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Antimafia Duemila

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Le mani di “Ciccio” Pace nella “Sicil Calcestruzzi” PDF Stampa E-mail

Al boss di Trapani un risarcimento di 130 mila euro per ingiusta detenzione

di Silvia Cordella


La “Sicil Calcestruzzi srl” era totalmente sotto il controllo di Francesco Pace, reggente indiscusso del mandamento di Trapani, arrestato il 24 novembre 2005 nell’operazione “Mafia e Appalti”.
A rivelarlo in anteprima era stato l’imprenditore Antonio Birrittella, catturato anche lui in quel blitz. Ora gli inquirenti a due anni di distanza ne hanno acquisito le prove chiedendo l’immediato sequestro della società e l’arresto di otto elementi appartenenti alla struttura mafiosa.
Così è scattata l’operazione Beton, coordinata dai pm della Dda Roberto Scarpinato e Paolo Guido, che ha messo a segno un colpo questa volta contro le cosche della parte occidentale della Sicilia.
Attraverso l’azienda del cemento, intestata formalmente a Occhipinti Antonio, classe ’73 e alla cognata di Pace, Cusenza Giovanna (moglie di Giuseppe Pace), “Ciccio”, come veniva chiamato da tutti, controllava il mercato del calcestruzzo, partecipando alla sua gestione come azionista occulto. Un escamotage, secondo gli inquirenti, per ripulire il denaro illecito della famiglia mafiosa senza attirare i sospetti dei carabinieri e della magistratura, che già dal 1996 aveva avviato un provvedimento di sequestro delle sue attività (possedute fino al 1995), reso definitivo dalla Cassazione nel 2001.
Il ruolo «rilevantissimo» di Francesco Pace dentro Cosa Nostra era già emerso nel lontano 1982, quando venne arrestato per «reati minori di tipo associativo» insieme ad altre 38 persone, tra le quali i noti «Rimi di Alcamo, i Minore di Trapani ed altri importanti uomini d’onore dell’epoca». Arrestato nuovamente nel marzo 1994, era stato condannato in primo grado (29 aprile 1997) a 5 anni per associazione mafiosa, sentenza che però era stata capovolta dalla Corte d’Appello di Palermo e ratificata dalla Cassazione il 23 aprile 2001, la quale lo assolveva per non aver commesso il fatto. Un verdetto che nel 2001 si era ripetuto per un procedimento che lo aveva incriminato nel ’97 per detenzione illegale di armi. 
Destino questo che gli aveva permesso di continuare a sviluppare tranquillamente i suoi affari nel settore dell’edilizia, supportato dal capomafia di Castellamare del Golfo Mariano Asaro, con il quale “Don Ciccio” aveva un ottimo legame.  
Nell’inchiesta Beton, «sono emersi molteplici elementi - hanno spiegato gli inquirenti - che documentano l’incessante interesse dei vertici della famiglia mafiosa di Trapani per il controllo ed il condizionamento delle forniture di calcestruzzo, settore tra i più produttivi e redditizi dell’intero comparto dell’imprenditoria edile». Per questo il manager mafioso aveva diffuso un vero e proprio potere di dominio sulle imprese della zona a cui venivano assegnati i lavori pubblici imponendo loro oltre a una tangente fissa, in alcuni casi, anche il dirottamento dei lavori ad altre aziende “amiche”. Tra gli intenti di Pace nel 2005 era emerso anche il progetto di “riprendersi”, mediante dei particolari raggiri in accordo con ufficiali compiacenti del demanio, la “Calcestruzzi Ericina” impresa edile di proprietà di Vincenzo Virga, che dopo il suo arresto, era stata posta sotto sequestro dallo Stato.
La “Sicil Calcestruzzi” era nata invece nel 1997 dalle ceneri di un’altra impresa fallita miseramente sette anni prima: la “Calcestruzzi Immacolatella”, costituita nel 1982 dagli Occhipinti: padre, madre e figli. Tranne uno. L’unico sfuggito alla bancarotta: Antonio Occhipinti, titolare appunto della “Sicil Calcestruzzi”, insieme alla Cusenza, entrambi longa manus del boss trapanese.   
«Nella primavera del 2001 Pace mi chiese di preparare una somma di circa 200 milioni delle vecchie lire, che servivano per l’acquisto e l’intestazione fittizia di quote della “Sicil Calcestruzzi”. - Aveva riferito Birrittella. – Io assicurai prontamente la disponibilità della somma richiesta, manifestandomi anche disponibile ad acquistare le quote ed intestarmele per conto di Francesco». Ma il boss, che era entrato e uscito di galera diverse volte anche per associazione mafiosa, aveva preferito non mutare l’assetto formale della società per evitare di incorrere in provvedimenti di sequestro. Pace decideva così di condurre l’operazione attraverso i soci, attribuendogli fizzittiziamente la titolarità del denaro (240 milioni di lire), versato nel periodo luglio/novembre del 2001 nelle casse dell’impresa con le causali “anticipazione a titolo gratuito” e “aumento del capitale”.
Una scelta che “Don Ciccio” aveva mutato dopo aver ottenuto un rimborso dallo Stato di 130 mila euro a “don Ciccio” come risarcimento per la pena subita ingiustamente anni prima. Da quel momento i suoi due figli, Pace Salvatore, classe ‘71 e Rosario Alessandro, classe ’75 (entrambi arrestati), avrebbero potuto giustificare il loro ingresso nell’azienda con il 10% delle quote, formalizzando per conto del padre una compartecipazione societaria che di fatto già possedeva.
Fatto è che l’azienda, fanno notare ancora i pm, dal 1997 al 2003 registra una «rapida acquisizione di una consistente fetta di mercato. Realizzando un ricavo sulle vendite da 2 miliardi del 1998 a 4,5 miliardi (delle vecchie lire) del 2003». Una bizzarra evoluzione se si considera lo storico di una società nata e fallita sotto la gestione della stessa famiglia Occhipinti.
Un successo che evidentemente era dovuto all’ingresso di Pace nella “Sicil Calcestruzzi” che diventerà mano a mano il suo quartier generale.
Da lì, gli investigatori lo pedinano e lo intercettano fotografando uno spaccato che vede il capomafia in piena attività amministrativa del mandamento trapanese insieme a Mariano Asaro e Pietro Badagliacca. Quest’ultimo “uomo d’onore” del mandamento di Pagliarelli (Pa), reggente della famiglia mafiosa di Rocca Mezzo Monreale all’epoca domiciliante a Castellammare del Golfo a causa di una condanna che gli imponeva il divieto di dimora in provincia di Palermo.
Con loro, Pace, si incontrava spesso in un casolare di campagna a Paceco per discutere di estorsioni e di appalti pubblici. Come quelli per i lavori al Policlinico di Palermo per un totale di 1 milione e 600 mila euro, per i quali la Donato srl di Alcamo era interessata. Le famiglie palermitane avevano chiesto a Badagliacca di assumere informazioni presso gli uomini d’onore di Alcamo sul conto del titolare per capire se era una persona avvicinabile per indurla a pagare, altrimenti, avevano detto: «dateci fuoco!». 
Durante uno dei tanti colloqui, Asaro e Pace erano stati intercettati mentre «toccavano argomenti vertenti su attività estorsive in corso, ovvero in fase di progettazione, su propositi di accaparramento di appalti di vario genere, su personaggi di altre famiglie mafiose del trapanese (tra cui i noti fratelli Agate Mariano e Giovan Battista, Tamburello Salvatore e Matteo, tutti di Mazara del Vallo) e della provincia di Palermo, nonché  su una serie di  soggetti notoriamente posti ai vertici di Cosa Nostra, tra cui  lo stesso Bernardo Provenzano». I capimafia volevano imporre il pizzo anche ad alcune imprese vicine al capo di Cosa Nostra. Pur temendo la sua reazione avevano deciso ugualmente di chiedere una somma a titolo di estorsione agli imprenditori Aloisio per i lavori autostradali di loro competenza «te lo mandi a chiamare e gli dici che ti da i soldi…».
Il comitato d’affari del cemento era sostenuto anche da tre bracci operativi che sono finiti nell’inchiesta. Loro sono: Gaspare Mulè, Pennolino Fausto e Stellino Antonio.
Secondo gli agenti Mulè era il guardaspalle di Pietro Badagliacca, suo autista personale e trait d’union fra le famiglie mafiose di Palermo e Castellammare del Golfo. Pennolino, accompagnatore di Mariano Asaro nelle sue trasferte a Palermo per visite mediche, era inserito nel circuito delle estorsioni, e secondo le risultanze, mal digeriva la superiorità storica del mandamento di Alcamo. Stellino, pregiudicato per reati tributari e detenzione abusiva di armi, era assiduo frequentatore dell’abitazione di Asaro, con compiti anche lui nella riscossione del pizzo.  
L’operazione che ha colpito il patrimonio di Cosa Nostra trapanese ha permesso di catturare alcuni importanti passaggi relativi all’attività di marketing dell’azienda di Pace, seguita principalmente dal suo figlio più giovane. Per accreditarsi agli occhi della gente e delle istituzioni, anche ecclesiastiche, Rosario Alessandro aveva contabilizzato, a carico della sua ditta, la riparazione di un’ utoambulanza.  «Qualsiasi cosa faccio – diceva a suo zio Giuseppe – ha sempre uno scopo. Perché io sto aiutando questa associazione a Paceco secondo te per farmi pubblicità a Paceco come Sicil Calcestruzzi, secondo te?». Spiegava meglio, riferendosi ai vantaggi che ne avrebbe certamente tratto. «Lo sto facendo perché siccome il Vescovo che è una persona molto potente … comanda a Trapani… se tu hai un problema e hai amicizia … vai dal Vescovo… il Vescovo telefona al Prefetto quello che è… e ti risolve il problema». Il suo gesto umanitario avrebbe aperto le porte al ragazzo per un invito ufficiale al centro cittadino. «Inviterà...il Prefetto...il comandante dei Carabinieri di Trapani...il Questore...ci sarà...il Sindaco di Trapani...ci saranno autorità ...in tutto questo “invitamento”. Chi ci sarà pure ...uno che è presente alla “Sicil Calcestruzzi”...che è stata...la “Sicil Calcestruzzi” che ha dato un piccolo contributo...a questa associazione per fare partire questa autoambulanza che siamo noi...poi faccio venire a mia zia con la macchina fotografica...e mi faccio fare una bella fotografia con il Prefetto...il Questore…suo fratello...».


ANTIMAFIADuemila N°57
 
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