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Antimafia Duemila

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Nov 22nd
Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Qual è la vera emergenza del Paese?
Qual è la vera emergenza del Paese? PDF Stampa E-mail

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di Nino Amadore
Il punto è questo:
qual è la vera emergenza del nostro Paese? I Rom, gli altri, i rumeni? O la criminalità organizzata italiana sia essa mafia, camorra o 'ndrangheta? Avviare un ragionamento su queste questioni oggi non è solo un esercizio di stile per pochi addetti ai lavori. 

 

Negli ultimi mesi è stata determinata, attraverso l'uso massiccio dell'informazione soprattutto televisiva, un'agenda politica che bada soprattutto a mettere in risalto l'emergenza immigrati ponendo quasi in secondo piano le questioni che in questo Paese erano sembrate a tutti punto di snodo verso un'Italia migliore, più moderna e non più ostaggio della criminalità organizzata. Ha avuto la meglio l'insicurezza percepita a danno dell'insicurezza reale, quella delle aree del Paese dove gli imprenditori coraggiosi, quelli che hanno deciso di denunciare la mafia e gli estorsori, rischiano ogni giorno la pelle. E che oggi avrebbero buone ragioni per sentirsi marginalizzati.

Rischia di passare in secondo piano una questione che non è solo un problema di ordine pubblico come potrebbe apparire. Ecco perché l'appello di Ivan Lo Bello al servizio pubblico affinché si tengano i riflettori accesi su tutto ciò che sta avvenendo sul fronte della lotta alla criminalità organizzata ha un significato più profondo, si fa portavoce di quanti temono che l'emergenza percepita prenda il sopravvento sull'emergenza reale. Non è questione di poco conto. Perché se da un lato il braccio militare di Cosa nostra a Palermo sembra allo sbando restano in piedi dall'altro la rete di collusioni, l'intreccio tra colletti bianchi e criminali, l'agire di un certo mondo che con la mafia è abituato ad avere rapporti costanti. Chi pensa si tratti solo di una questione siciliana o calabrese o campana sbaglia di grosso. Il problema riguarda tutti noi perché Cosa nostra in questi anni ha avuto la capacità di portare lontano da Palermo i capitali ed è riuscita a coinvolgere consulenti, "i migliori consulenti" dice il capo della Procura antimafia Piero Grasso, per continuare a fare affari.

L'iniziativa di Confindustria Sicilia e delle territoriali confindustriali dell'isola ha il valore di tenere alta la tensione civile tra gli imprenditori e le forze produttive. Gli impegni pubblici presi da qualche Ordine professionale di agire nei confronti di iscritti che hanno collaborato con i mafiosi danno anche la misura che qualcosa può ancora cambiare. Ma per incidere servono azioni concrete che vadano oltre il formalismo giuridico dei codici: la lotta alla mafia, l'impegno per una società pi giusta e onesta, il voler dare ai propri figli un futuro di sviluppo nell'ambito delle regole, sono punti che riguardano il codice della propria coscienza. Ecco perché a me sembra che l'iniziativa di Articolo 21 di continuare a tenere i riflettori accesi su questi temi sia un atto di impegno civile in un momento in cui di fronte a chi propugna la ribellione contro "l'oppressione giudiziaria" serve ribadire che è necessaria la ribellione contro l'oppressione criminale e mafiosa sostenendo con forza tutti coloro che fanno bene e onestamente il proprio lavoro siano essi magistrati, giornalisti, pubblici funzionari, professionisti. Perché la lotta alla mafia, come ha ben detto il direttore del Sole 24Ore Ferruccio de Bortoli nel corso del dibattito nell'aula bunker del carcere dell'Ucciardone di Palermo dove si ricordava la strade di Capaci del 23 maggio 1992, si fa soprattutto con le azioni quotidiane di rispetto della legalità. Basterebbe un minimo di responsabilità soggettiva in più per far sì che i criteri di scelta delle notizie non lascino in secondo piano quei temi che riguardano lo sviluppo di metà del Paese. La tivù in questo ha una responsabilità enorme. Qualche mese fa su rai 1, nella fascia pomeridiana della domenica, ho assistito a un dibattito surreale sulla responsabilità etica di un paio di medici: una era la ragazza che aveva avuto un rapporto sessuale in diretta sul grande fratello, l'altro era l'anestesista che aveva violentato alcune pazienti. In quei giorni parecchi medici in Sicilia venivano condannati per mafia. Ma nella trasmissione (Domenica In...L'Arena) non è stato fatto alcun cenno alla responsabilità etica. Persino Adriano Celentano, intervenuto in diretta ha indugiato su Lina del Grande Fratello. Non voglio per carità crocifiggere nessuno Massimo Giletti, il conduttore, è un ottimo professionista e il tema dell'anestesista che approfitta delle pazienti (non Lina del grande Fratello) è pure una questione importante. Ma anche una condanna per mafia lo è. Un manager di una Asl siciliana mi ha raccontato che per far licenziare un medico mafioso ha impiegato tredici mesi. Vi sembra normale? Forse c'è un problema legislativo. Vogliamo parlarne in tivù?

TRATTO DA ARTICOLO21.INFO
 
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  • Terzo Millennio

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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