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Antimafia Duemila

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Falcone: siamo corporativisti e poco professionali PDF Stampa E-mail
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Falcone: siamo corporativisti e poco professionali
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Qualcosa, dunque, comincia a muoversi nella direzione di una maggiore razionalità dell'organizzazione del servizio-giustizia e, com'era facile prevedere, data la situazione di stallo in cui versa la magistratura associata, l'iniziativa del potere politico non è stata affiancata da un'adeguata ed attenta elaborazione in sede associativa. Non ho notizia circa soddisfacenti ed adeguati dibattiti ed elaborazioni in sede associativa dei problemi della professionalità del giudice; ed è singolare che ciò avvenga in un momento in cui in sede legislativa si moltiplicano le iniziative che incidono in modo determinante sulla professionalità. E, al riguardo, mi sembra grave che l'Associazione nazionale magistrati si stia muovendo con notevole ritardo in ordine ad un disegno di legge, già approvato in sede referente dalla Camera dei deputati, con cui si introducono nuove norme sui consigli giudiziari, sulla temporaneità degli uffici direttivi e monocratici e sulla reversibilità delle funzioni; su ognuno di questi temi di estremo interesse per l'assetto e per la funzionalità della magistratura, sono state adottate soluzioni di notevole portata, che non hanno ancora ricevuto, per quanto è a mia conoscenza, una presa di posizione ufficiale dell'Associazione nazionale magistrati, né, tanto meno, sono state adeguatamente vagliate in sede associativa.
Pur essendo impossibile, in questa sede, un esame ex professo del disegno di legge in questione, mi sembra doveroso richiamare l'attenzione, anzitutto, sulla introduzione nei Consigli giudiziari dei membri laici e, cioè, di avvocati eletti dal foro di appartenenza, e sulla notevole espansione delle attribuzioni di questi organismi. In proposito, mi sembra doveroso di esprimere la mia convinta adesione a questa apertura ai contributi di una categoria, quella degli avvocati, che per la sua specifica professione è posta in grado di valutare, forse meglio di altri, i problemi locali della giustizia e di verificare la laboriosità e la capacità professionale dei giudici. Mi sembra, invece, che si debba nettamente dissentire dalle soluzioni adottate in tema di temporaneità degli incarichi semidirettivi e direttivi e di reversibilità delle funzioni.
Apparentemente, si è dato ingresso al principio della temporaneità degli incarichi direttivi, con ciò esaudendo istanze associative che, per vero, non mi sembra che siano state coltivate con eccessivo impegno né, tanto meno, adeguatamente elaborate. Senonché, il tipo di soluzione scelta, a mio avviso, costituisce l'ennesima conferma che nel nostro Paese nulla è più  definitivo del provvisorio. E' previsto, infatti (art. 20), che i titolari di incarichi direttivi durino in carica cinque anni, con la previsione del conferimento di un ulteriore incarico direttivo in sedi giudiziarie del medesimo o di altro distretto di Corte di appello; sono previste, inoltre, unzioni di collaborazione direttiva (gli attuali incarichi semidirettivi), conferite anch'esse per un termine quinquennale e parimenti rinnovabili per un ulteriore quinquennio (artt, 26 e 27). E così, fra incarichi di collaborazione direttiva ed incarichi direttivi veri e propri, il magistrato potrebbe svolgere funzioni, lato sensu, direttive, per un ventennio; considerato, pertanto, che ben difficilmente - dati gli attuali criteri adottati dal Consiglio superiore della magistratura - un magistrato può aspirare ad un incarico del genere prima dei cinquant'anni, non mi sembra che la situazione sia granché diversa rispetto a quella attuale.
Anzi, credo che le cose potrebbero ulteriormente aggravarsi: poiché, infatti, il disegno di legge non introduce alcun elemento di novità sulla valutazione delle attitudini all'esercizio di tali funzioni, ancora una volta potrebbero prevalere nel conferimento di tali incarichi criteri scarsamente riguardosi delle attitudini e, cioè, della specifica professionalità del candidato rispetto all'incarico da ricoprire. Se si ritiene veramente che la temporaneità degli incarichi direttivi sia una scelta idonea per indurre spinte corporative ed assicurare una migliore funzionalità del servizio-giustizia, occorre che le scelte siano coerenti rispetto al fine e non perpetuino gli inconvenienti lamentati; e ciò, a mio avviso, è esattamente l'opposto di quanto avverrebbe sulla base della soluzione legislativa proposta.
Sconcertante, poi, mi sembra l'art. 29 del disegno di legge. Secondo tale articolo, il magistrato può chiedere l'assegnazione a diverse funzioni o il trasferimento ad altra sede, dopo un biennio dall'effettivo esercizio delle precedenti funzioni e, decorso un ulteriore quinquennio, il Consiglio superiore della magistratura, entro 180 giorni, deve assegnarlo ad altra funzione nella stessa sede e, ove ciò non sia possibile, trasferirlo ad altra sede. Non si discute che vi siano casi - meno infrequenti di quanto si possa pensare - di magistrati che trascorrono l'intera carriera, o comunque lunghissimi periodi, nella medesima sede, senza che possa farsi praticamente nulla per ovviare a situazioni che, spesso, producono conseguenze sgradevoli per la stessa immagine della amministrazione della giustizia. E non è parimenti discutibile, a mio avviso, che un ripensamento della inamovibilità dei giudici, al fine di garantire una più efficace e razionale utilizzazione del personale della magistratura, ormai si imponga. Ma la soluzione che si vuole introdurre è assolutamente in contrasto con qualsiasi esigenza di razionalizzazione del lavoro, mortifica la professionalità, costituisce grave gesto di sfiducia nella magistratura nel suo complesso ed è in contrasto con la norma, sopra richiamata, di cui all'art. 190 dell'ordinamento giudiziario.
Ancora una volta, si sceglie l'adozione di misure automatiche, che penalizzano l'attività della stragrande maggioranza dei magistrati che svolgono il loro difficile lavoro con correttezza e con impegno, per non adottare misure coraggiose che, nel concreto, pongano fine a situazioni inaccettabili o servano ad una migliore funzionalità della giustizia. Mi sembra incredibile che una norma come quella di cui sopra non abbia ancora provocato la forte reazione della magistratura associata e che non siano stati ancora posti in luce, col necessario risalto, i gravissimi pericoli, specie in vista dell'applicazione del nuovo codice di rito penale, per l'aggravamento delle disfunzioni della giustizia. Con una norma siffatta - che, per quanto mi risulta, sarebbe unica nel suo genere per gli impiegati civili dello Stato - ogni seria programmazione del lavoro giudiziario verrebbe compromessa; e verrebbero definitivamente mortificate quelle esigenze di specifica professionalità che, a parole, tutti affermano di volere perseguire. Il Consiglio superiore della magistratura non sarebbe certamente in grado di far altro che occuparsi dei trasferimenti e delle assegnazioni di funzioni, e le spinte corporative troverebbero ulteriore linfa cui attingere.
Ecco, a mio giudizio, un chiarissimo esempio di come certe riforme, in nome di principi astrattamente condivisibili, se non adeguatamente vagliate, possono produrre danni gravissimi; ed ecco, altresì, la conferma della scarsa incisività dell'Associazione dei magistrati che, ripiegata su se stessa, non riesce ad elaborare idee e progetti concreti su cui confrontarsi in vista di riforme che rischiano di essere compiute nel peggiore dei modi. Occorre, dunque, che, partendo dal principio-guida che l'indipendenza e l'autonomia della magistratura sono il necessario presupposto per una amministrazione della giustizia efficiente, ci si misuri, nel concreto, coi problemi esistenti, abbandonando sterili ed astratte posizioni di principio e, per converso, pretendendo il rispetto effettivo dell'indipendenza e dell'autonomia. Bisogna abbandonare principi irreali, come quello della onniscienza del giudice, e rendersi conto che, in una realtà complessa come quella attuale, solo la specializzazione del giudice può consentire di comprenderla e dominarla. Negare la specificità delle conoscenze e delle attitudini richieste per le varie funzioni del giudice, significa favorire la permanenza di situazioni di insoddisfacente professionalità che si risolvono nella attuale scarsa resa del servizio-giustizia. E ciò determinerebbe l'allargamento ulteriore del solco fra la magistratura e la società; e il pericolo, sempre più immanente, di soluzioni inevitabilmente lesive dell'indipendenza e dell'autonomia del giudice.

Giovanni Falcone


Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila febbraio 2001



 
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