L’articolo che segue è tratto da un intervento del giudice Giovanni Falcone al convegno intitolato Aspetti e prospettive della cooperazione internazionale nella lotta al traffico degli stupefacenti.Il meeting si è svolto a Torino, nel 1984 presso il Consiglio Regionale del Piemonte.
Tratto da Interventi e proposte, per gentile concessione della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone.
Le esigenze di cooperazione internazionale, già ritenute essenziali oltre un secolo fa, hanno acquistato ormai carattere di cogente attualità nella repressione del fenomeno della criminalità organizzata. Al riguardo, mi sia consentito di rilevare che se ormai da tempo si ammette che la mafia, la camorra ed altre organizzazioni similari costituiscono problema nazionale ed internazionale, tuttavia, al di là del ristretto campo degli “addetti ai lavori”, ci si rende conto solo confusamente del significato di queste affermazioni e della complessità del problema stesso. Mi è sembrato, pertanto, che l'esame di una materia come quella del traffico di stupefacenti, saldamente in mano alle organizzazioni criminali, potesse consentire di cogliere con maggiore evidenza le articolazioni ed i collegamenti di tali organizzazioni ed i conseguenti problemi di natura internazionale che ne derivano.
Le più recenti indagini giudiziarie e di polizia consentono di affermare, come dato ormai acquisito, che le organizzazioni mafiose siciliane controllano il traffico internazionale dell'eroina fino ai luoghi di consumo (principalmente Usa); tradizionali fornitori del Canada e dell'Australia sono soprattutto le organizzazioni calabresi, mentre la camorra si occupa prevalentemente del traffico internazionale di cocaina. Si tratta, comunque, di semplici linee di tendenza essendo ben noti, ormai, i collegamenti ed i nessi fra le varie organizzazioni, divenuti sempre più stretti con gli anni e determinati dalle stesse esigenze dei traffici. Così, si coglie una sempre più massiccia presenza delle organizzazioni camorristiche nel settore dell'eroina, sia pure in posizione di subalternità rispetto alla mafia siciliana, mentre quest'ultima dedica attualmente maggiore attenzione al traffico internazionale della cocaina, in considerazione anche della accresciuta domanda di tale droga nei mercati nazionale ed estero.
Del resto, non è una novità che, da tempo, la mafia, la camorra e la 'ndrangheta siano collegate fra di loro nel contrabbando di tabacchi lavorati esteri; al riguardo, mi pare che, forse, nel passato non si è attribuita la necessaria attenzione, come manifestazione di criminalità organizzata, a questa attività illecita. Si riteneva, infatti, che tutto sommato si trattasse di figure di reato intese a tutelare mere esigenze finanziarie dello Stato, guardate senza eccessiva riprovazione dalla società civile che, anzi, ha perfino idealizzato in alcuni casi la figura del contrabbandiere.
Le conseguenze di tali errori di valutazione del fenomeno non sono state di poco conto, ed infatti, attraverso il contrabbando di tabacchi, le organizzazioni criminali italiane hanno acquisito una serie di legami internazionali e una salda esperienza nella soluzione dei problemi relativi al riciclaggio del danaro di provenienza illecita; fatti, questi, che si sono rivelati preziosi quando le organizzazioni stesse si sono indirizzate al traffico internazionale di stupefacenti. In altri termini, le strutture ed i canali contrabbandieri sono stati riconvertiti, senza alcuna difficoltà, al traffico di stupefacenti e questa è una delle principali ragioni che ha consentito una così rapida ascesa delle organizzazioni italiane nel controllo del mercato internazionale degli stupefacenti. […]
Sotto il profilo squisitamente di polizia giudiziaria, è chiaro che soltanto un tempestivo e completo scambio di notizie e di informazioni ed un collegamento internazionale diretto ed operativo, potrà consentire un'efficace azione repressiva. Nella materia, occorre mettere da parte, una volta per tutte, i particolarismi locali e rendersi conto finalmente che non ha nessuna importanza che la droga venga sequestrata in un Paese anziché in un altro e ad opera di un determinato organismo di polizia, anziché di un altro; l'unica cosa importante è che l'operazione di polizia venga compiuta nel modo più efficace e questo è l'unico risultato cui dovrebbero mirare gli sforzi congiunti delle polizie dei vari Paesi, accomunate da questa unica e superiore finalità di efficienza. Purtroppo, le cose non stanno così. In Italia siamo abituati ad assistere alle piccole rivalità e gelosie di mestiere fra i vari corpi di polizia preposti alla repressione del fenomeno della criminalità; e la situazione in molti altri Paesi, anche in quelli ritenuti più efficienti, è addirittura peggiore.
Tralascio di riferire sui numerosi specifici fatti di discordia fra le polizie di uno stesso Paese, da me concretamente constatati all'estero, ma mi sembra doveroso rilevare che, se ancora non siamo capaci di risolvere le nostre beghe nell'ambito nazionale, è veramente arduo sperare che possa esservi un'effettiva armonia tra le forze di polizia di Paesi diversi. E, così, avviene che la polizia di un Paese intervenga per bloccare una partita di eroina in transito e fornisca le informazioni su tale intervento con notevoli ritardi: oppure, informi la polizia di un Paese, anziché di un altro; o addirittura si astenga, nonostante reiteratamente e pressantemente richiesta, di fornire qualsiasi notizia in merito. I problemi, poi, si aggravano quando si tratta dell'intervento dell'autorità giudiziaria. Ed infatti, in alcuni Paesi, mentre gli organismi di polizia sentono le esigenze di cooperazione internazionale e compiono ogni sforzo per rendere una fattiva collaborazione, l'intervento del magistrato straniero è guardato con sospetto e disfavore, come un'inammissibile interferenza nella sovranità nazionale del Paese. Così. mentre in alcune nazioni viene compiuto ogni sforzo per consentire l'espletamento delle commissioni rogatorie internazionali, di cui si comprende appieno l'elevato valore di civiltà giuridica, in altre, invece, le stesse vengono inspiegabilmente osteggiate e, addirittura, si vieta al magistrato richiedente di assistervi, senza rendersi conto che ciò non costituisce in alcun modo esercizio di attività giurisdizionale (che resta sempre proprio dell'autorità giudiziaria del Paese richiesto) ma un mezzo semplicissimo di cooperazione.