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Relitti tossici in fondo al mare PDF Stampa E-mail

‘Ndrangheta e pezzi dello Stato coinvolti nel traffico di rifiuti pericolosi

di Gianfranco Bonofiglio


14 dicembre 1990. Da questa data si può far risalire l'avvio di una vicenda che ha dell'incredibile e che è francamente difficile da credere se non per il fatto che potrebbe essere vera. In quella giornata con il mare particolarmente agitato, la motonave "Rosso" della compagnia "Ignazio Messina & C. Spa" si arena sulle coste del litorale tirrenico calabrese e precisamente sulla spiaggia in località Formiciche di Amantea in Provincia di Cosenza.  Da questo accadimento, non previsto, può iniziare una storia, o presunta tale, di intrighi, di depistaggi, condita da dichiarazioni di pentiti, da competenze ed incompetenze territoriali, da indagini ferme e da indagini a rischio prescrizione e di pubblici ministeri che vogliono far luce, oltre alla presenza di grandi faccendieri internazionali e di complicità governative di alcuni Stati. "Negli anni ottanta si è trattato ad alti livelli per far sparire un numero consistente di navi stracolme di rifiuti tossici. Una operazione coordinata fra esponenti della 'ndrangheta, dello Stato e di stati stranieri" Questo quanto affermato da Francesco Fonti,  pentito di 'ndrangheta che, negli anni ottanta, vantava un certo peso fra le famiglie dell'organizzazione criminale calabrese, oggi, riconosciuta da tutti come la più potente operante in Italia e all'estero. E che avviò la sua collaborazione nel 1995.  Ed il pentito di 'ndrangheta illustra uno scenario a dir poco incredibile. Decine e decine di navi da far sparire nei fondali del nostro mare.  Le "navi - carrette" con le stive ricolme di rifiuti pericolosi. E dell'argomento si è interessata più volte la "Commissione Parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esse connesse". In una audizione della stessa tenuta presso la Prefettura di Cosenza il 18 e 19 novembre del 2004, l'allora senatore e componente della Commissione, Nicodemo Filippelli,  affermò in una intervista che le navi affondate erano ben 47. Altri affermano che il numero delle stesse possa giungere addirittura a 53. Anche se per tali numeri non esiste alcuna conferma ufficiale. In realtà il pentito ha anche, nella sua collaborazione, fornito alcuni punti geografici ben precisi dove , nei fondali , dovrebbero trovarsi i relitti delle navi. Ma una indagine di questo tipo presenta delle serie difficoltà non essendo facile poterle individuare a centinaia e centinaia di metri di profondità ed essendo , fra l'altro, le eventuali ricerche da effettuare con attrezzature specializzate estremamente costose. Solo recentemente e ad anni di distanza, si è individuata una chiazza  di colore scuro ad una certa profondità nel tratto di mare antistante la zona di Cetraro e Belvedere, sempre sul litorale tirrenico della Provincia di Cosenza. Individuazione ben precisa che la Procura di Paola, competente per territorio, che indaga da anni sulla vicenda, ha estratto dalle indicazioni fornite dal pentito di 'ndrangheta. Ed il 21 aprile nel processo "Azimuth - Godfather",   Francesco Fonti, che avviò la sua carriera criminale a soli 23 anni, agli inizi degli anni settanta per le famiglie dominanti di San Luca, paesino dell'Aspromonte,  durante un interrogatorio è stato in grado di riconoscere in foto gli uomini appartenenti al clan dominante sul territorio della costa tirrenica cosentina, che avrebbero cooperato con lui nell'affondamento dell'imbarcazione carica di scorie radioattive. Ed in seguito alla richiesta di ammissione di nuove prove avanzata dal Pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, Vincenzo Luberto, il giallo dei relitti avvistati solo agli inizi dell'anno in corso a quattro miglia marine dal litorale di Cetraro, comune costiero calabrese, e a circa 400 metri di profondità potrebbe arrivare a soluzione. La pubblica accusa, richiedendo  l'acquisizione di mappe nautiche e relazioni tecniche su alcune ricerche compiute, potrebbe giungere alla definizione di un giallo inquietante ed alla risposta che in molti attendono.  Il relitto avvistato nei fondali a quattro miglia marine da Cetraro con una chiazza scura di trecento metri di ampiezza è quello della nave "Cunski" che potrebbe contenere all'interno della stiva ben 120 bidoni di scorie radioattive per come sembra sostenere il pentito di 'ndrangheta'?. E se la risposta dovesse essere affermativa quante sono le navi affondate nel mar Mediterraneo? Certamente un affare di dimensioni internazionali ed un giallo da far impallidire anche la più fervida immaginazione. Fino ad oggi non sono state ancora disposte le dovute analisi della grossa macchia scura, del raggio di 300 metri  avvistata attorno al relitto. Nonostante gli impegni più volte dichiarati dalla Regione, dalla Provincia di Cosenza ed anche da alcuni esponenti di governo, non si è ancora riusciti a trovare i fondi necessari per poter procedere. Ma l'inchiesta sulle navi - carretta si intreccia anche all'omicidio della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin in un groviglio fitto di misteri e di collusioni ad altissimi livelli. Non è semplice inquadrare il contesto per il quale l'indagine sulle navi carretta, le deposizioni del pentito Fonti ed altre indagini avviate dalla Procura di Reggio Calabria e di quella di Palmi si intrecciano con la presenza di alcuni personaggi che si ritrovano anche negli incartamenti in possesso della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'omicidio Alpi. Il primo ad occuparsene  fu Agostino Cordova, all'inizio degli anni novanta, quando, in seguito ad alcune perquisizioni condotte in una loggia spuria a La Spezia nell'ambito dell'indagine sulla massoneria deviata, si constatò dell'esistenza di una triangolazione armi - rifiuti tossici - riciclaggio di narcodollari con al centro la Somalia. Molti personaggi di allora si ritroveranno dopo un decennio nelle carte della Commissione Parlamentare d'inchiesta. E negli atti depositati dalla Commissione la Calabria appare il crocevia di molti misteri ed intrecci. I capitoli calabresi della Commissione d'inchiesta riguardano l'indagine sulle nave dei veleni e, soprattutto, le dichiarazioni del pm Francesco Neri, che si interessò di molte inchieste relativi a presunti traffici di rifiuti nelle quali lo stesso Neri afferma che quando era in servizio presso la Procura circondariale di Reggio Calabria, tra i documenti sequestrati all'ingegnere Giorgio Comerio, personaggio che si muoveva a livelli governativi internazionali e che gestiva il progetto Odm (Oceanic disposal management), messo a punto dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) venne rinvenuto il certificato di morte di Ilaria Alpi.  A tale importante affermazione seguì il tentativo di acquisire tale certificato nella documentazione in possesso degli uffici giudiziari di Reggio Calabria. Ma quando i consulenti della Commissione d'Inchiesta si recarono, il 21 gennaio 2005,  presso gli uffici competenti non trovarono né la copia del certificato di morte di Ilaria Alpi, né la copia della lettera di trasmissione al Pm di Roma, Pititto, che all'epoca si occupava dell'indagine sul duplice omicidio Alpi - Hrovatin. Un ennesimo giallo nel giallo, quello dei presunti documenti, poi scomparsi che è solo un altro dei tanti capitoli di una vicenda che ha interessato più procure, che vede l'intrecciarsi inevitabile di tante inchieste, che ritrova nelle dichiarazioni del pentito di 'ndrangheta il maggior elemento di conoscenza, almeno per quanto riguarda il ruolo svolto dalla 'ndrangheta in un contesto internazionale complesso e denso di misteri.  E nello scenario complessivo non manca, comunque, l'azione della società civile con l'impegno profuso da Legambiente che sulle navi a perdere ha redatto un voluminoso dossier, e l'azione del comitato spontaneo "Natale De Grazia" che porta il nome del capitano di corvetta deceduto il 12 dicembre 1995, stroncato da un arresto cardiocircolatorio mentre era in auto in viaggio da Reggio Calabria a La Spezia per indagare su presunti traffici di rifiuti tossici.  Nel giugno 2004 l'allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ha conferito la medaglia d'oro alla memoria con la motivazione "Ha saputo coniugare le professionalità e la competenza marinaresca con l'acume investigativo e le conoscenze giuridiche dell'ufficiale di polizia giudiziaria". Una onorificenza che ha inorgoglito Anna Vespia, vedova di Natale De Grazia e madre di Roberto e Giovanni che ha dichiarato in un intervista concessa al giornalista Riccardo Bocca che sull'Espresso si è interessato in più occasioni delle navi a perdere "Nella motivazione della medaglia c'è scritto tra virgolette che Natale è morto per arresto cardiocircolatorio. Cosa significa? Se Natale è davvero morto così, perde di senso la medaglia d'oro. Se invece la ragione è un'altra, come suggeriscono quelle virgolette, prima delle medaglie voglio la verità". Un altro mistero, un ennesimo giallo che, probabilmente, non avrà mai alcuna soluzione e che si aggiunge ai tanti misteri d'Italia. Uno spaccato di quella parte oscura della nostra Italia dove il confine fra la verità e le false verità frutto di depistaggi, di grandi interessi, di lobby internazionali e di intrecci fra potenti è sempre più labile ed ì sempre più difficile poter sperare che, un giorno, possa trionfare la verità e la giustizia.


ANTIMAFIADuemila N°49



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