Dossier
Antonino Giuffrè
Cooperazione internazionale contro i traffici di droga | Cooperazione internazionale contro i traffici di droga |
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Pagina 3 di 3 E' auspicabile, quindi, come è stato proposto da tempo, l'elevazione del livello professionale dei magistrati e degli ufficiali di polizia giudiziaria che si occupano di tali indagini; e, a tal fine, potrebbe essere molto utile la istituzione di corsi a livello internazionale, per la qualificazione e l'aggiornamento professionale. Inoltre, organismi come l'Interpol ed il C.c.c. dovrebbero essere maggiormente utilizzati, sfruttando le rispettive specifiche attitudini, anche per il rintraccio dei capitali e dei beni di illecita provenienza. Un altro dei temi più importanti è quello concernente la possibilità di indagini bancarie e societarie per il rintraccio dei capitali di origine illecita. Al riguardo, è ben noto che la legislazione italiana, specialmente dopo la promulgazione della legge La Torre, ha munito la magistratura e le forze di polizia di poteri altissimi, di fronte ai quali è arduo sostenere la permanenza di margini residuali del segreto bancario. Ma la situazione è tutt'altro che analoga in molti altri Paesi, alcuni dei quali appongono un ferreo riserbo, rendendo oltremodo difficili, se non praticamente impossibili, le indagini bancarie e così creando una sostanziale oasi di impunità ed un comodo asilo per i capitali di illecita provenienza. Certamente, non sono da trascurare le ragioni e gli interessi di tali Stati, che hanno adottato una legislazione ostile alla penetrazione nei recessi dei segreti bancari. Ma deve essere chiaro per tutti che tali remore sono profondamente immorali e assolutamente ingiustificabili quando le indagini riguardano gravi delitti come il traffico di stupefacenti. Sostanzialmente, infatti, si consente ai responsabili di tali crimini di eludere le investigazioni dalle autorità e, addirittura, di conseguire i profitti delle loro illecite attività. Né si dica che tutti gli Stati consentono attualmente le indagini bancarie ma che alcuni circondano di maggiori cautele il segreto bancario, perché, quando le cautele sono tali e tante da scoraggiare qualsiasi indagine, si è in presenza, se vogliamo chiamare le cose col loro vero nome, di un sostanziale rifiuto di collaborazione internazionale. Quale possa essere il rimedio per tale situazione francamente non saprei ipotizzare. Certamente, è praticabile la via delle convenzioni multilaterali, a patto però che i Paesi non subordinino la loro adesione a tante riserve, da renderla puramente nominale. Negli ultimi tempi si sta tentando la via delle convenzioni bilaterali che, forse, tengono maggior conto delle esigenze dei rispettivi Stati e potrebbero consentire più proficui risultati. Tuttavia, solo l'esperienza dei prossimi anni potrà dire se ci sarà stata vera collaborazione internazionale; e, in ogni caso, bisogna rendersi conto che occorre stipulare molti trattati bilaterali di questo tipo se si vuole coprire uno spazio sufficientemente esteso dei Paesi interessati dal fenomeno del traffico di capitali sporchi e del loro riciclaggio in attività apparentemente lecite. Per quanto concerne, poi, il problema della confisca dei beni, in qualunque Paese essi siano stati individuati, le difficoltà non sono minori. Lo stato attuale della legislazione dei diversi Paesi è molto differenziato, ma generalmente non è prevista tale possibilità. Anche qui, dunque, dovrebbe essere auspicabile una armonizzazione delle legislazioni nazionali al fine di rendere possibile la confisca mentre, sotto il profilo internazionale, dovrebbero essere creati agili strumenti legislativi per consentire un rapido accoglimento delle commissioni rogatorie internazionali dirette a tal fine. Un rimedio potrebbe essere quello di estendere alla materia, mediante appositi emendamenti, l'art. 35 della convenzione multilaterale sulle sostanze stupefacenti e l'art. 21 di quella di New York sulle sostanze psicotrope, che hanno dato buoni risultati nell'ambito della cooperazione internazionale per la repressione del traffico di stupefacenti, ma anche singoli trattati bilaterali potrebbero sortire utili effetti. E' importante rilevare, per altro, che generalmente, i capitali di illecita provenienza provengono non soltanto dal traffico di stupefacenti, ma dai più disparati traffici illeciti, cosicché è molto difficile, nei casi concreti, potere stabilire quanta parte dei vari capitali proviene dal traffico di stupefacenti e quanta da altre illecite attività. Dovrebbero essere inserite, dunque, in ogni legislazione, in presenza di accertate illecite attività del soggetto, clausole di inversione dell'onere della prova, addossando cioè, all'inquisito l'onere di provare la liceità dei capitali di sua pertinenza, pur se fittiziamente intestati ad altre persone, fisiche o giuridiche. Anche nella materia, la legge La Torre ha introdotto norme di questo tipo, ma, allo stato attuale delle legislazioni dei diversi Paesi, non se ne riscontrano molte di tale estensione. E ciò crea un'ulteriore possibilità di legittime scappatoie, essendo spesso molto difficile provare che i beni acquistati in altri Paesi o i capitali ivi depositati provengano certamente da traffico di stupefacenti, anche se pertinenti a persone gravate di prove indiscutibili in ordine a tale traffico. Né si dimentichi che spesso non è prevista la possibilità di sequestrare, e cioè di bloccare i beni in pendenza dei procedimenti penali, così rendendosi possibile, durante il tempo necessario per l'accertamento giudiziale dei reati, di fare scomparire i beni stessi. E si aggiunga che quando i beni, provenienti dal traffico di stupefacenti o da altri delitti, vengono introdotti in Paesi nei quali non sono stati consumati tali delitti, molto spesso mancano attualmente gli strumenti legislativi per poterne chiedere la confisca. Basti dire, al riguardo, che sono pochi, attualmente i Paesi che prevedono ipotesi di reato come quella del delitto di ricettazione, per cui è impossibile ottenere il sequestro e la confisca dei beni, quando gli stessi sono intestati a terzi, nell'ambito di un procedimento penale, con la conseguenza che occorre seguire la via, per molti aspetti aleatoria e rischiosa, del sequestro in via civile, sempreché ne sia prevista giuridicamente la possibilità nei Paesi in cui i beni si trovano. E ciò senza tenere conto delle resistenze di taluni Paesi a volere cedere i beni e i capitali di provenienza illecita, normalmente di ingente valore. Conclusivamente, non ci vuol molto per comprendere che, nonostante i notevoli passi avanti, soprattutto a livello di polizia giudiziaria, la lotta al traffico di stupefacenti risente ancora di un insufficiente coordinamento internazionale, soprattutto nell'ambito di rintraccio e della confisca dei beni di illecita provenienza. Sembra indispensabile, dunque, la creazione, nei tempi più brevi, di strumenti legislativi ed operativi che rendano possibile tale cooperazione, data la dimensione internazionale che, da tempo, ormai ha assunto la criminalità organizzata, sia nel traffico di stupefacenti, sia in attività illecite di altro tipo. E, soprattutto, è indispensabile che tale collaborazione si attui al fine di rintracciare e confiscare i beni illecitamente acquisiti, così deprivando le organizzazioni criminali, fondate esclusivamente sul fine di lucro, del loro potere economico, sul quale è basata fondamentalmente la loro pericolosità sociale. Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila marzo 2001 |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

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Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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