quelle che comportano interventi di natura legislativa, le stesse non possano avere una rigida predeterminazione, dovendo essere riservato all’organo esecutivo, nell’ambito dei criteri stabiliti e del finanziamento erogato dalla commissione, di stabilire con sufficiente discrezionalità il contenuto concreto delle misure da adottare.
Per quanto riguarda i dichiaranti in stato di detenzione, dovrebbe essere previsto un regime differenziato, preferibilmente in apposite strutture carcerarie, per evitare, nel più rigoroso rispetto dell’ordinamento penitenziario, situazioni di pericolo esterne ed interne al carcere. Dovrebbe essere, comunque, prevista la possibilità del cambio di identità e del rilascio di documenti di comodo per assicurare l’anonimato del dichiarante.
Si segnala, ancora, l’opportunità di una riforma del codice di procedura penale, al fine di evitare formalità che, da un lato, non sono essenziali per il diritto di difesa dell’indagato e, dall’altro, si risolvono nell’intempestiva ed estremamente pericolosa conoscenza del nome del dichiarante prima che ciò sia reso necessario da reali esigenze di difesa.
Infine, tenuto conto delle caratteristiche geografiche del nostro Paese e delle potenzialità delle organizzazioni criminose, si segnala l’opportunità di incrementare, attraverso il ricorso a convenzioni internazionali, il trasferimento in Paesi esteri dei dichiaranti, anche se in stato di detenzione (attraverso il meccanismo dell’esecuzione della pena all’estero), e dei loro familiari.


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila gennaio 2001




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