La Rivista
Terzo Millennio
Il bivio di Mezzojuso: lo prendiamo o no? | Il bivio di Mezzojuso: lo prendiamo o no? |
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Chiesto il rinvio a giudizio per Mori e Obinu. La procura indaga sulle protezioni di cui ha goduto Provenzano nei 43 anni di latitanza di Anna Petrozzi Provenzano poteva essere arrestato prima, nel 1995, quando si nascondeva a Mezzojuso. Questa è l’unica certezza che emerge dalla controversa vicenda che vede contrapposti da una parte il colonnello Michele Riccio e dall’altra lo stato maggiore del Ros a quel tempo: il generale Mario Mori e il colonnello Obinu. Per fare luce sulla mancata cattura del boss il pm di Palermo Nino Di Matteo si appresta a chiedere il rinvio a giudizio per i due militari dopo che sei mesi fa il gip aveva rigettato la prima richiesta di archiviazione ordinando un supplemento di indagine. L’accusa è di favoreggiamento a Cosa Nostra per il mancato arresto del capo indiscusso, rimasto in latitanza per 43 anni. La questione, come immaginabile, si presenta molto complessa poiché si collega ai tanti misteri che riguardano l’inconfessabile rapporto tra mafia e stato nel periodo delle stragi e il drammatico capitolo della trattativa. L’indagine nasce dalle dichiarazioni del colonnello Michele Riccio che nel 1995 gestiva il confidente Luigi Ilardo, reggente della provincia di Caltanissetta. Grazie alle sue rivelazioni gli inquirenti riuscirono in quegli anni ad arrestare uomini d’onore di primo piano, l’obiettivo però era quello di arrivare al boss dei boss. Ilardo godeva della piena fiducia di Piddu Madonia, reggente incontrastato del nisseno, da sempre fedelissimo di Provenzano, e proprio in virtù di questo particolare legame gli era stata concessa udienza. L’incontro è avvenuto in un casolare nelle campagne palermitane vicino al bivio per Mezzojuso il 31 ottobre di quell’anno. Ilardo, non appena avuto conferma dell’incontro, aveva allertato Riccio il quale, a sua volta, avvisava i suoi superiori. Ed è qui che cominciano le divergenze che hanno convinto i magistrati ad indagare per capire, più di ogni altra cosa, perché quello stesso giorno non scattò il blitz per catturare Provenzano e ancor più perché nei mesi a seguire non si effettuarono le necessarie investigazioni sui personaggi che ne favorivano la latitanza e nemmeno sul covo visto che gli arresti avvenuti negli anni successivi hanno comprovato che rimase “caldo” almeno fino al 2001, quando proprio nella stessa zona venne arrestato il boss Benedetto Spera. Secondo la versione di Riccio, nonostante egli avesse richiesto ai suoi superiori uomini e mezzi per intervenire, questi non gli vennero concessi. “Alla fine di ottobre del 1995 - spiega il colonnello nel verbale del 31 ottobre 2001 – Ilardo mi avvertì telefonicamente del fatto che, due giorni dopo, doveva partecipare ad un incontro con il Provenzano. Immediatamente mi misi in contatto telefonico con il colonnello Mori al quale rappresentai quanto avevo appreso dalla fonte e palesai il mio convincimento circa l’opportunità di sfruttare quella occasione per procedere all’arresto del PROVENZANO. Già nel corso di quel colloquio telefonico il Colonnello MORI non manifestò alcun cenno di interesse per quanto gli avevo rappresentato. L’indomani mattina mi recai personalmente alla sede del R.O.S. dove ebbi occasione di ribadire al MORI il mio convincimento e la mia disponibilità a mettere a disposizione del reparto la struttura tecnica necessaria all’azione che ero in grado di reperire immediatamente. Il collega rifiutò la mia offerta limitandosi ad affermare che si sarebbe dovuto operare con i mezzi dell’Arma e che avrei dovuto raccomandare all’ILARDO di focalizzare nella sua memoria tutti i dati e le circostanze che potevano tornare utili per un ulteriore sviluppo investigativo”. Riccio in particolare faceva riferimento all’attrezzatura di cui aveva potuto usufruire quando era di servizio presso la Dia, un sistema gps che era stato fornito dall’Ambasciata americana e provato nel centro abitato di Bagheria con ottimi risultati. Quanto agli uomini Mori disse a Riccio che in Sicilia avrebbe trovato a disposizione il capitano Damiano, il quale tuttavia, sempre secondo la ricostruzione del colonnello, non sapeva nulla delle finalità del servizio. In quell’occasione Riccio disse a Damiano: “guarda che questi (riferendosi ai superiori) non lo vogliono prendere”. “Come è noto – prosegue- in quell’occasione fu espletato un servizio di osservazione di luoghi situati ad una certa distanza dal casolare dove si tenne l’incontro”. Nemmeno nei giorni successivi, però, vennero svolte appropriate attività di individuazione della masseria, tanto che Ilardo, travisato in modo da essere irriconoscibile, veniva condotto per due volte sul luogo dell’incontro. “Gli ufficiali ai quali, dopo gli ulteriori sopralluoghi nei giorni successivi all’incontro, riferii, ancora una volta, l’esatta localizzazione del casolare di Mezzojuso erano OBINU e, per come preciso in sede di verbalizzazione riassuntiva, MORI e DAMIANO. Era in particolare OBINU che mi diceva che non riuscivano a localizzare il caseggiato. Ciò mi lasciava assolutamente perplesso a causa della precisione delle indicazioni e della “evidenza” del caseggiato”. Alle accuse di Riccio hanno risposto sia Mori che Obinu, così come gli altri personaggi presi in causa, e le versioni si collocano su posizioni diametralmente opposte. Secondo il generale infatti: “Ricordo che io fui fautore dell’opportunità di un intervento immediato, anche con eventuale irruzione, ed eventualmente con la disponibilità di ILARDO a portare in dosso apparecchiatura tecnica idonea a facilitarci l’intervento. Il Col. RICCIO si oppose a tali proposte, paventando il rischio che la sua fonte fosse bruciata e messa in pericolo, e, così come aveva fatto altre volte, esponendoci il suo convincimento circa la, da lui ritenuta, certezza di successivi incontri tra PROVENZANO ed ILARDO”. Sostanzialmente sulla stessa linea anche il capitano Obinu il quale ha ribadito che la decisione di limitarsi ad una attività di osservazione e pedinamento fu “collegiale” e che non gli risultava che il colonnello Riccio “si sia dovuto adeguare, con la sua volontà, ad ordini superiori”. In una successiva deposizione, si legge nella memoria difensiva depositata dal legale di Riccio, Fabio Repici, Obinu allineava maggiormente la sua versione a quella di Mori sottolineando la volontà di Riccio di non bruciare la sua fonte. Ancora più grave la divergenza riguardante alcune dichiarazioni di Ilardo e la fuga di notizie relativa alla sua collaborazione che ha causato, in tutta probabilità, il suo assassinio avvenuto il 10 maggio 1996. Fin dall’inizio delle sue confidenze Ilardo, indicato con il nome in codice “Oriente”, aveva indicato a Riccio responsabilità e connivenze di uomini dello Stato, sia politici che militari, anche in collegamento con le grandi stragi. Quando il 2 maggio 1996 Ilardo si recò presso la sede del Ros per un incontro preliminare con i procuratori Caselli e Tinebra, rispettivamente a capo delle procure di Palermo e Caltanissetta e con il sostituto procuratore Teresa Principato, venne presentato anche al generale Mori al quale rivolgendosi con fare brusco disse: “I mandanti di gravi delitti commessi da Cosa Nostra appartengono alle Istituzioni”. Il generale non avrebbe reagito in alcun modo, allontanandosi in fretta. Avvenimento che Mori nega nella maniera più assoluta. Il confidente avrebbe anche manifestato una certa ritrosia a parlare direttamente con il procuratore Tinebra e con il generale Subranni, su quest’ultimo in particolare ha fatto intendere a Riccio di avere rivelazioni da fare. La posizione di Subranni, anch’egli inizialmente indagato per favoreggiamento è stata stralciata e si avvia verso l’archiviazione così come quella di Riccio accusato da Mori e Obinu di calunnia. Sono molti gli elementi contraddittori e inquietanti legati a questa ennesima vicenda oscura che, speriamo, si possa scandagliare attraverso il processo. La procura cercherà infatti di comprendere dai due indagati le ragioni di una serie di omissioni: il non aver organizzato <<un adeguato servizio che consentisse l’arresto di Provenzano in occasione dell’incontro con il boss Luigi Ilardo il 31 ottobre 1995 a Mezzojuso>> (<<ciò nonostante la preventiva conoscenza della programmazione dell’incontro>>), il non aver espletato indagini successivamente <<nonostante l’Ilardo avesse confermato l’abitualità dell’utilizzo di quei luoghi per riunioni cui partecipava il latitante>>, l’aver <<omesso di attivare indagini finalizzate alla verifica della presenza di Provenzano in quel territorio>>, il non aver indagato su Giovanni Napoli e Nicolò La Barbera indicati da Ilardo come coloro che svolgevano un ruolo di collegamento fra Provenzano e gli altri capi mafia, l’aver informato i pm del mancato blitz solo nove mesi dopo con il rapporto “Grande Oriente” del 30 luglio 1996. ANTIMAFIADuemila non mancherà di seguire passo, passo tutti i possibili sviluppi. box1 ASSOLTO IL COL. RICCIO: NON HA CALUNNIATO I PM GENOVESI Torino. Il colonnello dei carabinieri Michele Riccio è stato assolto dall’accusa di calunnia nei riguardi dei pm genovesi Giancarlo Pellegrino e Silvio Franz. Il pm Padalino però ha già annunziato ricorso in Cassazione. Durante la fase delle indagini preliminari il col. Riccio ha raccontato che per tre volte è stato sul punto di catturare Bernardo Provenzano e che per altrettante volte gli è stato impedito. Dora Quaranta box2 CIANCIMINO: “VIDI IL PAPELLO CON LE RICHIESTE DEI BOSS” 15 febbraio 2008 Palermo. “Ero presente quando a mio padre venne consegnato il Papello”. Massimo Ciancimino, figlio di Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo condannato per mafia e morto nel 2002, ha confermato ai magistrati della Dda di Caltanissetta, che indagano sui cosiddetti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1992, di avere assistito alla consegna al padre dell’elenco con le richieste che la mafia faceva allo Stato per far cessare la stagione stragista. Ciancimino, interrogato dai Pm Renato Di Natale, Paolo Giordano e Rocco Liguori ha dichiarato: “A casa nostra venne un signore distinto che diede a mio padre una busta con un foglio di carta in cui cosa nostra aveva scritto le sue richieste. Mio padre diede poi l’elenco al capitano De Donno e al colonnello Mori”. Riguardo l’identità del signore distinto non è stato detto altro ma, secondo gli inquirenti, a consegnare il documento sarebbe stato Antonino Cinà, medico ritenuto vicino al boss Totò Riina. Aaron Pettinari ANTIMAFIADuemila N°57 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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