La Rivista
Terzo Millennio
Cosa Nostra, addio? | Cosa Nostra, addio? |
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La vecchia mafia dei padrini è a una svolta. Tra colletti bianchi e nuove generazioni, chi saranno i volti nuovi dell’ “araba fenice”? di Anna Petrozzi Palermo, il cuore di Cosa Nostra, era ormai completamente nelle loro mani. Non li aveva scomposti più di tanto la cattura del super boss Bernardo Provenzano, ormai la gestione pratica degli affari era di loro competenza, si trattava di portare a termine il progetto iniziato tanto tempo prima: far risorgere l’organizzazione dalle ceneri delle stragi. Il grande stratega Provenzano aveva permesso la rinascita, ma ora il compimento dell’opera era affidato a loro e in particolare a lui. Salvatore Lo Piccolo, sopravvissuto, saltato sul carro dei vincenti appena in tempo, voleva fare le cose per bene, rimettendo i puntini sulle “i”, riproponendo perfino per iscritto le regole del buon mafioso e la suddivisione dei mandamenti. Le nuove leve di Cosa Nostra comandate da suo figlio Sandro Lo Piccolo avevano bisogno di un pochetto di disciplina; cocaina, donne, soldi facili e qualche tatuaggio di troppo impensierivano non poco il rappresentante dell’ultimo baluardo palermitano delle antiche leggi mafiose. Gerarchia, rispetto, buone maniere, silenzio e rigore. Inevitabile persino per Cosa Nostra lo scontro generazionale, la spinta verso il progresso e la conservazione della tradizione, la trasgressione e il senso di onnipotenza contro le “sacre” regole del crimine e il senso proprio del potere. Concetti simili, “culture” diverse. I Lo Piccolo, padre e figlio, però, incarnavano alla perfezione entrambe le anime della moderna mafia e con un po’ di impegno sarebbero riusciti a far collimare le differenti pulsioni. Per questo la loro cattura rappresenta davvero la possibilità di una grande svolta nella lotta alla mafia, la più grande, forse, degli ultimi dieci anni. Non si aspettavano affatto di poter essere catturati; Salvatore Lo Piccolo non si era nemmen preoccupato di cambiare la sua zona di azione nonostante sapesse che gli inquirenti che da anni gli davano la caccia stavano mettendo sotto torchio uomini cardine del suo mandamento, uomini di cui non si fidava neanche troppo. Come se niente fosse ha proseguito nei suoi incontri a Sferracavallo, lì dove lo hanno catturato, e si era portato con sé tutto il registro dei lavori. Più di 700 pizzini con annotazioni chiave, non solo la corrispondenza tra padrini e picciotti, ma anche i nomi e i cognomi di vittime e complici che, attraverso la tassa del pizzo, contribuivano ad ingrassare le casse di Cosa Nostra. E le cifre, cospicue, erano scritte lì, nero su bianco, e dopo lo scoop di Repubblica, spiattellate anche sotto gli occhi di tutti noi italiani. Finalmente la “pistola fumante” che prova non solo il controllo ferreo del territorio, ma anche l’esistenza della cosiddetta borghesia mafiosa, fatta di professionisti, in ogni settore e ambito che prestano i loro servigi alla criminalità. Si solleva il velo sull’acqua calda. Da sempre, fin dalle sue origini, Cosa Nostra si è nutrita e alimentata grazie alle sue molteplici cointeressenze con il potere politico, economico-finanziario ed eversivo. Solo che oggi queste alleanze, vuoi per le indagini coraggiose di qualche testardo, vuoi per le tecnologie, sono diventate più palesi e più individuabili. Con un doppio rischio. Che gli strumenti legislativi a disposizione degli organi inquirenti, assolutamente inadeguati per colpire questo tipo di criminalità, decretino la definitiva impunità di una classe dirigente che condivide e supporta, per fare i suoi affari, le metodologie mafiose. Che l’informazione, per quel poco di dignitoso che riesce a fare, restituisca l’immagine di un sistema criminale così integrato, così infiltrato nel tessuto sociale, politico ed economico da apparire imbattibile. Insomma, di fronte a questa che pare una disfatta di Cosa Nostra militare in piena regola, si viene sopraffatti dal sospetto che non se ne possa gioire appieno poiché “gli usi e i costumi” di cui una volta ci si vergognava e che per questo erano affidati al volto brutto e sporco del mafioso, ora sono così largamente diffusi da ingenerare un pericolosissimo senso di abitudine e rassegnazione. Un “sono tutti uguali” che, seppur non si discosti di molto dalla verità, spinge alla chiusura e all’indifferenza della maggioranza della popolazione che, sentendosi sfiduciata e impotente, si immerge nella sua egoistica disillusione. In effetti gli ultimi avvenimenti, dal ritrovamento dei pizzini con la corrispondenza tra i grandi capi mafiosi alla condanna di Cuffaro per favoreggiamento personale, ci raccontano di una Cosa Nostra allo sbando nella sua costituzione, diciamo così: classica, in crisi, quanto all’ affiliazione di veri “uomini d’onore”, ma ricca, ricchissima e per questo protetta e agevolata dal mondo di cui ormai è parte integrante. Grazie al pizzo e alle estorsioni, grazie ad una rinnovata partecipazione nel traffico di droga, ma soprattutto grazie ad investimenti in attività lecite, illecite e in quelle che si collocano nel nebuloso, ma molto frequentato confine. Appalti miliardari, come quello del ponte sullo stretto, supermercati e centri commerciali, smaltimento rifiuti urbani e tossici, intercettazione dei fondi europei, sanità, gioco d’azzardo e perfino l’ambitissimo settore delle risorse energetiche. Provenzano era stato molto chiaro con i suoi: bisogna farsi impresa. E se Michele Aiello era il suo interfaccia nella sanità (stando al primo grado di condanna) e Massimo Ciancimino il suo interlocutore nel business del gas chi saranno tutti gli altri investitori del suo immenso tesoro accumulato in 40 anni di latitanza e riciclaggio? I recenti, ingentissimi, sequestri di beni dimostrano che lo stesso discorso può essere applicato a tutti i boss, soprattutto quelli più potenti come lo erano i Lo Piccolo e come lo è Matteo Messina Denaro il cui presunto (per ora) prestanome era il re dei supermercati Despar in mezza Sicilia. Nonostante il valore di milioni e milioni di euro gli inquirenti sanno che sono riusciti a mettere le mani solo su una parte ben limitata dei patrimoni mafiosi che sono investiti ovunque in Italia come all’estero. Più fonti autorevoli stimano che circa il 30% dell’economia nostrana è contaminata dai capitali illeciti. E’ talmente saturo il mercato internazionale, movimentato solamente dai giochi di prestigio con cui si creano e si bruciano miliardi virtuali, che anche il minimo spiraglio di affare concreto fa rinascere in qualsiasi operatore economico la chimera nostalgica dei favolosi anni Ottanta. La liquidità dei traffici illeciti è quindi in grado di corrompere chiunque e il rischio di impresa vale la candela. Chi sono allora i rappresentanti della nuova frontiera dell’uomo d’onore? Quelli che gestiscono tutte le ricchezze, gli insospettabili? A chi conviene, in fondo, una vecchia Cosa Nostra che rovina il buon nome della Sicilia e taglieggia gli imprenditori? Forse appare più proficuo avere a disposizione una manovalanza sufficientemente organizzata sul territorio e professionisti di larghe vedute che non vecchi capi mafia con smanie di legittimazione e pretese di potere e incolumità. Sono cambiati i tempi in fondo, ed è anche cambiato il mondo i cui equilibri globali si gestiscono più con la minaccia del terrore atomico che non con la strategia della destabilizzazione interna cui Cosa Nostra ha più volte partecipato nel corso dei decenni. Solo ipotesi comunque, che alimentano il grande senso di incertezza in cui versa il nostro Paese, ancora una volta senza governo, e attraversato da una grave crisi dei poteri che vede schierate l’una contro l’altra le grandi caste: la politica contro la magistratura, la magistratura contro l’informazione, l’informazione contro la politica e la magistratura ecc.. per non parlare delle profonde fratture interne. Solo il tempo ci rivelerà i nuovi assestamenti e solo la società civile, pulita, stufa, indignata con tanta voglia di riscatto e disponibilità a combattere intellettualmente e culturalmente potrà segnare una qualche differenza. I collaboratori, ancora loro Microspie e pizzini sono le armi più appuntite in mano a magistrati e forze dell’ordine per sgominare le cosche di Cosa Nostra, ma senza l’apporto dei collaboratori di giustizia, ed è bene sottolinearlo ancora una volta, non si sarebbero potuti registrare gli straordinari successi degli ultimi anni. Giuffré è stato di fatto il grimaldello che ha permesso di scardinare l’organizzazione di Provenzano fornendo agli investigatori gli elementi necessari per fare terra bruciata attorno al boss e come in un vertiginoso domino anche a tutti i capi più importanti di Palermo e dintorni. Gli ultimi a saltare il fosso sono stati i colonnelli di Lo Piccolo: Francesco Franzese, Nino Nuccio e Gaspare Pulizzi. Franzese, catturato lo scorso agosto, non solo avrebbe fornito le coordinate per l’individuazione e la cattura di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, ma ha identificato tutti gli uomini al servizio dei padrini di Tommaso Natale permettendone l’arresto. Faccia per faccia ha descritto le famiglie di appartenenza, l’ascesa criminale e il ruolo all’interno dell’esercito dei Lo Piccolo che, all’indomani dell’operazione Gotha, avevano esteso il loro dominio su tutta Palermo. Le sue dichiarazioni hanno trovato pieno riscontro sia nelle diverse risultanze investigative sia nelle rivelazioni di Nino Nuccio che convergono perfettamente. Il loro contributo ha consentito poi di interpretare le centinaia di pizzini rinvenuti nel covo dei due latitanti, un vero tesoro per i magistrati, impegnati a decrittarli. Affari e affari di cuore La corrispondenza mafiosa rivela che la cosca palermitana era concentrata principalmente sugli affari. Sandro Lo Piccolo in persona guidava direttamente un piccolo esercito di estortori dai soprannomi fantasiosi che avevano il compito di intimidire, riscuotere e far arrivare i “piccioli” ai padroni della città. E’ il caso di Cumbo Antonio, detto “’u doggy doggy”, piuttosto noto alle forze dell’ordine per numerosi e variegati precedenti penali. Era particolarmente ben visto da Sandro Lo Piccolo che, a detta di Franzese, aveva di lui “un’ottima opinione” e per questo era incaricato di recuperare somme di denaro presso alcuni esercizi commerciali tra cui l’ippodromo della città. Insieme a Salvatore Castiglione, mafioso sui generis, proprietario di due panetterie a Cruillas e di un Porche Cayenne, era alle strette dipendenze di Salvo Genova subentrato alla reggenza del mandamento di Resuttana dopo la morte di Giovanni Bonanno. A porre quest ultimo al vertice del mandamento erano stati i Lo Piccolo stessi dopo aver ottenuto il consenso dei Madonia, storici capi di questo territorio ed evidentemente ancora così potenti da riuscire ad aggirare il 41bis per far pervenire le proprie direttive. Bonanno tuttavia era “caduto in disgrazia” ed era stato accusato di essersi intascato denaro destinato invece alle casse della famiglia. In un primo momento gli era stato affiancato Diego Di Trapani con il compito di sorvegliarlo, dopodichè era scattata la sentenza di morte. Le intercettazioni raccolte nell’operazione “Gotha” rivelano che il piano per eliminarlo era stato determinato da Nino Rotolo che lo aveva affidato ad uno sei suoi più fidati uomini: Giovanni Nicchi, oggi ancora latitante. Questi, su indicazione di Rotolo, doveva avvicinare il Bonanno proprio tramite Cumbo “doggy, doggy”. Secondo gli inquirenti la vittima predestinata sarebbe stata poi assassinata proprio da Nicchi e da Nicola Ingarao, quando ancora non era iniziata la faida tra Rotolo e i Lo Piccolo per la questione degli “scappati” americani. In questi giorni, su indicazione di Gaspare Pulizzi, è stato riesumato un cadavere che potrebbe essere quello di Bonanno. Un vero esperto in estorsioni risulta anche Salvatore Di Maio, ribattezzato “Africa”, talmente affidabile da essere utilizzato da più famiglie mafiose, era indicato infatti “cucchiara per tutte le pignatte”. Figlioccio di Ape, il nome in codice per Franzese, si muoveva nel territorio di Partanna Mondello e il suo ambito di competenza si allargava anche nel ramo delle scommesse clandestine. Per conto di Sandro Lo Piccolo si occupava anche di una delle sue fidanzate. Nel covo di Giardinello infatti i poliziotti non hanno ritrovato solo corrispondenza mafiosa ma anche alcune lettere d’amore provenienti da diverse donne indirizzate al rampollo di Tommaso Natale. In una di queste, pubblicate su quasi tutti i giornali, si legge della bella giornata che il 35enne Africa le aveva fatto trascorrere in barca. Oltre alle parole d’amore si evince che la donna, madre di tre figli, contava sull’aiuto di Sandro per un lavoro, si mostrava più o meno comprensiva per tutte le difficoltà che le impedivano di vederlo e di ricevere suoi scritti e lo difendeva accoratamente dalle “cazzate” che i giornali scrivevano sul suo conto, compresa la notizia che si sarebbe fatto la plastica per sfuggire alla cattura. Sandro sembrerebbe essere un vero latin lover. Gli inquirenti stanno lavorando per identificare le varie donne che gli facevano arrivare lettere piene di cuoricini, suppliche e adulazioni. Tuttavia il boss, attento alla moda e soprattutto patito di orologi costosissimi (sono decine i riferimenti agli acconti per acquistare Rolex) non gradiva molto le immagini che lo ritraevano sui giornali. Non restituivano il suo presunto fascino di assassino bello e tenebroso. L’impero Gli uomini dei Lo Piccolo erano di fatto insediati a capo o comunque ai vertici di ogni famiglia, a partire dal suo storico mandamento. Francesco Franzese sostituito poi da Mancuso Antonino guidava Partanna Mondello, Massimo Troia (figlio di Mariano Tullio), con Giacalone Giovanni, San Lorenzo, Ferdinando Gallina (figlio di Totò) Carini, Gaspare Di Maggio (figlio di Procopio) Cinisi, Palazzolo Vito Terrasini e l’altro figlio Lo Piccolo Calogero li aveva poi sostituiti a Tommaso Natale prima di venire tratto in arresto in questa medesima operazione. A Cruillas, ex territorio della storica Noce, dominava Giancarlo Seidita, detto compare G, imprenditore e mafioso doc, ad Altarello di Baida Pierone Tumminna. A Porta Nuova la competenza era di Tommaso Lo Presti, il lungo, mentre a Ballarò il responsabile era Alessandro D’Ambrogio che gestiva una ditta di onoranze funebri, a Borgo Vecchio Girolamo Monti, detto Mimmo. Per Brancaccio il reggente era Andrea Adamo, arrestato in compagnia dei Lo Piccolo, a Corso dei Mille, Antonio Lo Nigro detto Ciolla (ancora latitante), e persino un omonimo Lo Piccolo Salvatore Mario, detto Presidente e nei pizzini chiamato Mercedes, che controllava il porto di Palermo. Se l’edilizia è il settore in cui tradizionalmente i mafiosi impongono con maggior forza la propria influenza le nuove generazioni mafiose investono tempo e denaro con le scommesse clandestine e legali e con il traffico di stupefacenti. Sandro Lo Piccolo seguiva direttamente la gestione del gioco d’azzardo tramite “una delle persone più fidate”, Giovanni Botta detto “Frutta”. Avevano una corrispondenza fittissima e un rapporto molto stretto di reciproca stima tanto che Frutta interveniva anche nelle questioni della famiglia di Tommaso Natale per conto del giovane capo. Racconta Nino Nuccio che nell’ambiente mafioso era persino soprannominato “l’infamone” perché nei suoi resoconti a Lo Piccolo non perdeva occasione di “parlare male di tutti”. Faceva velocemente carriera il Frutta che per il suo ottimo comportamento era stato “promosso” e dalle scommesse clandestine era passato alla gestione dei punti Snai. In sua sostituzione per il “lavoro sporco” era stato scelto Fabio Micalizi, “Spagna”. Il denaro che Frutta faceva riscuotere dai suoi uomini (tra cui Michele Catalano, arrestato) presso gli esercizi e i bar in cui erano istallate slot machines e videopoker, costretti a versare il 50% del loro guadagno, veniva immediatamente reinvestito nell’acquisto, tra le altre cose, delle licenze SNAI. La finalità principale di tale attività era il riciclaggio, i pizzini rinvenuti recano con molta precisione l’andamento dei proventi “giocati” e malgrado le cospicue perdite i mafiosi non sembrano affatto preoccuparsene. Probabilmente l’esigenza di maneggiare capitale pulito è superiore a quella di guadagnarne altro anche perché le fonti di approvvigionamento sono molteplici e funzionano alla perfezione. La più proficua è da sempre per le mafie il traffico di droga. Numerose risultanze investigative recenti hanno registrato una notevole attività congiunta tra Cosa Nostra italiana e americana, la ‘ndrangheta e la Camorra finalizzata proprio al traffico di stupefacenti. Per il clan lo Piccolo erano in molti ad occuparsi di questo “settore”. Vinciguerra Sebastiano, detto Sebi, già noto alle forze dell’ordine per estorsione, detenzione di armi e droga, scriveva, nei pizzini sequestrati, di un affare con “gli amici della Calabria” e, rivolgendosi a Sandro, dichiarava la sua disponibilità totale e la capacità di poter reperire armi. Accennava poi ad una grossa partita di droga che doveva giungere via mare. “Gli amici della Calabria sono venuti a trovarmi ricordi i MORABITO di AFRICO sono gentilissimi e disponibilissimi per qualsiasi cosa anche per ospitarci eventualmente, quindi quando tu lo riterrai necessario io mi ci metterò in contatto per ogni eventualità. Loro stanno organizzando un grosso lavoro di “coca cola” ma al momento ci sono altri loro parenti che c’è l’hanno al costo di 40,000 il kg valuta tu o cosa fare.” Il traffico internazionale di droga era ritornato ad essere una priorità di fondo per tutti i clan e, come tradizione vuole, era aperto a tutti gli orizzonti. Da Milano, per esempio, Luigi Bonanno stava organizzando un affare con l’Olanda, mentre, come è noto, i clan palermitani di Paliarelli e Villabate erano andati in avanscoperta a New York per rinverdire i rapporti con gli Inzerillo. E qui le storie si incrociano e si complicano. Regolamento di conti Prima ancora che scoppiasse la faida tra Nino Rotolo e Salvatore Lo Piccolo sul rientro degli “scappati” a Palermo, il padrino di Pagliarelli aveva inviato il suo protetto Gianni Nicchi a New York assieme a Nicola Mandalà, reggente della famiglia di Villabate. Si erano incontrati con Pietro Inzerillo e Frank Calì, due stelle emergenti della storica famiglia dei Genovese. Successivamente però Rotolo aveva fiutato nella richiesta di rimpatrio degli eredi Inzerillo, il pericolo di una vendetta. Tutt’altra la visione di Lo Piccolo che invece intravedeva nuove opportunità di ricostituire Cosa Nostra alla vecchia maniera e soprattutto di rafforzare il suo potere. Al tempo Provenzano aveva dapprima tergiversato, come era solito fare, per poi invece sostanzialmente appoggiare Lo Piccolo. Rotolo, furibondo, aveva quindi dichiarato guerra. L’operazione Gotha aveva poi svelato gli intenti omicidiari della sua cosca scatenando l’ira dei Lo Piccolo. Con Rotolo e il suo braccio destro Cinà in carcere, tutti i picciotti alle loro dipendenze erano quindi in pericolo. Il primo a pagarne le conseguenze era stato Nicola Ingarao, assassinato in maniera plateale a pochi metri dal commissariato alla Noce dove era andato a rispettare l’obbligo di firma. Secondo il racconto dei collaboratori a regolare il conto era stato Sandro Lo Piccolo in persona. A bordo della motocicletta aveva freddato il rivale con ben due pistole in pugno per dimostrare la sua potenza e la sua spietatezza. Nicchi, capita la malaparata, si è dato alla latitanza. Il compito di farlo fuori era stato affidato invece a Luigi Bonanno, di stanza a Milano, dove presumibilmente potrebbe nascondersi il braccato. “Raccomandagli a Luigi che deve … a Tiramisù di spegnerlo”, si legge in un frammento, Tiramisù è il soprannome di Nicchi con chiara allusione alla sua passione per la cocaina. Con l’arresto anche di Bonanno le acque potrebbero essersi calmate, così come, al contrario potrebbe verificarsi persino qualche onda anomala. In effetti dopo che sono state rese pubbliche le dichiarazioni di guerra qualcuno aveva cambiato cordata come nel caso di Salvatore Sorrentino, detto lo studentino, che per ingraziarsi Sandro Lo Piccolo gli aveva spifferato notizie riguardo Olivieri sul quale era già stata emessa la sentenza di morte. Difficile ora comprendere quale vento tirerà, i grossi capi protagonisti di questi ultimi anni sono tutti in arresto, altri sono prossimi a lasciare il carcere per aver scontato la loro pena e gli americani pensano di andarsene per sempre. I giovani scalpitano, ma senza una guida autorevole vivranno probabilmente in cosche parcellizzate fino a che non si deciderà il ruolo futuro di Cosa Nostra. box1 Francesco Franzese Reggente della famiglia di Partanna Mondello, Francesco Franzese gestiva la cassa dei Lo Piccolo. Era in costante contatto con Sandro cui si rivolgeva con estrema deferenza e grande affetto. Nonostante Franzese non mostrasse le caratteristiche del perfetto uomo d’onore, aveva per esempio un parente “sbirro”, il giovane Lo Piccolo lo riteneva una persona valida e degna di fiducia. E’ lui infatti, contrariamente alle valutazioni del padre infastidito anche da un tatuaggio di Franzese, ad insistere perché venga affiliato formalmente con il rito tradizionale che avviene nel luglio 2006 e perché gli venga affidata la reggenza della famiglia. Sotto la sua gestione vengono compiuti eclatanti atti intimidatori contro quegli imprenditori che si erano rifiutati di pagare il pizzo. Catturato il 2 agosto 2007, dopo una iniziale resistenza “personale”, Franzese ha cominciato a rendere dichiarazioni valutate dagli inquirenti come estremamente importanti. I numerosi riscontri ottenuti dalle forze dell’ordine consentono di considerarlo come un collaboratore pienamente attendibile e di alto livello. box2 Antonino Nuccio Affiliato alla famiglia di Partanna Mondello proprio da Franzese Antonino Nuccio entra facilmente nel “cuore” di Sandro Lo Piccolo. Da incensurato ha ampia mobilità sul territorio ed è a conoscenza diretta dei più recenti fatti accaduti all’interno di Cosa Nostra. I suoi racconti combaciano perfettamente con quelli di altri collaboratori, in particolare di Franzese e hanno ottenuto pieno riscontro. box3 L’impero Gli uomini dei Lo Piccolo erano di fatto insediati a capo o comunque ai vertici di ogni famiglia, a partire dal suo storico mandamento. Francesco Franzese sostituito poi da Mancuso Antonino guidava Partanna Mondello, Massimo Troia (figlio di Mariano Tullio), con Giacalone Giovanni, San Lorenzo, Ferdinando Gallina (figlio di Totò) Carini, Gaspare Di Maggio (figlio di Procopio) Cinisi, Palazzolo Vito Terrasini e l’altro figlio Lo Piccolo Calogero li aveva poi sostituiti a Tommaso Natale prima di venire tratto in arresto in questa medesima operazione. A Cruillas, ex territorio della storica Noce, dominava Giancarlo Seidita, detto compare G, imprenditore e mafioso doc, ad Altarello di Baida Pierone Tumminna. A Porta Nuova la competenza era di Tommaso Lo Presti, il lungo, mentre a Ballarò il responsabile era Alessandro D’Ambrogio che gestiva una ditta di onoranze funebri, a Borgo Vecchio Girolamo Monti, detto Mimmo. Per Brancaccio il reggente era Andrea Adamo, arrestato in compagnia dei Lo Piccolo, a Corso dei Mille, Antonio Lo Nigro detto Ciolla (ancora latitante), e persino un omonimo Lo Piccolo Salvatore Mario, detto Presidente e nei pizzini chiamato Mercedes, che controllava il porto di Palermo. Se l’edilizia è il settore in cui tradizionalmente i mafiosi impongono con maggior forza la propria influenza le nuove generazioni mafiose investono tempo e denaro con le scommesse clandestine e legali e con il traffico di stupefacenti. box4 Quando si dice la mafia nel sangue Nella maxi operazione dal nome carico della speranza dei palermitani onesti, “Addio Pizzo”, sono stati tratti in arresto gli uomini chiave dell’esercito dei Lo Piccolo. Tutti con ruoli più o meno di vertice che gestivano gli affari della famiglia egemone di tutto il palermitano. Tra i tanti anche un arresto eccellente: quello di Calogero Lo Piccolo. Figlio d’arte era già stato arrestato il 7 aprile 1997 e rilasciato il 5 dicembre 2006. Dopo un primo periodo in cui, obbligato alla firma tre volte la settimana e al soggiorno a Palermo, si era mosso con più cautela e aveva poi ripreso appieno la sua attività di capo mafioso. Dai pizzini e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia si sono potuti ricostruire i suoi impegni criminosi. Dopo essersi incontrato in più occasioni con il fratello minore Sandro si era preoccupato di ordinare danneggiamenti ed estorsioni riprendendo a pieno titolo il suo ruolo. Franzese racconta di un incontro tra Calogero Lo Piccolo, Salvatore Genova e Nino Mancuso in cui si è discusso di affari e di un incontro che il Calò, come è indicato nei pizzini, avrebbe avuto con il padre tramite l’ausilio di Massimo Troia, suo fedelissimo e Andrea Gioé. Nuccio, dal canto suo, ha confermato quanto rivelato da Franzese e ha riferito degli ordini di danneggiamento ed estorsione impartiti proprio dal Lo Piccolo a imprese edili, come quella dei fratelli Cancemi e soprattutto le intimidazioni alla farmacia in cui lavora Francesco Cinà, figlio del boss alleato di Rotolo e arrestato nell’operazione Gotha e del progetto di far saltare in aria la villa del figlio di Francesco Bonura, altro rivale. Questo la dice lunga sull’efficacia delle pene previste per i reati di tipo mafioso inflitte ai capi che una volta scarcerati tornano esattamente al loro posto di prima. box5 Futuro libero? La strada è ancora lunga. Dopo la burrascosa iniziativa di Repubblica, le associazioni di categoria che già si erano espresse duramente sulla questione delle estorsioni, hanno condotto colloqui riservati con gli imprenditori indicati nei pizzini per indurli a collaborare con la magistratura qualora le informazioni contenute nei bigliettini mafiosi risultassero veritiere. Intanto alcune posizioni si sono chiarite, come quella della clinica Candela. In una notazione si leggeva infatti la cifra di 35.000 euro vicino ai nomi Cittadini e “Zio Pino” . A presentarsi immediatamente dai magistrati la titolare della clinica Barbata Cittadini, vice presidente di Confindustria, che ha spiegato che quella somma corrisponde alle fatture emesse dalla sua azienda a fronte della degenza trascorsa da Giuseppe Savoca, boss di Brancaccio, agli arresti ospedalieri proprio in quella struttura. Dopo gli ultimi arresti il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello ha lanciato un altro forte appello: “Chi paga il pizzo di fronte ad un’effica ce azione dello Stato, che ha inferto grandi colpi alla mafia, non può essere considerato vittima. Non vi sono più alibi legati alla paura. E’questo il momento per denunciare in massa gli estortori”. Il processo di riscatto e di liberazione però non sembra essere così facile, è ancora molta la paura di ritorsioni e poca la fiducia nelle istituzioni sia pubbliche che private. “Dal 10 novembre - ha voluto specificare Tano Grasso, da anni impegnato su questo fronte - giorno in cui è stata costituita l’associazione Libero Futuro a Palermo, alcuni commercianti, vittime del pizzo, hanno cominciato a collaborare con le forze dell’ordine, altri ci hanno contattato e abbiamo intrapreso insieme un cammino che dovrebbe concludersi con la denuncia. Sono piccoli passi che aprono uno squarcio in un muro di omertà ancora molto forte. Ma sono ancora casi isolati. Non so come si possa parlare di caduta del muro dell’omertà. C’è ancora strada da fare”. box6 Diritto di cronaca o tutela delle indagini? Tutto il registro delle entrate e delle uscite: dettagliato, ordinato per data e conteggio, scritto in stampatello chiaro chiaro. Salvatore Lo Piccolo se lo portava con sé nella sua borsa di cuoio di marca per tenere sotto stretto controllo la ricca contabilità del suo territorio sempre più esteso. Nomi e cifre sono poi finiti su una gigantesca pagina di La Repubblica che ha così svelato volti noti e meno noti della Palermo che paga il pizzo. Nessuna categoria era tralasciata: commercianti, imprenditori, artigiani, parrucchieri, persino pescivendoli; e così nessun settore: appalti, pubblici e privati, ville, caserme, ospedali, la metanizzazione, la metropolitana, l’aeroporto Falcone e Borsellino, le sorgenti d’acqua, il nuovo stadio e persino l’assegnazione degli allenatori di calcio. Quanti siano vittime e quanti complici è ancora da stabilire. Intanto lo scoop dei giornalisti Francesco Viviano e Alessandra Ziniti ha scatenato una reazione senza precedenti da parte della procura di Palermo che ha iscritto entrambi nel registro degli indagati con un’accusa pesantissima: rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio con l’aggravante dell’art.7, cioè favoreggiamento a Cosa Nostra. Con un blitz, la polizia, sempre su mandato della Procura, ha poi perquisito sia le postazioni di lavoro che l’abitazione dei due giornalisti e del capo redattore Enzo D’Antona. La querelle gira attorno alla secretazione degli atti: sarebbero stati depositati e quindi consultabili e pubblicabili secondo i giornalisti, assolutamente riservati per i magistrati. Mentre alle due firme di Repubblica sono giunti attestati di solidarietà da ogni parte, i magistrati spiegano che quella imprudente pubblicazione ha reso molto difficile la collaborazione da parte di alcuni imprenditori che vedendo il loro nome nella black list hanno fatto marcia indietro. “La pubblicazione della notizia”, ha spiegato il procuratore Messineo nel corso di una lezione di praticanti giornalisti della scuola universitaria Mario Francese, “ha compromesso le indagini. Non è stata pertanto una pagina di buon giornalismo”. Completamente opposto il parere di Repubblica che ha ribadito la sua posizione editoriale: da sempre contro la mafia ma senza nessuna subalternità al potere costituito. Dal canto nostro esprimiamo vicinanza ai colleghi che, ne siamo certi, intendevano solo fare al meglio il proprio mestiere senza alcuna intenzione di agevolare Cosa Nostra, ma riteniamo importante sottolineare come il giornalismo non debba essere fine a se stesso, ma funzionale ad obiettivi comuni quali la lotta alla mafia; una sorta di leale coordinamento che non significa affatto essere assoggettati. box7 Si pente Pulizzi, un altro colonnello di Lo Piccolo Palermo. Il 5 novembre scorso insieme a Salvatore e Sandro Lo Piccolo è stato arrestato nel covo di Giardinello (Palermo) anche il capomafia di Carini, Gaspare Pulizzi, braccio destro dei Lo Piccolo. Pulizzi ha iniziato da alcune settimane a collaborare con la giustizia ed è il terzo boss del clan a pentirsi dopo Francesco Franzese e Antonino Nuccio. La conferma del pentimento è avvenuta solo ora da parte della magistratura. Pulizzi sta facendo importanti rivelazioni ai magistrati della Dda palermitana come i retroscena dell’omicidio di Nicola Ingarao avvenuto il 13 giugno scorso ad opera di Sandro Lo Piccolo, ideatore ed esecutore materiale. Secondo il racconto di Pulizzi, Sandro Lo Piccolo avrebbe usato due pistole, una per mano. Pulizzi ha anche parlato della lupara bianca del boss di Sferracavallo, Bartolomeo Spatola ed a tal riguardo avrebbe affermato che prima di questo omicidio fu ucciso per sbaglio un fruttivendolo incensurato scambiato per una fatale somiglianza con Spatola. <<Il clan Lo Piccolo è stato prima colpito duramente con gli arresti a ripetizione ed ora sta cedendo anche sotto il profilo del controllo interno alla cosca. Era da molto tempo che nello stesso clan non si verificavano tre collaboratorazioni in poco tempo e questo è un segnale sicuramente positivo>>. E’ stato il commento del presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione. Dora Quaranta box8 Un nuovo pentito nel clan Lo Piccolo Palermo. Dopo Francesco Franzese, Antonino Nuccio e Gaspare Pulizzi un altro uomo del clan Lo Piccolo avrebbe deciso di collaborare con la giustizia. Si tratta di Andrea Bonaccorso, 31 anni, soprannominato U sculurutu, additato da Pulizzi come “persona di fiducia” del capomandamento di Brancaccio Andrea Adamo. La famiglia di Bonaccorso sarebbe già stata sottoposta al programma di protezione e trasferita in una località protetta, fatta eccezione per un fratello che avrebbe deciso di non avvalersi di alcuna tutela. Intanto venerdì sera, trapelata la notizia di questa nuova collaborazione, è stato danneggiato con un incendio doloso il negozio “Vany moda” gestito dalla moglie di Bonaccorso. Il pentito Nuccio a proposito di Bonaccorso così pare si sia espresso dinanzi ai magistrati: “Mi ha chiesto di fare togliere tutti i cartelloni pubblicitari da Brancaccio, ad eccezione di quelli della ditta Alessi” e poi anche: “Ancora Bonaccorso mi ha chiesto di dare legnate a tale Francesco Nangano, che aveva avuto una relazione con un giudice popolare”. Pulizzi, ex reggente del mandamento di Carini, avrebbe raccontato ai magistrati particolari del delitto di Nicola Ingarao, ucciso il 13 giugno scorso a Palermo. A sparare contro Ingarao fu Sandro Lo Piccolo a bordo di una moto guidata da Bonaccorso. Questo omicidio valse un salto di qualità per Bonaccorso che assurse ai ranghi di reggente di Ciaculli e per Salvatore Lo Piccolo che si pose a capo delle famiglie di Palermo. Dora Quaranta box9 La denuncia di un imprenditore: in Sicilia le banche hanno legalizzato pratiche illegali Palermo. Il giornalista Stefano Lorenzetto in un articolo pubblicato quest’oggi su Il Giornale accoglie come un segnale molto positivo la decisione della Italcementi di Bergamo di sospendere ogni attività in Sicilia per il timore di infiltrazione mafiose, ma al tempo stesso si chiede se quest’atto basterà a cambiare le cose in Sicilia. Lorenzetto spiega al lettore di nutrire profonde perplessità dovute all’<<atteggiamento prevalente di chi scende dal Nord per operare al Sud>> che <<è ben diverso da quello del gruppo bergamasco>>. E ricorda la vicenda singolare di un imprenditore recatosi in Sicilia per curare gli affari di una società quotata in Borsa. <<All’inizio non ci credevo nemmeno io – ha confidato l’imprenditore a Lorenzetto – ma poi nel giro di pochi mesi ho capito come funziona laggiù. La mafia è lo Stato, è l’economia, produce reddito, dà lavoro a tutti. Se si ferma la mafia, si ferma la Sicilia. Quella è una repubblica a parte. E guardi che glielo dice uno che non ha avuto né richieste di pizzo, né minacce, né impedimenti, niente di niente>> ed ha poi aggiunto <<Li vede questi assegni circolari? Quanti saranno? Venti? Trenta? Tutti posdatati. Lunedì li presenterò alla mia banca, che li accetterà e mi verserà il corrispettivo sul conto. Ecco, guardi questo: è di un istituto di credito delle sue parti, Selvazzano Dentro, provincia di Padova. Vede la data? 5 maggio 2008. Ottomila euro. In Italia è reato. In Sicilia è contante. Le cambiali là non esistono, nessuno le usa. Chi si fa pagare con una cambiale, puzza già di cadavere. Solo assegni posdatati. Le banche li custodiscono nei caveau e li tirano fuori nel giorno stabilito. Una contabilità clandestina, accettata da tutti. Altrimenti non lavori>>. Dinanzi allo sbigottimento di Lorenzetto l’imprenditore ha fatto notare che <<in Sicilia parecchi conti correnti hanno un intestatario di comodo e la firma depositata è di un altro che usa i blocchetti degli assegni>>. <<Mi ha raccontato queste illegalità con la massima sicurezza - scrive Lorenzetto sulle pagine de Il Giornale – l’idea di denunciarle in Procura o alla Guardia di Finanza non lo sfiorava nemmeno. S’era semplicemente adattato, a differenza della Italcementi, all’andazzo generale>>. Dora Quaranta box10 Sbirri o protettori? I fratelli Di Lorenzo tra rapine e servizi segreti Un pizzino dalla dicitura misteriosa riporta all’attenzione degli investigatori la figura di due fratelli palermitani, Salvatore e Giuseppe Di Lorenzo. E’ Salvatore Lo Piccolo a scrivere e a indicarli come “in contatto con i servizi segreti” sia a Roma e a Palermo. Di risposta un altro pizzino con l’inquietante precisazione “abita a Torretta, sò (sic) dove” e il marchio dell’infamità: “confidente cornuto e sbirro”. La loro storia risale al 2002 quando, durante una banale rapina, Giuseppe perde il cellulare. La procura affida l’apparecchio al consulente tecnico Gioacchino Genchi il quale, attraverso lo studio del traffico telefonico, scopre centinaia di contatti tra le utenze dei due pregiudicati con “il centralino e con gli interni in selezione passante della Questura di Palermo, dell’Arma dei Carabinieri e dei comandi locali, cui vanno aggiunti i contatti con un cellulare di servizio a delle utenze riservate di alcuni uffici operativi del SISDE di Roma, senza contare le utenze personali dei singoli appartenenti alle varie forze di polizia”. Dei confidenti in piena regola, dunque, protetti anche da provvedimenti restrittivi come l’ordine di cattura emesso dal Tribunale di Velletri e “dimenticato” in un cassetto dai carabinieri di Torretta e in stretti rapporti con il maresciallo dei carabinieri Di Giovanni Mattero, detto “Amedeo”. Tuttavia, proseguendo nell’analisi degli oltre 440.000 record, il consulente Genchi scopre che i Di Lorenzo sono anche a stretto contatto con esponenti mafiosi di grosso calibro e in particolare con Carlo Puccio, nipote di Salvatore Lo Piccolo e quindi cugino di Sandro. Di qui il più che legittimo sospetto che i Di Lorenzo e in particolare Salvatore avessero un ruolo bifronte, cioè che contribuissero anche a facilitare il permanere dello stato di latitanza dei Lo Piccolo, nonostante l’impegno incessante degli inquirenti e l’impiego massiccio di risorse investigative. Chi servivano i due fratelli? Qualunque sia la risposta Lo Piccolo non si fidava. Per questo, non appena usciti dal carcere, era stato avvertito e aveva dato immediate disposizioni. I due, infatti, secondo gli inquirenti, avrebbero preso immediatamente il largo. In tutta probabilità sono stati avvertiti del pericolo. A.P. box11 Sequestro di beni per 300 milioni di euro Palermo. I giudici del tribunale sezione misure di prevenzione di Palermo hanno ordinato il sequestro di beni riconducibili a boss di Cosa nostra, per un valore complessivo di circa 300 milioni di euro. I provvedimenti sono sei e riguardano i capimafia dei mandamenti mafiosi di Pagliarelli, Noce, Malaspina-Cruillas, Bocca di Falco e le famiglie di Torretta, Carini e Castelvetrano. Tra i destinatari del provvedimento vi è anche il boss Antonino Rotolo, arrestato nel giugno 2006 nell’ambito dell’operazione “Gotha”. Le indagini economico-patrimoniali del Gico, coordinate dalla Procura, hanno permesso di accertare, tra l’altro, una forte sproporzione tra l’ingente patrimonio individuato e i redditi dichiarati dai componenti dei nuclei familiari. Il sequestro ha riguardato ben 14 società, 102 immobili, 10 automobili e 44 rapporti bancari e polizze assicurative. I sequestri sono stati eseguiti dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Palermo. Aaron Pettinari box12 Ecco dove si nascondevano i Lo Piccolo Una grande villa a due piani a Terrasini: eccolo il nasondiglio in cui i Lo Piccolo avrebbero trascorso gli ultimi sei anni della latitanza. A fornire le coordinate Gaspare Pulizzi, uno degli uomini più vicini ai due capi oggi collaboratore di giustizia. Nell’abitazione, presa in affitto da una famiglia di tre persone cui i boss corrispondevano la cifra mensile di 500 euro, non sarebbero stati trovati documenti di alcun rilievo. Probabilmente il covo era stato accuratamente ripulito dopo la cattura. Gli affittuari hanno dichiarato di non sapere nulla dei due uomini, di avere appreso la loro reale identità solo dopo la cattura e di non aver detto nulla agli inquirenti per paura di ritorsioni. A.P. ANTIMAFIADuemila N°57 |
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In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
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La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
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In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Di seguito pubblichiamo, in formato pdf, l'intervento del Clar (Centro Libero Analisi e Ricerche) alla conferenza “Crisi dei mutui e finanza mondiale: cosa ci riserva l'economia?”
L'incontro si è tenuto ad Ancona lo scorso 14 dicembre 2007 e tra i relatori Anna Petrozzi il caporedattore del giornale ANTIMAFIADuemila.
La relazione è la sintesi di uno studio sulla finanza internazionale condotto dallo stesso Centro (vedi www.clarissa.it) ed esposto in modo semplice e facilmente comprensibile anche ai non addetti ai lavori. Un documento prezioso corredato di schemi e tabelle che illustra in modo chiaro i meccanismi di potere sui quali è basato l'attuale modello finanziario mondiale.
Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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