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Santa Alleanza a Genova PDF Stampa E-mail

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di Peter Gomez e Vittorio Malagutti - 30 maggio 2008
La tempesta sulla giunta Vincenzi. I politici di entrambi gli schieramenti. La curia e l'Opus Dei. La fondazione Carige. Gli ospedali e il porto. Gli appalti. Retroscena di un sistema di potere.
 




Che sera, quella sera a casa del cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone. C'era una violinista tredicenne e un virtuoso del pianoforte che suonavano Bach e Mozart. Ad ascoltarli una platea selezionatissima. Quaranta invitati, solo parenti e amici stretti. Tutti in Vaticano il 2 dicembre dell'anno scorso per festeggiare il settantatreesimo compleanno del capo della diplomazia di papa Benedetto XVI. Sorrisi e brindisi sul filo delle note. Il più felice di tutti era il giovane imprenditore vercellese Roberto Alessio, 38 anni, erede di una famiglia di macellai che aveva fatto il salto di qualità puntando su catering e ristorazione collettiva, cioè mense e affini. Quel concerto l'aveva organizzato e pagato proprio lui, insieme a un gruppo di amici per ingraziarsi l'alto prelato, ex vescovo (guarda caso) a Vercelli e poi a capo della diocesi di Genova prima di salire nelle gerarchie vaticane. Non badava a spese, Alessio. Tre giorni prima si era affrettato a sborsare qualche migliaio di euro pur di partecipare alla cena di gala (cardinal dinner, l'avevano battezzata) in onore del nuovo arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, assieme al presidente della Regione Claudio Burlando e a parlamentari di primo piano come Claudio Scajola, Luigi Grillo e Daniela Santanché.

Il rampante Alessio aveva capito da un pezzo che per fare affari in Liguria i buoni rapporti con la curia sono indispensabili. Aprono porte a destra come a sinistra, nella logica di un potere trasversale che vive di giochi di sponda e alleanze senza bandiere di partito. L'inchiesta della Procura di Genova sugli appalti delle mense comunali, quella che mercoledì 21 maggio ha portato in carcere lo stesso Alessio e altre quattro persone, tra cui Stefano Francesca, portavoce del sindaco Marta Vincenzi, racconta proprio questo: le acrobazie di una banda di amici che vogliono utilizzare i loro legami con la curia per entrare nel grande gioco.

Non è un caso. Genova è ancora rossa, ma per molte poltrone che contano l'ultima parola spetta sempre alla Chiesa. Per questo nonostante le dimissioni forzate di due assessori, Paolo Striano e Massimiliano Morettini, rimasti invischiati nell'indagine, e le difficoltà del sindaco Vincenzi, tutti a Genova sono convinti che persino un'eventuale caduta della giunta non cambierà il sistema. Il modello, sperimentato ed efficiente, è quello della fondazione Carige, vera stanza di compensazione tra i poteri della città e scrigno finanziario che custodisce un tesoro da centinaia di milioni. Il consiglio di amministrazione dell'ente è il risultato di una sofisticata alchimia. L'anno scorso, ad esempio, l'Opus Dei ha perso la poltrona di presidente. Il cattolicissimo Vincenzo Lorenzelli, vicino all'Udc di Pier Ferdinando Casini, sopranumerario della prelatura vaticana fondata da José Maria Escrivà, se ne è andato in polemica, disse, "con le ingerenze della politica". Al posto del dimissionario è arrivato, come soluzione di compromesso, l'industriale Flavio Repetto. Ma Scajola, ras berlusconiano della Liguria, al termine di una lunga trattativa con il centrosinistra è riuscito a imporre come vicepresidente Pierluigi Vinai, targato Forza Italia, ma anche lui legato all'Opus Dei. Così adesso nel consiglio della fondazione troviamo un seguace di Escrivà, un monsignore designato dalla curia, due uomini targati centrosinistra e un avvocato, Sergio Maria Carbone, gran mandarino degli affari della città. Tutti assieme decidono chi e che cosa finanziare con i milioni elargiti in beneficenza a enti e iniziative locali. Ma soprattutto la Fondazione possiede la quota di controllo dell'ex cassa di risparmio diventata Carige, di gran lunga la banca più influente della regione.

Destra, sinistra, Chiesa e Stato, a Genova funziona così. Anche al Galliera, l'ospedale più importante della città, uno dei più grandi d'Italia, i soldi sono pubblici, ma su molti incarichi di vertice l'ultima parola (in via ufficiale o ufficiosa) spetta alla Curia. Per statuto sulla poltrona di presidente siede sempre il vescovo della città (prima Bertone e adesso Bagnasco) che sceglie anche il proprio vice. Proprio il Galliera ha funzionato come il trampolino di lancio per Giuseppe 'Pinuccio' Profiti, 48 anni, uno degli uomini chiave dell'indagine sul presunto comitato di affari genovese. Profiti, dopo un'esperienza nella Guardia di Finanza, fa carriera da amministratore pubblico. Il centrodestra lo ama, tanto che il governatore della Liguria Sandro Biasotti (Forza Italia) lo chiama come direttore della programmazione. Poi arriva Burlando, ma Profiti resta al suo posto e per qualche settimana si parla di lui persino come futuro segretario della Regione. Sta per farcela, quando un gioco di veti incrociati lo mette fuori causa. Poco male. Inteviene l'allora arcivescovo Bertone (siamo nel 2004) che gli spiana la strada verso incarichi ancora più prestigiosi: gli dà la vicepresidenza del Galliera e, quattro anni dopo, nel febbraio scorso, lo chiama in Vaticano, come numero uno del Bambin Gesù, una nomina che spetta al segretario di Stato. Prima di spiccare il volo verso Roma, però, Profiti, finisce nell'indagine dei suoi ex colleghi delle Fiamme gialle. Alessio e i suoi amici contano su di lui per ottenere un appalto nella Asl di Savona, dove tra i dirigenti c'è un grande amico di Profiti. Il problema è che la gara d'appalto savonese è finita davanti al Tar. Il presunto comitato di affari cerca così di condizionare l'esito del ricorso amministrativo agganciando un magistrato contabile. Non uno qualsiasi, addirittura Mario D'Antino, presidente della sezione ligure della Corte dei conti. Ovvero l'uomo che aveva la responsabilità di vigilare sulla gestione di tutti gli enti pubblici. L'alto magistrato, stando alle intercettazioni, dovrebbe intervenire sul Consiglio di Stato grazie alle sue conoscenze.

D'Antino è un uomo religioso, o almeno così si presenta nei colloqui intercettati dagli investigatori. Anche lui vorrebbe incontrare il segretario di Stato Bertone. Il motivo dell'udienza con l'alto prelato, però, non è propriamente spirituale. Tra le aspirazioni del magistrato c'è quella di diventare, una volta in pensione, consigliere di amministrazione della Casa Sollievo della Sofferenza, a San Giovanni Rotondo, in Puglia: l'ospedale fondato negli anni Cinquanta da padre Pio e oggi diventato una delle più grandi strutture sanitarie dell'Italia meridionale. Il suo problema, infatti, è che cosa fare una volta appesa la toga al chiodo. Per questo gli andrebbero bene "anche altre cose, non necessariamente Foggia (padre Pio, ndr)", spiega per telefono. D'Antino comunque è un uomo previdente. Infatti si è già mosso da solo. Il grande gruppo pubblico Finmeccanica, di base a Genova, gli ha già garantito un incarico nel collegio sindacale di una società. E nell'aprile del 2008, come 'L'espresso' è in grado di raccontare, il giudice, che ha compiuto 75 anni pochi giorni prima, fonda nel capoluogo ligure una piccola società, la Cristilli & D'Antino srl. Oggetto sociale: consulenza nella gestione patrimoniale d'immobili. Non basta: pure il neoministro delle Infrastrutture Altero Matteoli gli ha dato un posto nel suo staff. Una sorta di bis per lui, visto che il giudice era già stato nel precedente governo Berlusconi consulente giuridico di Pietro Lunardi. E padre Pio? L'incarico di vertice a San Giovanni Rotondo non è arrivato. E a questo punto, probabilmente, non arriverà mai. Ma il magistrato si è comunque meritato un riconoscimento per il suo impegno in campo religioso. Il 16 novembre dello scorso anno, proprio mentre si intratteneva al telefono con i presunti componenti del comitato di affari, il magistrato ha vinto la settima edizione del premio padre Pio nella sezione dedicata alla giustizia. Sul palco insieme a lui per ritirare il riconoscimento anche un altro grande devoto: Luciano Moggi. 
 
Compagni di merenda
Si chiama cestino del pellegrino. Ogni anno decine di migliaia di fedeli in partenza per Lourdes e le altre mete dei viaggi di preghiera ricevono il loro pasto grazie all'azienda di Roberto Alessio, l'imprenditore coinvolto nello scandalo degli appalti di Genova. Caso vuole che Alessio sia di Vercelli, dove ha sede anche l'Oftal, la più importante tra le organizzazioni che si occupano di pellegrinaggi religiosi. È nato così, grazie a un accordo ad hoc, il business del cestino. Un affare tra i tanti per un gruppo cresciuto a tappe forzate negli ultimi anni. Gli Alessio hanno fatto man bassa di appalti in molte regioni italiane, dal Piemonte fino all'Umbria e al Lazio, raggiungendo un fatturato di 40 milioni di euro. Non senza qualche incidente di percorso, a dire il vero. Cesare Alessio, padre di Roberto, è finito per due volte nella rete delle indagini della magistratura sulle forniture alle mense gestite dal Comune di Milano. Dapprima nel 1993, quando un assessore socialista raccontò di aver ricevuto una stecca dal titolare della ditta vercellese nel lontano 1982. Nel 1999 Cesare Alessio finì addirittura in carcere con l'accusa di aver versato denaro a esponenti dell'amministrazione comunale milanese. Storie vecchie. O almeno così sembrava. Fino all'arresto del giovane Roberto. Anche lui nei guai causa tangenti

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