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Un enigma siciliano PDF Stampa E-mail

IV anniversario della morte di Attilio Manca

di Lorenzo Baldo

Barcellona Pozzo di Gotto, 11 febbraio 2008. La mattina del 12 febbraio 2004 Attilio Manca, giovane urologo barcellonese di 34 anni, veniva trovato morto nella sua casa di Viterbo con due punture sul braccio sinistro. Le prime affrettate ipotesi furono: suicidio e overdose. Ma Attilio era mancino, con pochissima praticità con il braccio destro e soprattutto non era un tossicomane con intenzioni suicide. Il corpo veniva ritrovato con il volto tumefatto, il setto nasale deviato. Alcune telefonate scomparirono successivamente dai suoi tabulati telefonici. Una sua trasferta a Marsiglia, effettuata nell’autunno del 2003 unicamente “per assistere ad un intervento”, come lo stesso Attilio aveva riferito ai genitori (all’epoca il dott. Manca era fra i pochissimi urologi in Italia ad operare con tecnica laparoscopica), si circonda successivamente di mistero. Quel viaggio sarebbe avvenuto nello stesso periodo e nella stessa zona in cui Bernardo Provenzano veniva operato alla prostata sotto false generalità. Può il dott. Manca aver curato Provenzano? Si era reso conto chi fosse quel paziente ed è stato eliminato per questo? Al momento non c’è alcun riscontro a queste ipotesi. Dietro la morte di Attilio si fa sempre più inquietante la presenza di suo cugino, Ugo Manca, tecnico radiologo all’ospedale di Barcellona P.G., recentemente condannato in I° grado a nove anni di reclusione per traffico di stupefacenti nel procedimento Mare Nostrum. Una figura tutta da decifrare, dalle amicizie “pericolose”; alcune contraddizioni che lo riguardano sono emerse nel corso delle indagini. Indagini che dopo un paio di richieste di archiviazione (puntualmente rigettate), sono tuttora aperte a Viterbo. Nel teatro dei salesiani il freddo è pungente. Più di 400 persone attendono in silenzio l’inizio della commemorazione. Presenti diverse sigle dell’associazionismo: l’ass. Libera, la fondazione Antonino Caponnetto, l’associazione Rita Atria, il movimento Ammazzateci tutti, i Meetup siciliani di Beppe Grillo, l’associazione Avuls e l’associazione Smasher. Luca Manca, fratello di Attilio, prende la parola per presentare la nascita dell’associazione Attilio Manca notificata quella stessa mattina. L’associazione ha come fine quello di mantenere viva la memoria di Attilio Manca attraverso una serie di iniziative culturali. Nei primissimi posti, composti nel loro dolore, il fratello di Graziella Campagna, Piero, il padre di Antonino Agostino, Vincenzo, con la sua lunga barba bianca, insieme a sua moglie Augusta. Anche il sindaco di Barcellona P.G., Candeloro Nania, cugino del senatore Domenico Nania, è seduto in prima fila. La presentazione del libro El enigma siciliano de Attilio Manca – Verdad y Justicia en la isla de Cosa Nostra (edito in Spagna da Cahoba, di prossima traduzione in italiano) ha richiamato l’attenzione di un intero paese. L’autore del libro, Joan Queralt, è un giornalista e scrittore spagnolo. Catalano per l’esattezza. Fine ricercatore della verità Queralt ricostruisce con grande maestria il mosaico di questa vicenda. Una passione civile che vibra nelle sue parole scandite lentamente al microfono mentre racconta il suo desiderio insopprimibile di conoscere a fondo la Sicilia e le sue contraddizioni: la menzogna e la verità, la fedeltà e il tradimento, vita e morte in eterna contrapposizione. Lo scrittore è consapevole di scontrarsi con quella che definisce “l’impossibilità storica per la Sicilia di arrivare alla verità”. Una terra dove “la solitudine di quelli che muoiono è figlia dell’indifferenza” e dove “l’esigenza di giustizia nasce soltanto dalla disperazione e dal desiderio di vendetta”. “Senza l’indifferenza – incalza Joan Querlat – senza la mafia e i suoi complici, senza l’assenza manifesta di verità e giustizia, il mistero di Attilio Manca non sarebbe stato possibile”. Ogni capitolo del libro è come un sasso nello stagno. Si passa dalle ultime 36 ore di vita di Attilio Manca, alla tesi del suicidio smontata pezzo per pezzo; l’ibrida politica barcellonese dietro la quale si intravede la presenza costante di Cosa Nostra che ne fa da cornice. “Senza la disfatta della mafia – insiste Queralt – senza l’eliminazione di buchi neri come quello di Attilio Manca, senza il ritorno della verità e della giustizia, non credo sia possibile la modernizzazione dell’Italia”. Per poi concludere focalizzando l’obiettivo principale: “la costruzione di una società libera dalla collusione mafiosa”. Il discorso prosegue con Carmelo Petralia, sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, per anni in prima linea nelle inchieste di mafia della provincia di Messina (attualmente coordina le indagini sulla presenza di Cosa Nostra dal ‘99 al 2005 nella festa catanese di S. Agata). Petralia sottolinea l’importanza strategica per Cosa Nostra della provincia di Messina. Evidenzia come alcune grandi latitanze siano state favorite proprio da questo lembo di terra. Latitanze di personaggi come Nitto Santapaola e Bernardo Provenzano che sono state possibilmente agevolate e “consentite”. Il magistrato si sofferma ad analizzare l’infiltrazione mafiosa nei gangli vitali della società della provincia di Messina, veri e propri contatti tra Stato e anti-Stato. “Cosa poteva salvare la comunità messinese?” la domanda di Petralia resta sospesa qualche secondo per poi esaurirsi nella pronta risposta: “...un’informazione libera e attenta!”. Carmelo Petralia esalta quindi la figura di Beppe Alfano e di chi come lui ha pagato con la vita la scelta di andare in controtendenza. “Dal 1973 ad oggi – scandisce con grave fermezza Don Luigi Ciotti nel prendere la parola – ho visto morire 21.500 ragazzi per overdose”, nel silenzio generale si sofferma a parlare della morte di Attilio Manca: “Fin dal primo momento ho pensato che quello che era stato definito frettolosamente un suicidio per droga non fosse così!”. “Dobbiamo cercare la verità – ribadisce il presidente di Libera – dobbiamo alimentare la speranza”. Don Luigi analizza quanto è accaduto dopo la sentenza di condanna a Totò Cuffaro individuando il pericoloso “messaggio” che arriva strisciante alle nuove generazioni. Giovani che possono così “imitare” sulla falsa riga del “così fan tutti”. Ragazzi che rischiano di non avere più fiducia nelle istituzioni, o che permettono di far radicare dentro di sé un sentimento di rabbia mescolato a rassegnazione. Ed è sempre l’aspetto politico a preoccupare il presidente del Gruppo Abele quando pensa a “certi personaggi che vengono ricandidati capolista nelle prossime elezioni”, così come quando parla del leader dell’opposizione che ipotizza un drastico ridimensionamento dell’uso delle intercettazioni, uno degli ultimi strumenti rimasti nella lotta alla mafia o all’illegalità diffusa. L’intervento di Sonia Alfano provoca immediatamente uno scossone al dibattito. La figlia del giornalista ucciso da Cosa Nostra nel 1993 evidenzia la strumentalizzazione politica subita ingiustamente per il suo discorso tenuto lo scorso otto gennaio. La Alfano denuncia che nella città di suo padre ancora non gli è stata intitolata una via mentre nella lista dei nomi scelti per alcune strade da intitolare è stato proposto perfino il nominativo di un maglificio. Tocca nervi scoperti quando parla della sentenza di condanna di I° per abusi edilizi del cugino del sindaco, il sen. Domenico Nania (prescrizione in appello); così come quando commenta l’incarico di presidente del collegio dei revisori dei conti al comune di Barcellona P.G. affidato a Luigi La Rosa, condannato in I° grado a 3 mesi per voto di scambio. Immediata la reazione del sindaco Nania che puntualizza di trovarsi lì in quanto invitato, prodigandosi poi in una sorta di difesa “d’ufficio” dai toni esasperati che si commenta da sola. L’avvocato Fabio Repici (difensore della famiglia Manca) rimarca il sostegno a Sonia Alfano e si ricollega al tema principale dell’incontro ringraziando “l’intellettuale” Joan Queralt per il suo lavoro. “Triste è la terra che ha bisogno di intellettuali stranieri per raccontare se stessa...” constata amaramente Repici mentre sottolinea la necessità di “fare luce sui mali di questa città”. Una città gravida di misteri irrisolti che “ha stretto rapporti con i Lo Piccolo” come emerge da alcuni verbali del neo collaboratore Gaspare Pulizzi. La possibile accondiscendenza della chiesa locale nei confronti di alcuni latitanti è il tema che scuote maggiormente i presenti. L’avv. Repici accenna la storia di un frate francescano che nel 2005 risiedeva al convento dei frati minori nel quartiere di Sant’Antonino a Barcellona P. G.. Quel frate era il fratello del boss mafioso Salvatore Ferro, uomo d’onore agrigentino molto vicino a Bernardo Provenzano. Una serie di segnalazioni dell’epoca davano per verosimile la presenza di Provenzano all’interno di quel convento. Inspiegabilmente (ma forse neanche tanto), nel momento in cui il Ros stava indagando sul caso tutti i frati del convento barcellonese venivano trasferiti altrove. Mentre di ‘zu Binnu si perdevano le tracce per l’ennesima volta.“Fino a quando non usciranno fuori i colletti bianchi che hanno consentito queste latitanze – conclude Repici – non potremo risolvere misteri come quello di Attilio Manca. Dobbiamo farlo prima che il fango di questa palude ci sommerga”. L’ultimo applauso è per Angelina Manca, la mamma di Attilio che, segnata da un dolore infinito ma celato con grande dignità, si rivolge al pubblico. “Speriamo che adesso vengano fuori i nomi dei criminali che hanno barbaramente ucciso Attilio – l’appello di questa madre si espande nella sala – spero che finalmente sia fatta luce su tutta la vicenda in modo che sia definitivamente spazzato via tutto quel fango che un’abile regia ha buttato su nostro figlio con cinismo e vigliaccheria”. Per poi concludere con un ringraziamento nei confronti di Joan Queralt: “A lui vanno tutti i nostri sentimenti di gratitudine e tutta la nostra riconoscenza. Joan è stato uno scrittore sensibile, attento, ha descritto con professionalità e umanità i sentimenti, il carattere, i pensieri di Attilio. E’ come se lo avesse fotografato nei vari momenti della sua vita. Spero che l’uscita di questo libro possa contribuire a rompere definitivamente quel <<muro di gomma>> creato attorno al caso di nostro figlio e che Attilio venga ricordato per la nobiltà d’animo, per le sue doti intellettuali, per le sue qualità professionali ed umane”.

(Il caso di Attilio Manca è stato pubblicato sul n. 1-2007 di ANTIMAFIADuemila)


ANTIMAFIADuemila N°57
 
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