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Il boss Nicola Mandalà resta al 41 bis PDF Stampa E-mail

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di Silvia Cordella - 27 maggio 2008

Nicola Mandalà, il capomafia di Villabate che ha gestito gli ultimi anni della latitanza di Provenzano, deve restare detenuto al 41 bis.




Il Tribunale di sorveglianza di Bologna presieduto da Luca Ghedini ha così deciso rigettando la richiesta dei legali del mafioso, secondo i quali Mandalà, ora che è in carcere, avrebbe reciso i suoi legami con Cosa Nostra. Per avallare la loro tesi in particolare i difensori dell’imputato hanno spiegato che Mandalà aveva già violato le regole contenute nel decalogo del perfetto “uomo d’onore” ritrovato poi dagli inquirenti in mano ai latitanti Salvatore e Sandro Lo Piccolo. Il boss di Villabate già prima del suo arresto (avvenuto a gennaio 2005 nell’operazione “Grande Mandamento”), aveva avuto una relazione extraconiugale dalla quale era nato anche un figlio, aveva «subito il tradimento della moglie» e fatto un «uso smodato di stupefacenti», oltre che utilizzato denaro di Cosa Nostra per scopi personali. Per i giudici però questo non basta a fare di lui un dissociato dall’organizzazione mafiosa né un innocuo detenuto. Secondo il pm Nino Di Matteo l’osservazione della difesa di Mandalà sarebbe «il frutto di una visione giornalistica e folkloristica» distorta della Cosa Nostra di oggi, all’interno della quale si è registrata invece una «sostanziale irrilevanza degli aspetti di vita privata rispetto alla ben più pregnante operatività e affidabilità mafiosa» in questo caso di Mandalà, il fiancheggiatore di Provenzano. Infatti malgrado le sue “debolezze” il capomafia aveva continuato a gestire gli affari del suo mandamento riciclando i proventi della droga e delle bische clandestine a Palermo e negli Stati Uniti. Nella “Grande mela” attraverso la società di Nicola Notaro, la Haskell International Trading (che firmò con la Nestlè un contratto come distributore esclusivo della pasta Buitoni nello Stato di New York, poi non andato a buon fine), il boss di Villabate aveva messo le mani sul fiorente mercato alimentare americano. Il boss in quell’azienda aveva investito 100 mila euro, una somma che rappresentava solo una parte del suo denaro. Ma, cosa ancora più importante, a New York il capomafia aveva stretto importanti legami con la famiglia Gambino-Inzerillo, i cosiddetti “scappati” della guerra di mafia degli anni Ottanta, che si apprestavano tornare in Sicilia dopo 26 anni di lontananza, quando cioè erano scappati per sottrarsi al tiro incrociato dei corleonesi. Un sogno quello della potente famiglia italoamericana interrotto dalla recente ondata di arresti che l’ha decimata nell’operazione Old Bridge messa a segno all’inizio dell’anno congiuntamente in Sicilia e a New York, grazie al coordinamento tra le Forze di Polizia italiane e l’FBI.
 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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