Dossier
Giovanni Falcone
Falcone: siamo corporativisti e poco professionali | Falcone: siamo corporativisti e poco professionali |
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Pagina 2 di 4 Una seria riflessione sui motivi dei queste disfunzioni - che tendono ad allontanare sempre più dalla magistratura il consenso sociale, favorendo così certe manovre dirette al depotenziamento del controllo della legalità - non può che partire dalla constatazione che si sono attutite quelle spinte ideali che, un tempo, avevano reso l'azione della magistratura centro di propulsione essenziale per l'effettiva applicazione dei valori solidaristici indicati dalla Costituzione. Nei tempi, ormai non più recenti, in cui l'Associazione nazionale dei magistrati conduceva indimenticabili battaglie per eliminare dall'ordinamento giudiziario forme di progressione in carriera, che si risolvevano in un pesante condizionamento, autoritario e verticistico, dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, era ben chiaro a tutti che la lotta non era diretta a creare inammissibili privilegi, ma a consentire l'attuazione nell'ordinamento dei valori di uguaglianza e di solidarietà sanciti dalla Costituzione. Se questo panorama è radicalmente mutato e se i valori costituzionali dell'autonomia e dell'indipendenza sono in crisi, ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l'Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell'ordinamento democratico. E la crisi profonda dell'associazionismo dei magistrati ha pesantemente influito sulla stessa funzionalità delle istituzioni; le correnti dell'Associazione nazionale magistrati - anche se, per fortuna, non tutte in egual misura - si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura, e quella occupazione delle istituzioni da parte di partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata anche in seno all'organo di governo autonomo della magistratura; con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica. La caccia esasperata e ricorrente al voto del singolo magistrato e la difesa corporativa della categoria sono divenute, in alcune correnti più delle altre, le attività più significative della vita associativa e, al di là di mere declamazioni di principio, nei fatti il dibattito ideologico è scaduto a livelli intollerabili. Le conseguenze sono state di enorme portata ed hanno investito direttamente la stessa professionalità del giudice. Era inevitabile, infatti, che correlativamente al progressivo affievolirsi del dibattito culturale ed ideologico, tendesse a prevalere, rispetto alla figura del magistrato-professionista, quella del magistrato-impiegato; e cioè del magistrato-burocrate, il quale, intimidito dagli attacchi esterni alla sua indipendenza ed indifeso per la sostanziale inerzia dei propri organismi rappresentativi si rifugia nelle comode e tranquillanti certezze di una carriera ispirata al criterio dell'anzianità senza demerito. Bisogna riconoscere che, in presenza di una situazione di sfascio della giustizia, è certamente comodo delegare ad altri le responsabilità derivanti da scelte impegnative, poiché, prima o poi, se si saranno sapute evitare le “grane” derivanti da casi giudiziari perigliosi, si riceverà il “premio” di un posto semidirettivo e, alla fine, probabilmente, anche del tanto sospirato incarico direttivo. Il magistrato, attualmente, viene ammesso in carriera sulla base di un bagaglio culturale meramente nozionistico, e ai criteri passati di accertamento della professionalità, certamente censurabili, ne sono stati sostituiti altri del tutto insoddisfacenti. I criteri di accertamento negativo della professionalità non hanno funzionato, se non in casi insignificanti, e l'affinamento delle qualità professionali, in definitiva, è affidato esclusivamente al senso di responsabilità ed alla buona volontà del singolo. Si aggiunga che i trasferimenti, le assegnazioni di funzioni e le nomine ai posti direttivi sono effettuati con riferimento assolutamente prevalente alle aspettative del magistrato, e solo in minima parte tengono conto delle sue specifiche attitudini e della sua esperienza professionale; non c'è da sorprendersi, quindi, se l'organizzazione degli uffici e le esigenze di razionalizzazione del lavoro restano affidate, in modo del tutto casuale, alla buona volontà ed alle eventuali capacità organizzative del dirigente dell'ufficio, che, ovviamente, non necessariamente coincidono con la sua preparazione professionale. Ai deprecati fenomeni della carriera e del carrierismo sono subentrate carriere di altro tipo, in funzione di controllo dell'elettorato, con la conseguenza che, anziché privilegiare le qualità professionali e l'attitudine specifica a svolgere determinate funzioni, si tende a preferire chi assicura una migliore resa in termini elettorali. Non c'è da meravigliasi, dunque, se la “legittimazione consensuale” della magistratura da parte del corpo sociale sia venuta progressivamente meno, in presenza di atti e comportamenti che appaiono segno inequivoco di quella “separatezza” della magistratura che, isolandola, l'ha esposta sempre più ad attacchi diretti ad indebolirne l'autonomia e l'indipendenza. Valori questo, che vengono sempre più interpretati dalla società come inammissibili privilegi di natura corporativa. In questo clima, la delega di rappresentatività a coloro, sempre gli stessi, che saranno in grado di assicurare queste prospettive rassicuranti, è un passaggio obbligato e naturale; e, di più, è favorito in tutti i modi da quei settori esterni alla magistratura che valutano questa figura di giudice-impiegato come funzionale a certi progetti politici, che non tengono in sufficiente considerazione il valore essenziale per la democrazia di un controllo di legalità efficace e rigoroso nei confronti di chiunque. Questa analisi comincia a farsi strada in sede associativa. Nel richiamato documento del 13.7.88, la corrente di Unità per la Costituzione afferma: “Le correnti dell'Associazione devono saper superare le logiche di schieramento incrementando il confronto di opinioni ideali e culturali, non trasformandosi in apparati di potere che soffocano le voci dissenzienti, trasformano le assemblee in rituali formali e inutili, concentrano quasi tutto il loro impegno nei momenti elettorali, per condizionare totalmente la composizione degli organi rappresentativi, e utilizzano l'arma del clientelismo”. |
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In edicola dal 28 maggio 2008
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Baciamo le mani E guai a chi vuol fare da guastafeste e minare il dialogo, viene linciato con la verga bipartisan. A inaugurare il nuovo metodo all’educato olio di ricino è stato Marco Travaglio. Che si è permesso ancora una volta di utilizzare la televisione come organo di informazione, cioè si è preso la briga, ad autentico sprezzo del pericolo, di dare ai cittadini una notizia. Per altro non esclusiva.
Invitato da Fabio Fazio nella trasmissione Che
tempo che fa ha osato informare i cittadini italiani che il neo-presidente del
Senato Renato Schifani ha avuto, nel procedere della sua carriera, amicizie e
frequentazioni poco raccomandabili. Con boss mafiosi per l’esattezza. |
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Inserto Terzo Millennio N. 58 In questo numero: Nell'ambito del simposio internazionale indetto a Torino lo scorso 28 e 29 marzo dal titolo “From Global Warning to global policy” Giulietto Chiesa ha parlato di recessione mondiale e crisi ambientale, energetica e finanziaria. Questioni cruciali che stanno scuotendo il mondo intero. Fame nel mondo e povertà estrema. Una realtà sempre più vicina a noi, ma di chi è la colpa? Il Kosovo come le ciliegie: un'indipendenza tira l'altra. Quali saranno le conseguenze? Dal sequestro di Ingrid Betancourt in Colombia all'elezione di Fernando Lugo in Paraguay: guerra, corruzione e speranza in America Latina. Libera l'Acqua: proseguono le iniziative delle associazioni del Cipsi per promuovere la campagna sull'oro blu. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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